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GRAN SASSO D'ITALIA: borghi, orizzonti e meraviglie

E' il primo giorno del week-end novembrino trascorso in terra d'Abruzzo. Una eterna ascesa dalla conca aquilana fino ai 1632 metri della Fonte Vética, passando per Santo Stefano di Sessanio e Rocca Calascio: Emanuele Latini la vive così.

Natura e meteo - 7 Novembre 2002, ore 14.07

Metti un giorno di novembre, di quelli un poco confusi, dal cielo che non si capisce bene cos'è: se grigio, azzurro, o cos'altro. Metti la tua sete d'evasione, la tua grinta soffocata dai giorni, e quegli occhi sempre posati sui ricami dell'orizzonte. Mettici poi l'esperienza condivisa, il desiderio incontenibile che viaggia all'unisono, gli incroci di sguardi che si capiscono in una folata d'emozione, nell'attimo che rende gelosamente umano ciò da cui per istinto di sopravvivenza sei costretto a prescindere. Mettici quel richiamo atroce, sublime e pindarico, mettici il volo di quell'aquila da sempre inseguita o di quella distesa bianca eternamente sognata. Un attimo, e decidi che l'idillio è là che t'aspetta, ansioso del tuo guardare attento, stupìto, assetato. Parti e sai già quale sarà la tua méta, anche se di essa nulla conosci, se non l'emozione con cui essa arricchirà i tuoi giorni rimasti. Parti e ti ritrovi distratto dalle vette che cingono il tuo tortuoso andare sospeso; la tua ascesa prosegue turbata tra armonie dimenticate, e ti chiedi come mai tutto questo non abbia un prezzo. Spunta affacciato sulla verde valle il borgo di Santo Stefano di Sessanio: la bottega delle arti, i viottoli nascosti, la piazzetta che ti trovi davanti all'ultimo momento. tutto così come era qualche secolo fa! Sali in fretta sulla torre del paese, e da lì scopri che i tuoi occhi fanno fatica ad abbracciare un intorno fatto di borghi, vallate e monti a non finire! Riprendi il cammino, e una volta a Calascio scopri che c'è una dura salita da guadagnare: lassù c'è la rocca, il vecchio borgo con le rovine di una fortezza vinta solo dal tempo. La strada è dissestata, in molti rinunciano a proseguire con la propria vettura; non tu, non la tua auto, che a fatica copre anche l'ultimo tratto non asfaltato; da lì prosegui a piedi, attraversi i vicoli di quello che una volta era un borgo abitato, spettrale nell'aspetto e reso tale da strutture andate alla malora, e giungi con un po' di fiatone ai piedi della rocca sommitale. La fortezza da tutti invidiata è lì che giace davanti a te, su un costone di roccia ad oltre 1500 metri di altitudine. Lì incontri lo spazio che hai sempre sognato. Lì ti rendi conto di come il mondo sia irraggiungibilmente a portata di mano. Su tutto domina il Corno Grande, ma tra te e lui ci sono sterminate terre desolate; nemmeno l'ombra di boschi o villaggi, solo il tenue verde sporco dell'autunno avanzato delle quote superiori. Chiudi gli occhi, trattieni il fiato, poi sospiri e con te stesso vivi il tuo idillio, libero di sentirti libero nella montagna che si offre a te come una mamma verso il suo cucciolo bisognoso. Ma la montagna non si risparmia. Il gioco delle armonie prosegue sotto la rocca, dove, tra le rovine adombrate del vecchio borgo, scorgi quel tramonto che vale un pezzo di vita: vecchie mura e torri spuntano dalla diafana coltre di foschia che avvolge la valle, e oltre questa leggi una dopo l'altra tenui catene di monti che si rincorrono in successione, a chiudere romanticamente un orizzonte di fuoco di cui tu ti ritrovi attonito spettatore. La torta di mandorle e farro consumata al rifugio sembra quasi disturbare tutto l'infinito che ti porti dentro, ma la gusti ugualmente con immenso piacere, anche perché c'è da affrontare l'incalzante freddo imbrunire. Torni all'auto e ti dirigi verso Castel de Monte. Il tempo di salutare il grazioso borgo, e poi via verso la distesa di Campo Imperatore. Già, Campo Imperatore. Qui entri nella leggenda. Entri in un mondo a sé; un mondo che vive la sua vita parallela, il suo binario asintono, la sua frequenza anacronistica. Entri nel silenzio più inverosimile, nel buio più spaventoso, nell'armonia di una forza superiore che si manifesta in ciò che ti rende piccolo e suscettibile. Di fronte a te hai il Camicia, e il Rifugio della Vética diventa l'unico posto dove sperare di trovare un lume. Gli ultimi "frammenti" di luce lasciano trasparire i giochi di basse coltri bianche di foschia placidamente adagiate sulla piana brada, mentre il cielo, ora terso, ti regala le ultime inimmaginabili sfumature di nubi e di colori. Rimani tu e il silenzio del Corno Grande stampato nella cornice di un cielo da fiaba, e su tutto gli incalzanti freddi aliti del blu profondo d'alta quota, che presto consegneranno le tue emozioni di quella giornata appena trascorsa ai memorabili ricordi della tua piccola, insignificante, vita. Ai miei amici Emiliano e Francesca

Autore : Emanuele Latini

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