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Lettera aperta a MeteoLive: "da bambino il tempo era la mia ragione di vita..."

Commovente testimonianza che pubblichiamo volentieri nella sezione dedicata alle vostre lettere.

Le vostre lettere - 11 Novembre 2006, ore 10.23

Caro Alessio, a volte non condivido a pieno l’entusiamo e la partigianeria con cui sul sito da Lei diretto auspicate la dinamicità degli eventi atmosferici. Ma lo sa perché? Semplicemente perché sto’ invecchiando. Alla mia età, oramai, il tempo ideale (quello meteorologico, intendo, ah, beati gli inglesi che avendo a disposizione due termini distinti non debbono mai fare di queste precisazioni!) dovrebbe essere quello di una eterna alta pressione, che regala giorni assolati, ma non troppo, e temperature ed umidità relativa sempre pressoché costanti intorno ai valori medi dell’anno! Ma sono stato ragazzo anche io! E lo sa’ quale era la mia passione principale allora? Quella di scrutare costantemente il cielo, registrare temperatura minima e massima, studiare la direzione del vento, misurare pioggia o neve caduta e scrivere il tutto nel mio diario giornaliero. A dieci anni, quando tutti i bambini del mondo si divertono a giocare a pallone, il mio massimo divertimento era la meteorologia. Per gli altri lo studio del tempo era una fugace necessità giornaliera per decidere dell’abbigliamento o dell’opportunità di portare appresso l’ombrello. Per me semplicemente una ragione di vita. Ed anche io, come Voi oggi, parteggiavo per la dinamicità estrema degli eventi. Quante volte speravo, dopo un disgelo improvviso, che il torrente sotto casa mia straripasse. Era uno spettacolo vedere tutto trasformato in un lago, od i piloni del ponte di legno cedere sotto la forza incredibile delle acque (non c’erano, per fortuna, persone in pericolo di vita nelle vicinanze). Quante volte, d’inverno, mi alzavo di notte per vedere se cominciava a nevicare e, quando cominciava, volevo che non smettesse mai. Mi piaceva vedere la neve che, cadendo, bloccava tutte le attività umane e costringeva tutti dentro casa, raccolti intorno ai rari apparecchi televisivi che in quegli anni riempivano le cucine di poche case o, meglio, radunati intorno al camino a raccontare di storie fantastiche e lontane. Certo, non pensavo, allora, a quanto dolore il generale inverno potesse causare a chi, povero, non aveva di che mangiare e doveva restare chiuso in una casa priva di riscaldamento in attesa del disgelo. No, non ci pensavo. Volevo solo che quel turbinio di farfalle bianche non smettesse mai di cadere. E come sono stato accontentato in quei primi anni ’60! Come potrò mai dimenticare l’inverno 62-63. Il 17 gennaio 1963 una tormenta di neve di quasi tre giorni. E poi ancora neve tutti i giorni per due settimane a cadere dall’alba al tramonto fino a che, sul far della sera, il cielo veniva spazzato da un vento siberiano che “riposizionava” i tanti metri di neve caduta, accumulandone in qualche punto una altezza sufficiente a coprire porte e finestre dei primi piani. La mia Fabriano, appena 325 s.l.m. ad a soli 60 km. dalla costa, si era trasformata in una landa siberiana. Inutile dire l’altezza della neve caduta: caduta circa 3 metri e temperatura costantemente sotto lo zero (giorni di ghiaccio). Tutto gelava, l’umidità all’interno dei vetri delle finestre che ricamava trine di ghiaccio elegantissime, le tubazioni dell’acqua che si spaccavano facendo uscire fontane di acqua che a loro volta immediatamente ghiacciavano. E ancora, gli spalatori che venivano a togliere la neve non dalle strade (sarebbe stato inutile, il vento ce l’ vrebbe immediatamente riportata) ma dai tetti che minacciavano a causa del peso mai prima sperimentato crolli imminenti. E gli elicotteri (allora una autentica rarità) che giravano sulle nostre teste per cercare segni di vita in mezzo a quel mare di neve e scaricare dall’alto pacchi di viveri nei cascinali isolati. E, infine, mai successo prima, i treni fermi per giorni nella stazione perché non c’era nessun carro spazzaneve che fosse in grado di tracciare una rotta tra i metri e metri di neve che ingombravano il Valico di Fossato, appena 500 metri di altezza, ma vitale percorso obbligato tra l’appennino umbro-marchigiano sulla direttiva Ancona-Roma. Due mesi richiuso in casa ed anche un imprevisto per me che ero il primo della classe. La perdita dell’anno scolastico e la ripetizione per troppe assenze cumulate. Ma che importava? Avevo vissuto l’inverno più entusiasmante della mia vita! Ecco, Alessio, Le ho scritto questo perché, anche se non condivido sempre i toni enfatici con i quali auspicate gli eventi meteorologici, sono pur sempre uno dei Vostri, non fosse altro che per i miei “trascorsi”. Con la solita, ovvia, simpatia, Maurizio

Autore : Maurizio

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