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Al capezzale dell’Everest: i danni provocati dal turismo e la speranza del futuro

A distanza di mezzo secolo dalla prima ascensione alla vetta più alta del globo, la nuova frontiera delle sfide che riguardano l’Himalaya è proprio quella di tutelare le montagne nepalesi dal vero e proprio “attacco” turistico che negli ultimi anni si è accanito contro un mondo fino a quel momento integro ed intatto.

Natura e meteo - 30 Ottobre 2003, ore 13.43

Seicento visitatori l’anno agli inizi degli Anni Sessanta, cinquecentomila in media negli ultimi tre anni. Eccola, sintetizzata in cifre, tutta l’esplosione turistica che la regione dell’Everest ha conosciuto nel corso degli ultimi decenni. Un vero e proprio “boom” capace di render fertile un’economia altrimenti condannata ad una vita rurale e contadina semplicemente primitiva. Per gli Sherpa, per tutta la comunità montana che vive ai piedi dell’Everest e nella cornice del Parco Sagarmatha, quella turistica è una risorsa di inimmaginabile valore. Proprio per questo, rischia di diventare la rovina di quello che al momento è un Paradiso malato e gravemente danneggiato. Da che cosa? – ci si potrebbe domandare. Semplice: dalla mancanza di un’adeguata organizzazione turistica – specialmente in alta quota – e dall’incontrollata gestione di un turismo lasciato alle iniziative dei singoli e delle piccole organizzazioni. Con il risultato che è sotto gli occhi di tutti: la contaminazione dei delicati equilibri ambientali di una zona rimasta integra per millenni ed improvvisamente catapultata alla mercè del caotico turismo occidentale. Un problema che è esploso in tutta la sua gravità solo negli ultimissimi anni e che mette a serio repentaglio la verginità di un mondo vittima della propria povertà economica ma, allo stesso tempo, della propria ricchezza ambientale. Ogni anno tutta la zona montuosa dell’Everest è interessata da un flusso turistico di oltre settantamila persone che si dedicano all’alpinismo e al trekking d’alta quota. Un numero inimmaginabile se confrontato con l’epoca pionieristica di nemmeno cinquant’anni fa, quando la vetta dell’Everest venne raggiunta per la prima volta. Il vero pericolo, però, più che dal grande numero di turisti, è costituito dalla modalità di gestione del flusso turistico stesso e dalla sostanziale mancanza di un progetto di organizzazione globale del fenomeno. Manca quindi una seria politica di difesa (prima) e di valorizzazione (poi) del territorio, con la logica conseguenza di una contaminazione sempre più compromettente. Le risorse economiche che viaggiano assieme alle spedizioni nordamericane, australiane ed europee mandano in visibilio una popolazione non abituata a gestire un patrimonio potenzialmente pericoloso. Succede così che per pochi dollari la popolazione montana delle montagne nepalesi si lasci inebriare da una ricchezza di inenarrabile valore se confrontata con le proprie modeste risorse economiche. Se a questo si aggiunge la mancata consapevolezza, da parte della popolazione locale, della potenziale ricchezza ambientale e culturale di cui si disponde, ecco tracciata di netto la causa sostanziale della mancata tutela del territorio e del conseguente devastante impatto ambientale che un simile flusso turistico mal gestito può provocare. Insomma, l’Everest è malato. Conquistare la montagna inviolata sembra ora diventata la moda del nuovo secolo. E tutto questo ha comportato un impatto ambientale assolutamente nocivo per la montagna più alta del mondo. Ma a questa “moda” sempre più si contrapporrà nel corso dei prossimi anni una nuova sfida: quella di tutelare, attraverso un programma di cooperazione internazionale, tutto l’ambiente della montagna himalayana. E’ infatti impensabile che la ricchezza turistica da una parte, unita alla ricchezza ambientale dall’altra, non possano essere gestite nel migliore dei modi senza danno per alcuno, per quella che potrebbe diventare la valorizzazione di uno degli ambienti più affascinanti del nostro pianeta. E la nuova sfida è già partita.

Autore : Emanuele Latini

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