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Un salto nella preistoria...Il BUTTERLOCH

Il Butterloch è uno spettacolare canion che il Rio delle Foglie (Bletterbach) ha scavato nelle rocce dell'altopiano di Aldino-Pietralba (Regglberg) ai piedi del Corno Bianco, in Alto Adige.

In primo piano - 10 Agosto 2009, ore 09.30

Ha origini recentissime: solamente quindicimila anni. Nonostante a qualcuno possa sembrare un intervallo di tempo enorme, chi ha dimestichezza con la scala del tempo geologico sa che non si tratta nient'altro che di un battito di ciglia nella vita del pianeta Terra. Proprio intorno a quindicimila anni fa l'enorme quantità di ghiaccio e neve accumulatasi nel corso dell'ultima era glaciale (Würmiano) iniziò a sciogliersi. I fiumi ed i torrenti che ne scaturirono poterono esprimere con una tale potenza la propria azione erosiva da incidere pesantemente il territorio alpino, trasportando i detriti strappati alle montagne per decine, centinaia di chilometri, fino a colmare l'antica vasta depressione marina che oggi chiamiamo Pianura Padana. Uno dei tanti ruscelli originatosi dal disgelo dei ghiacci würmiani fu proprio il Bletterbach, che in poche migliaia di anni aprì una delle più spettacolari "finestre temporali" d'Europa. Risalendo il suo percorso si rivisitano man mano alcune delle più importanti tappe della storia geologica altoatesina. Il fondo del canion è accessibile superando qualche piccola difficoltà che consiste nel discendere i ripidi versanti che lo separano dall'altopiano ed in un tratto ferrato a metà percorso. Prudenza in caso abbia piovuto, perché tali passaggi possono risultare scivolosi e tutto sommato anche pericolosi, considerati i punti esposti e senza protezione. Consiglio di iniziare l'escursione dal parcheggio del maso della Malga Lahner, raggiungibile con una stretta e tortuosa strada asfaltata che si dirama a destra dalla provinciale per Pietralba subito dopo il paese di Aldino. Si scende comodamente seguendo le indicazioni (sentiero numero 3) per una quindicina di minuti fino al ciglio del canion, dove lo stretto canalone si prospetta in tutta la sua bellezza molte decine di metri più in basso. Raggiuntone con un po' di cautela il fondo inizia il nostro viaggio nel tempo. Ci troviamo circondati da potenti fiancate di porfido risalenti a quasi 300 milioni di anni fa, al periodo Permiano. Manca ancora molto all'avvento dei dinosauri. Quando questi imponenti coltri di materiale vulcanico si depositarono non esisteva nulla della nostra amena regione: né boschi, né monti, né valli. Il Trentino Alto Adige, così come tutta l'area centro-europea, era uno sterile deserto sconvolto da violentissime eruzioni. Non esistevano grandi apparati vulcanici: il materiale lavico fuoriusciva prevalentemente da grandi fenditure sotto forma di grandi nubi di cenere incandescente e gas che davano luogo al fenomeno delle "nubi ardenti", in grado di spostarsi a centinaia di chilometri orari fagocitando tutto ciò che incontrano sul proprio cammino. Le grandi fiancate rocciose che vediamo si formarono proprio grazie a ripetuti episodi di questo tipo. Perché si potesse depositare un tale spessore di materiale dovettero succedersi decine e decine di eventi, intervallati da pause che potevano durare secoli o millenni, durante le quali piante ed animali tentavano faticosamente di riguadagnare le posizioni perdute. Trascorsero in questo modo circa venti milioni di anni. Rare ma di valore paleontologico inestimabile sono le tracce di vita di questo periodo. Esse si limitano a qualche impronta lasciata sulle poche zone umide da un piccolo rettile, il Tridentinosaurus Antiquus, una vera e propria "star" tra gli studiosi di mezza Europa. Si prosegue in leggera salita lungo il greto del Bletterbach, solitamente povero d'acqua. Ogni passo compiuto è un avanzamento nel tempo. Cento, mille, diecimila anni...si prova una strana sensazione nel padroneggiare lassi di tempo tanto grandi. Dopo poche centinaia di metri percorse tra le strette fiancate porfiriche la valle si allarga e, superata una cascatella, si entra in un ambiente diverso. Qui la roccia predominante non è più il porfido, ma il prodotto della sua erosione e della successiva deposizione per opera del vento e dell'acqua, l'Arenaria della Val Gardena. Ci troviamo dunque in corrispondenza di rocce appartenenti ad un periodo successivo, in cui le eruzioni erano ormai terminate e l'ambiente era costituito da un'arida pianura. Il mare non era lontano, ma il sole implacabile disseccava rapidamente gli specchi d'acqua rimasti isolati, pietrificandone il fondo che talvolta è stato in grado di custodire fino a noi suggestive collezioni di pesci fossilizzati. Non mancavano corsi d'acqua, probabilmente a carattere stagionale, che hanno lasciato tracce delle loro ondate di piena con caratteristiche increspature della sabbia giunte ai nostri giorni in forma fossile. Non è difficile osservare in questo luogo intere rocce composta da sabbia e detriti cementati, tutti chiaramente orientati nel senso della corrente. Nelle Arenarie di Val Gardena è possibile ritrovare anche le tracce di una vivace attività biologica: fossili di foglie, rami, tronchi, radici, spore oltre che una serie di impronte di animali di rettili di grossa stazza danno l'idea di un certo popolamento di un territorio comunque piuttosto inospitale. Si prosegue ancora nel greto allargatosi a dismisura, tra pareti che nella loro parte superiore sono composte da una formazione rocciosa che annuncia un ulteriore salto nel tempo. Siamo alla fine dell'era paleozoica, circa 250 milioni di anni fa, quando il mare inizia a penetrare con maggior decisione nel territorio altoatesino. Si forma un ambiente di bassi fondali, punteggiato da lagune che nei periodi più caldi lasciavano spazio a spettacolari distese di gesso e salgemma, oggi evidenziate nelle venature biancastre delle pareti attorno al canion. Ma il vero padrone di questo tempo è il Bellerophon, un gasteropode diffusosi a tal punto da dare il proprio nome anche alle rocce del periodo, la formazione a Bellerophon, appunto. Non era certo l'unico organismo che aveva trovato dimora in quelle acque calde e stagnanti. Pesci, granchi, coralli, spugne e ricci di mare preistorici popolavano il fondo, incrementando dopo la loro morte le maestose bancate calcaree che abbiamo intorno. Alziamo lo sguardo, ed ecco sopra di noi l'annuncio di una nuova era, quella dei dinosauri, che si apre con il periodo Triassico. Il colore della roccia si fa diverso, tingendosi di un verde tenue. Si tratta della Formazione di Werfen, depositatasi tra 245 e 235 milioni di anni fa. E' il chiaro indizio che il mare prende piede, si fa più profondo, cancellando il precedente ambiente lagunare. Cambiano di conseguenza anche gli animali che lo abitano e che appartengono ad un contesto prettamente marino. Un lamellibranco, Claraia, si diffonde a tal punto da divenire "fossile guida" per i paleontologi che studiano questo periodo. Così, mentre in altre zone del pianeta i rettili diventano i padroni assoluti, l'Alto Adige è una specie di paradiso tropicale fatto di mare ed atolli corallini degni di un depliant pubblicitario. Avanziamo ancora e siamo all'ultima stazione del nostro viaggio nel tempo. Si prospetta dinnanzi a noi l'era dei grandi rettili, i dinosauri. Prima di entrarvi, però, bisognerà domare il senso di vertigine nel risalire un salto roccioso di qualche decina di metri. Lo si fa grazie ad una scaletta metallica il cui aspetto lascia molto a desiderare. Meglio abbandonare l'impresa in caso si sia in compagnia di bambini o persone poco abili. Per quanto breve, il passaggio non è esente da rischi, pur presentando un aspetto decisamente emozionante. La scaletta è infatti assicurata alla roccia di un antichissimo condotto vulcanico che più di duecento milioni di anni prima della nostra nascita venne a sconvolgere la tranquillità del fondale marino. Ma, superato questo ostacolo, il greto non offre più nessuna resistenza. Si cammina su resti di enormi bancate di corallo, spugne ed alghe calcaree che 220 milioni di anni fa prosperavano nel nostro territorio. I blocchi biancastri che vediamo sparsi ovunque sono costituiti di una roccia chiamata Dolomia del Serla. Le frequenti tracce che rinveniamo su di essa appartengono ad una particolare varietà di alga, chiamata Diplopora, che a questi tempi costituiva vere e proprie praterie sottomarine. Il guscio calcareo di cui era provvista ha favorito, nel corso di un tempo lunghissimo, l'accumulo di uno spessore di enorme potenza. Della Dolomia del Serla, infatti, è composta anche la cima del Corno Bianco, ottocento metri più in alto!

Autore : Marco Bonatti

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