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Un TORNADO sconvolge il centro di MILANO

A grande richiesta pubblichiamo stralci dei romanzi di Alessio Grosso introdotti da una breve considerazione dell'autore.

In primo piano - 11 Maggio 2010, ore 09.04

In "Sole di Sangue", romanzo edito da Mursia, ho voluto rappresentare il terrore puro che vivrebbero i cittadini di Milano se la città fosse colpita al cuore da un tornado. Nel descriverlo ho veramente immaginato di essere seduto al tavolino di un bar in Piazza San Babila e di vivere attimo per attimo la tragedia, ho cercato di cogliere la disperazione ma anche la dignità della gente, il suo istinto di sopravvivenza. Ho cercato di mettere in luce la solidarietà che si viene a creare in queste situazioni ma ho rimarcato anche i potenziali pericoli secondari che un evento atmosferico estremo come questo genererebbe in una metropoli come quella lombarda. Buona lettura Il testo è ovviamente ridotto.

IL TORNADO DI MILANO PIAZZA SAN BABILA

Era l’una passata. Decisero di sedersi agli eleganti tavolini del bar sul versante nord-orientale della piazza con vista che spaziava dalla Chiesa romanica alla fontana sino ai negozi sotto i portici, che facevano angolo con Corso Vittorio Emanuele. “Una volta qui ci veniva la Milano bene” disse ad un tratto Eugenio mentre condiva un piatto di insalata “oggi è troppo affollata e popolare per scorgere qualche vip”.

Piazza San Babila ospitava due teatri e palazzi severi e squadrati; il più alto si trovava a poca distanza dal bar dove Jacopo ed Eugenio avevano trovato posto ed era composto da oltre una dozzina di piani. All’undicesimo Mara stava telefonando al fidanzato, approfittando dell’ora di break.

Era il suo ultimo giorno di lavoro, venerdì si sarebbe sposata e, come si dice in questi casi, fervevano i preparativi per la cerimonia: “non me lo perdonerei mai se inciampassi nello strascico del vestito Lore, dai, i tuoi amici riderebbero come matti. Si, certo, come se non li conoscessi. Sei passato all’agenzia? Dico se sei passato in agenzia per i biglietti aerei? Bravo, missione compiuta. Sono così confusa in questi giorni, non pensavo fosse così difficile sposarsi. Ah senti, ma poi quella spilorcia di zia Enrica ci ha fatto il regalo? Sei sicuro? No, è pazzesco dai, non ci credo, è il servizio più costoso. Ma sei certo di aver controllato bene la lista nozze?” Una scolaresca inglese stava costeggiando la fontana e puntava verso la Chiesa romanica. Dovevano avere circa dodici o tredici anni. Erano tutti allineati e disciplinati. L’insegnante era un donnone di quasi due metri dai capelli rossi che avrebbe tranquillamente potuto iscriversi ad un campionato di wrestling. “Accidenti” commentò Eugenio con una risata “te credo che stanno zitti e boni, altrimenti quella te gonfia come ‘na zampogna”.

Intanto Jacopo osservava perplesso lo strano monumento presente sull’altro lato della piazza: una sorta di piramide di marmo sormontata da una grossa sfera. “Pare che rappresenti il Monviso” spiegò l’astronomo “quindi quel rigagnolo d’acqua sarebbe il Po che nel suo percorso incontra le ville liberty della Lombardia”. Intanto in direzione del Duomo e del Castello Sforzesco si era reso visibile tra i palazzi il profilo di una grossa nube cumuliforme che avanzava rapidamente oscurando il cielo.

Nonostante il bombardamento televisivo della sera precedente nessuno riteneva possibile che un tornado potesse abbattersi proprio su un centro cittadino. La vita nella piazza era dunque quella di sempre, forse anche più caotica di sempre, in quel primo pomeriggio di inizio estate. Tuoni sommessi si mescolarono al frastuono del traffico. ”Si sta avvicinando” osservò Jacopo. “Cosa conviene fare?” ”Non certo alzarsi e mettersi a gridare: scappate perché sta arrivando un tornado, mi prenderebbero per matto e non servirebbe a nulla”. ”Dunque?” “Hai il portatile con te?” “Naturalmente”. “Perfetto, è il caso di collegarsi ad Internet e dare un’occhiata a radar e satellite”. Eugenio appoggiò il pc sul tavolino spostando piatti e bicchieri. Negli occhi di Jacopo lesse la necessità di fare in fretta. Altri tuoni, questa volta più spostati verso nord.

Qualcuno tra i clienti del bar cominciò a pensare di affrettare i tempi. La luce intanto calava a vista d’occhio. “Ci sta sfilando lentamente a nord, ma è intenso, forse una supercella” furono le prime osservazioni di Jacopo osservando e raffrontando le foto satellitari. Il fronte freddo di cui parlava ieri sera Pestalozzi è fuggito sull’Europa centrale ma è sulla coda che naturalmente crescono questi funghi pericolosi”. Dal satellite infatti la distensione dei cumulonembi donava alla formazione nuvolosa un aspetto tondeggiante.

Azionarono la moviola: negli ultimi fotogrammi era evidente la formazione di un grosso ammasso temporalesco nel Varesotto, che si defilava dal flusso della corrente principale, deviando verso sud quasi con un andamento circolare. Il radar confermò il sospetto di Jacopo: era una supercella di quelle cattive, un ciclone su piccola scala con precipitazioni molto intense che si stavano già abbattendo sull’estremo nord della città. “Siamo sul margine meridionale della cellula, è un punto pericoloso, non mi piace, meglio mettersi al riparo”. ”Che ne dici del planetario?” ”Troppi alberi lì intorno, meglio la metropolitana”. Eugenio riuscì a stento a chiudere il portatile, prima che una fitta sassaiola cominciasse ad abbattersi sulla piazza. Erano chicchi di grandine, ma sembravano pietre e piombavano nella fontana lanciando verso il cielo alti zampilli d’acqua, colpivano le auto infrangendo i parabrezza, centravano casualmente testa e spalle delle persone provocando urla di dolore. Ci fu una gran corsa ad occupare i portici. L’insegnante inglese sanguinava dalla testa ma era contenta di aver tratto in salvo i suoi alunni che non sembravano né feriti, né eccessivamente preoccupati, anzi in qualche modo elettrizzati dall’evento.

Si aggirava tra loro a rassicurarli premendosi sulla fronte un fazzoletto ed invitandoli a rimanere in gruppo. C’era infatti molta calca. La grandine però d’improvviso cessò di cadere e non fu affatto sostituita dalla pioggia. Il cielo si manteneva livido ma tra le nubi s’intravedeva ora qualche spiraglio di luce. Verso nord invece era sempre buio pesto. La tensione si era allentata, molti uscirono all’aperto, l’asfalto era cosparso di ghiaccio sul quale era assai facile scivolare. Eugenio guardò Jacopo e si accorse immediatamente che qualcosa ancora non andava. Nell’aria si era diffuso un sibilo sinistro che cresceva d’intensità con il passare dei secondi, cresceva e premeva, cresceva, premeva e assordava, fino a penetrare nell’animo e a terrorizzarlo. “La pressione sta calando repentinamente” gridò Jacopo per superare quel rumore insopportabile.

Ora il disorientamento era palpabile, ci si sentiva vulnerabili, inerti, di fronte ad una minaccia ancora invisibile. La mole dei palazzi aveva infatti celato fino all’ultimo la presenza di un impressionante vortice scuro, discendente da una tipica nube a muro. La proboscide, dopo aver cercato più volte senza successo il contatto con il suolo rugoso dei quartieri periferici, era riuscita inaspettatamente nell’impresa all’altezza di via Torino e puntava su Piazza San Babila, dritta al cuore della grande Milano. “Vivere in città mi fa sentire più sicura” recitava la scritta su un tabellone pubblicitario che dava voce ad una vecchierella che si aggirava felice tra le vie del centro affiancata da due poliziotti sorridenti a farle da guardie del corpo. Ironia della sorte, furono proprio tra i primi a prendere il volo verso il cielo quando il tornado decise di mettersi in moto. Neanche un bombardamento a tappeto o un attacco terroristico portato da kamikaze con aerei di linea avrebbe prodotto la ferita mortale che inflisse alla città quel turbine con la sua inaudita ferocia.

La metropolitana era lì, a pochi metri, ma la paura paralizzava i movimenti e quella specie di barrito, quell’interminabile lamento d’oltretomba, mozzava il respiro. Giunto in Piazza del Duomo il vortice si trovò la strada spianata e prese velocità. Pali, finestre, tegole, persone, tram, statue, era tutto in volo, trasformato in proiettili al servizio del nemico, pronti a colpire alla prima occasione. Diverse auto furono violentemente scaraventate contro la facciata del Duomo, molte guglie si spezzarono o vennero risucchiate dalla furia del turbine. Un leggero ma provvidenziale cambio di traiettoria del mostro impedì il crollo della Madonnina, la statua d’oro posta sulla guglia più alta, simbolo della città. Una cappa di fumo denso e nero avvolse Corso Vittorio Emanuele ma non impedì a Jacopo di scorgere nitidamente il vortice di morte che avanzava deciso verso di loro rimbalzando tra gli edifici e sventrandoli senza pietà. Parisi scosse Cosmai. Non era il caso di indugiare un secondo di più: quel tentacolo assetato di sangue era più che mai deciso a sbarazzarsi di loro in una frazione di secondo. Raggiunsero l’ingresso della metropolitana e percorsero i gradini della rampa d’accesso a tutta velocità, insieme ad una moltitudine di persone atterrite che gridava a squarciagola il proprio terrore. Anche all’interno si era attivata una corrente fortissima che quasi mozzava il respiro. Chi ignaro veniva scaricato dai treni in arrivo da altre zone della città pensava immediatamente all’attentato terroristico e per reazione tendeva a spostarsi verso l’esterno. Questo pensiero veniva alimentato da chi non era riuscito perfettamente a comprendere cosa fosse realmente accaduto. Che fosse in corso un attacco che veniva dal cielo era fuori dubbio, questa volta però era altrettanto certo che non avesse una regia umana. Assiepati nella stazione del metrò, i treni ormai fermi e con le luci di emergenza attivate, i rifugiati sembravano davvero un gruppo di sopravvissuti ad una catastrofe senza precedenti. Nel frattempo, lassù, in superficie, era stato il caos. Il tornado aveva risucchiato tutta l’acqua dalla fontana ed ora era quasi immobile al centro della piazza. Semafori e tavolini, l’insegna del Teatro Nuovo e i corpi di molte persone roteavano quasi in silenzio nell’aria. Mara, insieme alle sue colleghe, si era rifugiata lungo le scale interne, avevano cercato di chiudere ermeticamente le porte prima di allontanarsi e di abbassare gli avvolgibili in ferro.

Erano lì ora a farsi coraggio, ad abbracciarsi, a chiedersi se il palazzo avrebbe resistito. Mara aveva cercato di chiamare anche il fidanzato ma era stato tutto inutile, lui era al sicuro a Pavia, di lì quel giorno non sarebbe passato alcun tornado. Il rumore infernale che imperversava nella piazza ad un tratto sembrò attutirsi. Nessuno aveva il coraggio di muoversi, trascorse quasi un minuto. Fragori lontani. Sirene di ambulanze. Urla strazianti provenienti dalla strada. Nella donna nacque l’irrefrenabile curiosità di osservare come si presentasse la città dopo il passaggio di quella belva assassina.

Aprì la porta dell’ufficio. C’era odore di plastica bruciata. Si avvicinò alla finestra, era tutto intatto. Si mise in ascolto. Il nulla. “Ehi ragazzi” sussurrò “sembra tutto finito”. Non ebbe nemmeno il tempo di sollevare l’avvolgibile: un auto penetrò con forza nell’ufficio e la travolse fracassandole il cranio contro la parete. Quasi non se ne accorse. La casa acquistata con tanti sacrifici sarebbe rimasta vuota per sempre.


Autore : Alessio Grosso

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