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Vivere pericolosamente nel GELO della SIBERIA a Vladivostok...

Le condizioni di vita si riferiscono a qualche anno fa, ma la situazione oggi è solo parzialmente cambiata.

In primo piano - 9 Febbraio 2018, ore 11.28

Così si viveva nel 2001 a Vladivostok, in Siberia, in inverno.
A meno venti gradi senza luce e riscaldamento, è rivolta!

Il lento mattino invernale diventa giorno.
Valentina Voronova sobbalza e corre in cucina: la minestra che stava per bollire sul fornello elettrico si sta già raffreddando. Il pasto caldo è da rinviare a tempo indeterminato: a Vladivostok hanno di nuovo staccato la luce.

Per le prossime 10-12 ore l’unico oggetto funzionante sarà la radio a filodiffusione. Il resto è morto: il termosifone, il forno a gas, la stufa. Il rubinetto è ghiacciato, le pareti coperte di brina. La padrona di casa indossa, nell’ordine: maglia di lana, pigiama di flanella, due paia di calze, due maglioni, sciarpa, cappotto, stivali e colbacco (sembra uno scenario da film di Fantozzi ma è tutto vero).

Fuori dalla finestra fanno meno 23, dentro 7 gradi sopra zero. Da giorni. A Vladivostok, il capolinea simbolico per la Russia che comincia all’altro capo del mondo, si sperimenta la sopravvivenza, nel 2001, senza luce né riscaldamento in una città di 700 mila abitanti.

Sembra il set di un film surreale, congelato da un inverno come non se ne vedevano da 40 anni. Alle 4 del pomeriggio è buio e la città diventa spettrale: solo pochi edifici pubblici sono illuminati dai generatori diesel.

La famiglia Voronov - Valentina, sua madre e il figlioletto di 11 anni - ha due paure: morire di freddo e morire nel fuoco. Si dorme sotto quattro coperte, vestiti, ma il gelo è penetrante e permanente, rende lenti e inebetiti. L’unica fonte di calore è la stufa elettrica, quando c’è corrente. Allora si può sbottonare il cappotto e cullarsi nel calduccio, ma se ci si addormenta c’è il rischio di non svegliarsi più: 24 persone sono già morte in 200 incendi dovuti a stufe elettriche.

Gli asili sono chiusi, le scuole hanno prorogato le vacanze di Natale alla fine di gennaio. Gli ospedali sono semivuoti: un paziente in respirazione artificiale è morto durante un blackout improvviso, e gli stessi dottori sconsigliano il ricovero se il caso non è urgente.

La vita e la morte dipendono da una divinità malefica e invisibile, dalla mano dell’operatore della centrale elettrica che senza preavviso gira l’interruttore e stacca la luce in questo o quel quartiere, dispensando i blackout «a ventaglio». Valentina non ha più la forza di arrabbiarsi, guardando perplessa il merluzzo per la cena che si rifiuta di scongelarsi. Altri riescono ancora a protestare: 300 persone hanno provato a bloccare la Transiberiana, ma la polizia li stava già aspettando e i manganelli hanno avuto la meglio sui manifestanti con adosso tutto il loro guardaroba.

Secondo Evghenij Nazdratenko, da anni governatore e padrone incontrastato della regione, la colpa è di «Mosca ladrona» che non finanzia l’estrazione di carbone per le centrali elettriche. E comunque il caso sarebbe stato gonfiato dai media: mentre il termometro nel suo feudo scendeva a 40 sotto zero, il governatore affermava che i suoi sudditi congelati erano stati inventati dalla tv. Dalla capitale rispondono che le sovvenzioni federali inviate in Estremo Oriente si sono dissolte nel nulla.

Dopo che Vladimir Putin ha minacciato pubblicamente sanzioni, a Vladivostok è avvenuto il miracolo: la luce è tornata e gli abitanti, increduli, hanno potuto accendere il televisore e scoprire di essere diventati un caso nazionale. Ma è durato poco: il ghiaccio ha rotto le tubature del riscaldamento e gli abitanti ora consumano con le loro stufe elettriche il doppio dell’energia. Le case sono ripiombate nell’oscurità e ora Valentina ascolta la voce dalla radiolina spiegarle che «con il buio molte famiglie hanno riscoperto il piacere di riunirsi a lume di candela».

Una vita da cavernicoli in una città moderna, dove gli abitanti sciolgono la neve per ottenere l’acqua per lavarsi. Il Cremlino ha spedito in Estremo Oriente il ministro della protezione civile Serghej Shoigu, che ha organizzando l’invio di carbone, tubi nuovi e squadre di tecnici da Mosca. Nazdratenko è finito in ospedale: secondo la versione ufficiale per «ipertensione» provocata dallo scontro con il ministro, secondo le malelingue per nascondersi all’ira del Cremlino.

Il premier Mikhail Kassjanov ieri ha discusso con il suo governo per 4 ore la crisi energetica, dando la colpa alle autorità locali: «Sono state inefficienti, o non hanno fatto nulla». Dalla Siberia nel frattempo sta arrivando un’altra ondata di gelo con temperature sotto i 40 gradi. Valentina ormai non crede né in Nazdratenko, né in Shoigu, né in Putin, ma solo nella primavera. E nel frattempo, con un ritardo di 13 ore, ritorna alla sua minestra: ore 21.40, il blackout in prospettiva della bandiera rossa è finito.


Autore : Report di Alessio Grosso

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