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Chi ruba l'acqua nel mondo?

Grandi multinazionali e accordi economici tra governi rischiano di trasformare un bene fondamentale in una merce venduta a caro prezzo e in grado di condizionare lo sviluppo economico, sociale e politico di interi Paesi.

Natura e meteo - 21 Settembre 2005, ore 16.44

All'ormai frase storica di Kofi Annan che in qualità di segretario dell'ONU ha asserito che entro i prossimi 25 anni si arriverà a combattere delle guerre per l'approviggionamento idrico, molti studiosi hanno cercato di fare eco indagando sulle cause della riduzione delle risorse idriche e dei risvolti ambientali, politici, sociali ed economici che questo comporterà. In particolare, i canadesi Maude Barlow e Tony Clarke nel libro "Oro blu: La battaglia contro il furto mondiale dell'acqua" hanno investigato sugli aspetti di compravendita del bene più prezioso del pianeta e delle ingerenze delle multinazionali del settore. La Terra si sa ha riserve di acqua dolce limitate, che costituiscono appena il 3% delle acque marine totali. Attualmente 1,5 miliardi di persone non ne hanno accesso, mentre quasi 2 miliardi di individui sono minacciati dalla siccità. All'odierno tasso di crescita demografica dei Paesi meno sviluppati, entro il 2025 si prevede che quasi 4 miliardi di persone sarà da ritenersi a rischio idrico. Ogni anno la popolazione mondiale aumenta di 90 milioni di individui che richiedono risorse d'acqua dolce sempre crescenti per scopi agricoli (70%), civili e industriali. Ma il prezioso liquido scarseggia non solo per questo: gran parte delle responsabilità vanno ricercate nel furto e nello spreco delle risorse. Il consumo idrico del mondo infatti raddoppia ogni 20 anni, ossia quasi 3 volte il tasso di crescita demografica. L'agricoltura e l'industria (per produrre una singola automobile occorrono 400000 litri d'acqua dolce) arrivano a disperdere, per mancanza di ottimizzazione, quasi l'80% dell'acqua messa a disposizione. Nella società moderna manca il senso del limite e siamo più portati a dissipare l'acqua piuttosto che a conservarla per le generazioni future. Molti fiumi e i laghi hanno ridotto la loro portata mentre le falde sotterranee si assottigliano producendo salinizzazione e subsidenza. I fattori meno diretti legati all'aumento medio delle temperature e alla crescente urbanizzazione riducono al capacità di immagazzinamento dell'acqua dolce mentre l'aumentato inquinamento agricolo e zootecnico minaccia sempre di più la qualità delle acque a disposizione. L'acqua di conseguenza diventa sempre più preziosa rispetto al passato attirando l'interesse di grandi società e corporations che ne mercificano il suo utilizzo, assieme a molti altri aspetti della vita quali la sanità, l'istruzione, il patrimonio artistico, i codici genetici e persino l'aria! Addirittura nel Forum mondiale sull'acqua svoltosi a L'Aia nel marzo del 2000 la risorsa idrica primaria è stata definita un bisogno più che un diritto e come tale assoggettabile alle leggi di mercato... Di qui gli accordi economici tipo il NAFTA (l'Accordo di libero scambio nell'America del Nord) o il GATT (l'Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio) che ad esempio impediscono ad un Paese di vietare la vendita dell'acqua o di dare concessioni di servizi idrici ad una compagnia straniera con la prevaricazione delle ragioni economiche su quelle sociali ed ambientali. Persino la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale obbligano i governi alla privatizzazione dei servizi idrici prima di erogare finanziamenti, giustificandosi che l'intervento del privato spesso migliora la qualità e la gestione delle risorse. È noto invece che l'ingresso dei privati mira esclusivamente alla massimizzazione dei profitti senza alcun riguardo per la sostenibilità a medio-lungo termine o per la salvaguardia dell'ambiente. Proprio su quest'ultimo punto si applicano le riduzioni dei costi con le violazioni sulle norme di scarico, depurazione e bonifica (ne sono state accertate 800 tra il 1989 e il 1999). Inoltre la privatizzazione dell'acqua ha prodotto un rincaro nelle tariffe riducendo il potere di acquisto e consumo dei ceti più poveri. Chi può pagare di più può invece consumarne a dismisura. La privatizzazione dell'acqua ha portato in molti casi alla corruzione: fin troppo noti i casi di Grenoble e del cosiddetto "Watergate". Del resto il giro d'affari sarebbe enorme e stimabile attorno ai 400 miliardi di dollari l'anno con margini di crescita del 5% annuo. Persino la desalinizzazione riserva spiacevoli effetti collaterali, visto che per ogni litro d'acqua estratto, 2 terzi sono scorie saline inquinanti. Per non parlare dei paradossi delle condutture per il trasporto dell'acqua lunghe anche migliaia di km, al solo scopo di garantire la crescita di aree desertiche ma altamente commerciali come ad esempio Las Vegas. Cosa fare per impedire il furto mondiale dell'acqua? Per Barlow e Clarke occorre una lotta dal basso che aggiri il processo di globalizzazione della preziosa risorsa: ci si può opporre alla privatizzazione del servizio idrico, all'esportazione delle acque, alla costruzione di dighe che stravolgono irreparabilmente l'ambiente (tipo quella ciclopica in fase di realizzazione sul Fiume Giallo e destinata a cambiare per sempre le sorti e il clima di intere regioni). Auspicabile anche se per certi versi utopistico è invece il cambio di tendenza secondo cui l'acqua dovrebbe smettere di essere considerata una merce per divenire un bene di diritto pubblico spettante a ciascun cittadino. La gestione, rimessa nelle mani delle comunità locali, deve essere mirata alla conservazione dell'acqua e all'utilizzo nei limiti delle esigenze sociali e dell'ambiente.

Autore : Report di Simone Maio

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