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I BELLISSIMI di METEOLIVE: Prarayer: emozioni, cieli e paesaggi che non si dimenticano

Immagini e sensazioni di un'avventurosa ed entusiasmante escursione nell'alta Valpelline.

Natura e meteo - 24 Luglio 2006, ore 15.09

Ricordo sempre con grande e -al contempo- malinconico piacere, unito ad un pizzico di commozione, quella splendida giornata trascorsa in Valpelline. Corre il primo agosto 2002, quando, all'alba di una giornata uggiosa come non mai, decidiamo di lasciare Pila e di dirigerci alla volta della Valpelline, uno dei più austeri e selvaggi solchi vallivi della Valle d'Aosta. Il clima non è dei migliori, ma per questa estate è un po' una costante. Cielo plumbeo, cumuli minacciosi, ventaccio insopportabile e freddo palpabile scoraggerebbero chiunque: non me. Confido nelle previsioni meteo, che parlano di un veloce passaggio perturbato nella mattinata, con possibilità di rovesci e precipitazioni anche estese, ma non di carattere temporalesco; poi, nel pomeriggio, spazio ad un rapido miglioramento. Decido quindi di partire. D'altra parte, l'alternativa è rimanere nella desolante stanza d'albergo; e -si sa- da queste parti non è che ci si viene tre volte al mese per potersi permettere di "giocare al risparmio". O si rischia l'acquzzone e si vive la montagna per come essa merita di essere vissuta, o ci si deprime in albergo. Decidiamo, per l'appunto, di partire, confidando magari di fermarci -in caso di pioggia battente- al Rifugio Prarayer, a monte del lungo bacino artificiale che chiude il percorso della strada carrozzabile proveniente da Bionaz. Un traffico caotico di nubi intasa la volta celeste, ridotta per l'occasione ad una lastra sfumata di mille tonalità grigiastre. La temperatura si mantiene abbastanza bassa per il periodo, e salendo di quota si avverte tutta la sensazione di un inedito freddo fuori stagione. Mentre la nostra Alfa 156 percorre la stretta e desolata provinciale della Valpelline, ogni tanto si intravedono qua e là i ghiacciai delle vette più alte, queste ultime nascoste dalle tante nubi presenti anche a quote medie ed evidentemente interessate da notevoli rovesci nevosi. Attraversiamo splendidi agglomerati, come Valpelline, Oyace e Bionaz (dove ci godiamo un ottimo caffè bollente), prima di arrivare a La Lechère, dove la carrozzabile termina in un vasto parcheggio antistante l'omonima diga, prima di indirizzare il turista sulla comoda mulattiera che, costeggiando il lago, conduce al Rifugio Prarayer. Ci dotiamo di k-way e decidiamo di rischiarcela, nonostante da SW sembra sopraggiungere un autentico muro d'acqua. Il lago è stupendo, la vista mozzafiato, e il clima tipicamente autunnale lascia aleggiare sulla valle un fascino del tutto particolare. Improvvisamente, la Valpelline sembra diventare un fiordo norvegese, con il Lago di Place Moulin che assume una colorazione particolarissima, tendente al turchese acceso. Dovunque volga lo sguardo, cascate e torrenti si gettano fuoriosi nel lungo specchio d'acqua, e il loro fragore è l'unico rumore che d'intorno lascia traccia di sé. Incontriamo qualche escursionista, ma sono ben pochi per il periodo, vista la giornataccia, i turisti che si avventurano nella lunga passeggiata per il rifugio. Ed è proprio il clima sfavorevole a creare le magìe più stupefacenti: la valle si svuota e ritrova la sua connotazione pià naturale. Il freddo e la pioggerellina che inizia a pungere sulla pelle fanno il resto, trasmettendo autentiche emozion! i di sensazioni perdute. E' difficile illustrare a parole quanto provato durante quella facile ascesa; è difficile trasmettere la passione vissuta in un'esperienza gratuita e non programmata; ed è ancora più difficile dimenticare la felicità provata fin dentro le mie più remote profondità spirituali nell'affrontare quel sentiero in quello specifico contesto, dove ogni goccia di pioggia, ogni baita abbandonata ed ogni raffica di freddo vento, trovava la sua giusta collocazione naturale. Come detto, inizia a piovere, ma non troppo. La temperatura, quella sì, si fa sentire, e con la pelle bagnata la sensazione di freddo diventa palpabile. Il rifugio si intravede in lontananza tra le colline moreniche di Prarayer. Pararayer una volta era un villaggio abitato dodici mesi l'anno. C'era gente, a Prarayer, fino a non molti anni fa. Poi, nel giro di qualche decennio, son venuti tutti via, spaventati dal lavoro duro dell'alta quota e condannati da una società che fa dell'isolamento geografico il motivo principe di un fallimento sociale e professionale. Adesso Prarayer è ridotto ad un agglomerato di baite per alpeggi, dove poche famiglie e alcuni pastori di Bionaz e Valpelline si recano in estate per esigenze di pascolo. Durante la lunga stagione fredda la frazione si spopola, compreso il rifugio privato che rimane custodito da metà giugno a metà settembre. Qui non esiste sci, non esistono alberghi di lusso, non esiste il turismo di Courmayeur né tantomeno le sciovie del Breuil. Qui la montagna è rimasta montagna, e lo si capisce subito dall'integra bellezza del luogo. Una bellezza primitiva, ma semplice, verace e al contempo austera e imponente. Nubi , vento, freddo e quant'altro fanno il resto. Tra indicibili emozioni arriviamo, dopo due ore di cammino, al Rifugio Prarayer. Posiamo a terra i pesanti zaini che avevamo in spalla, ci sediamo, diamo un'occhiata ai pregevoli interni rifinti in legno, e -stanchi- ordiniamo ciò che fa per l'occasione: polenta concia e salsicce lesse. Una manna! Divoriamo il pasto in una mezzora di autentica passione, ed un ottimo "rosso" di Bionaz-Valpelline ci dà più di una mano. I vetri delle finestre del rifugio sono tutti appannati, c'è tutto il clima dell'alta quota e di una montagna finalmente ritrovata! Si intravede poi all'orizzonte una qualche schiarita, e i primi raggi di sole filtrano timidi tra disorientati banchi di nubi. Sull'onda dell'entusiasmo ordiniamo una mousse al cioccolato che è la fine del mondo, seguìta da un doveroso caffè, e chiusa dal mitico génépy di casa. Usciamo dal rifugio, e dinanzi a noi si apre una vista favolosa: da una parte la totale schiarita in direzione SW (verso valle, oltre il lago) che esalta il cielo più terso ed azzurro che io abbia mai conosciuto, e dall'altra tutto il susseguirsi della chiosa di vette che delimita la valle ad est coperta da un candido manto di neve fresca, appena caduta. Rimango senza parole: lo Château des Dames, les Jumeaux, le Dent d'Hérens e la Tête de Valpelline imbiancati a dovere in pieno stile ottobrino e stagliati nitidissimi sopra un cielo da sogno. D'improvviso si era fatto strada il sereno, ed il "nord-ovest" aveva portato importanti schiarite. Torniamo giù con un sole da paura, il paesaggio si tinge di nuovi colori, e l'altalena di emozioni continua a dare spettacolo nei nostri animi. I torrenti sono sempre lì al loro posto, ma la magìa dei colori è mutata e ci sembra di stare da tutt'altra parte. La rugiada e le gocce di pioggia inventano scintillìi del tutto miracolosi sui colori dei fiori baciati dal nuovo sole, e il fiordo norvegese di qualche ora prima diventa un Eden paradisiaco di medie latitudini. Decidiamo di chiudere la splendida giornata salendo ai duemila metri di Champillon, sopra Doues, per ammirare uno dei più bei panorami dell'intera Vallée. Il Gran Combin, il Glacier, la catena del Morion, la Becca del Luseney e tutto il gruppo dell'Emilius circondano i prati di Champillon e ne fanno un balcone celeste, creando un ricamo di vette e di valli che degnamente chiudono una splendida giornata di vera montagna ed una delle più belle pagine delle mie vacanze valdostane. Le quaranta foto scattate in quella occasione stanno qui a ricordarmi ciò che non potrò mai umanamente dimenticare.

Autore : Emanuele Latini

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