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TOSCANA: un venerdì di collettiva incoscienza

Le copiose nevicate dello scorso venerdì in Toscana hanno messo in evidenza tutta la superficialità, ingenuità e dissacrante ignoranza climatica degli italiani, dall’uomo comune della strada, ai tecnici specializzati al servizio delle istituzione e della comunità.

In primo piano - 20 Dicembre 2010, ore 14.28


Come in quadro del ‘700. Alcuni ragazzi si divertono sull’argine del Bisenzio sabato 18 dicembre, tra giochi talvolta un po’ incoscienti. Il giorno prima l’incoscienza è stata davvero devastante.
Le 16:45. Sono oltre 2 ore che sono in coda: una fila di luci rosse, fotocopiata in bianco dalla parte opposta. Nevica a larghe falde, rumorosi aggregati che si sfarinano sul parabrezza come fiocchi di zucchero. Il telefono muto dalle 14, tanta gente a piedi che di parlare non ne ha proprio voglia. Auto abbandonate alla rinfusa, negozi illuminati, ma nervosamente chiusi anzitempo. Un autobus moribondo conserva gelosamente solo il suo comandante infreddolito, allibito, al telefono che non va! Neve rotonda, grossa e grassa come ceci.
Due ore per mezzo chilometro. L’auto spenta. Il vento sfronda un albero che si inchina grave sulle auto davanti. Non si spezza, ma è sfinito, di gelo e di bianco. Un bambino scivola sotto un auto, lo rialzano. Un ragazzo trascina mesto il suo motorino indemoniato in mezzo alle auto in fila. Sportelli di auto che si aprono qua e là. Un camion adagiato nella scarpata, una coppia di ruote a mezz’aria, schivate appena dalle auto. Neve fitta, tra vento e luci.
Auto, auto e solo auto; tutte insieme, tante, troppe anche per le vaste distese d’asfalto che circondano Campi Bisenzio, dalla A1 alla A11, la pratese, la pistoiese, la barberinese, i grandi raccordi e le circonvallazione, est, ovest, sud, nord, tutto pieno, saturo, intasato come il più ostinato dei lavandini, ingolfato come il più avido dei serpenti. Cavalcavia e sottopassi come trappole di un perfido videogioco. Neve lieve, indecisa, ma continua.
Monto le catene ad un’altra auto. “Sa, sono obbligatorie, ma io non le ho mai montate!” – mi dice. Un piccolo ponte, a senso unico alternato. Un auto di traverso appoggiata ad un furgone. “Io devo andare in Versilia” mi dice un ragazzo sotto la trentina, due scarpe a punta, una giacca di pelle e quattro gomme lisce come linoleum.
“Sono 4 ore che giro intorno a questa autostrada, ci sono passato sotto almeno tre volte, ma non c’è verso di arrivare al casello”. “Non ho mai visto una cosa del genere! Nemmeno nell’85 ne venne tanta!” Dice una signora con nonna al seguito, alla ricerca di un figlio la cui piscina è al di là di un cavalcavia ormai senza significato: un autobus autosnodato si è rigirato aprendosi nel mezzo, un enorme wafer traboccante di crema alla vaniglia. Neve furiosa, densa e appiccicosa, sui fanali e sulle insegne, su cartelli che non indicano più niente.
Infilo un sottopassaggio, si procede, lenti ma si procede. Un barcollante treno di auto mi precede, tutti dietro quell’autotreno, poi l’ennesimo blocco. Un’auto lasciata a bordo strada, impossibile passare per quel bisonte impazzito “Vengo di Romania, qui tutti pazzi per poca di neve!”. Indietro non si torna. Un’ora e mezza e cinque new jersey di plastica dopo, scavalchiamo lo spartitraffico e ritorniamo indietro, o avanti chissà. Semafori inutili sembrano giocare con gli stop delle auto, mentre frotte di pedoni si districano tra il fumo dei tubi di scappamento e pericolose trappole di ghiaccio. Vento e neve, polverosa, asciutta, fredda.
E così per un pomeriggio intero, una sera, forse la notte. La gente lascia le auto alla rinfusa, alcune appoggiate a bordo strada, altre basculanti, altre ancora su marciapiedi invisibili, cordoli di rotatorie percorse contromano. Autoarticolati aggrappati alle rampe di circonvallazioni, pericolosamente ritorti in volute grottesche, gli uni agli altri appoggiati, congelati, abbandonati.
Solitudine nella solitudine di autobus fermi a fermate ormai deserte, file doppie, triple, senza limiti di auto per lo più a motore spento. Autoambulanze con catene incatenate, ingabbiate, in un caos senza capo, ma solo code. Neve fine, rada, puntigliosa nello scegliere i pochi spazi vuoti.
Le 23:30 sono davvero un’esagerazione per 5 km, che nel frattempo sono diventati oltre 30 km. La neve ha smesso di cadere; da adesso in poi a cadere saranno le temperature. Molti da tempo hanno raggiunto le proprie case a piedi, alcuni insistono nelle auto, tra telefoni bollenti, specchietti surgelati e carrozzerie butterate. Due sacchetti di plastica ai piedi e decine di parolacce accompagnano la maggior parte degli sventurati, partiti da chissà dove e mai giunti in nessun posto. Una persona mi vede mangiare, gli offro dei biscotti.
L’indomani c’è chi si sbraccia fra le accuse, chi fa mea culpa ma scarica il grosso delle responsabilità agli altri, chi si scusa, ma non immaginava, chi ha previsto, ma non ha azzardato. Un milione e mezzo di abitanti, in preda all’euforia delle spese natalizie, nel pieno della fuga intelligente del venerdì, attraversati nel mezzo dalla più trafficata arteria autostradale d’Italia, si tramutano in altrettante cavie di un grande esperimento di inefficienza sistemica.
Gli allarmi vengono dati, ma con estrema superficialità e in termini vaghi e imprecisi. Previste possibili nevicate a quote basse o neve in collina per la Toscana significa poco, per i Fiorentini ancora meno, le colline vanno da Fiesole o Settignano in su e 3/4 dei toscani vivono quasi a livello del mare. In città non ce ne vogliono 28 di centimetri, ne bastano 3 per avere un risultato simile.
Le azioni da intraprendere si rinviano fino all’ultimo improcrastinabile momento, quello del “troppo tardi”. Crisi economica? Turnazione impossibile alle soglie del natale? Mezzi insufficienti? Eccezionalità ed imprevedibilità dell’evento? Paura di fare il primo passo? Nemmeno la scuola dove insegno ha chiuso anzi-tempo; le 14:10, come d’orario, come sempre, come mai? L’ora di “buco” a litigare per far stendere un po’ di sale sui gradini; erano solo le 11:00, fiocchi fini, fitti, fissi sulle foglie, come sull’asfalto, su ogni superficie esposta.
Il sindaco di Firenze parla di sovraccarico stradale per chiusura delle ferrovie, delle linee di autobus, delle autostrade e poi dell’aeroporto. Le autostrade denunciano grandi quantità di mezzi impreparati in ingresso tra Prato e Firenze. L’azienda di trasporto urbano ha desistito allorché il comune ha abbandonato a neve e ghiaccio tutte le corsie preferenziali. L’aeroporto non ha sufficienti mezzi di pulizia. Migliaia i micro-tamponamenti, altrettante le cadute, specie quelle dai motorini e dalle biciclette. Linee telefoniche in tilt per incivili chiamate inutili: “Qui a Prato nevica tanto, a Calenzano com’è?” – oppure – “Fai il biglietto, ma aspettami davanti al cinema, arrivo un po’ più tardi, c’è più traffico del solito!”.
Gomme termiche? Catene al seguito? Decine, forse centinaia, migliaia di mezzi, grandi e piccoli, con gomme normali, spesso lisce e talvolta ricoperte. Auto da centomila euro con gomme da kart; camion austriaci, sloveni o di chissà dove senza catene, ma col blocco incombente, si sono riversati in ogni dove cercando di raggiungere un’autostrada inservibile.
Un’autostrada che ingurgita auto e mezzi di ogni genere senza un minimo di filtro, senza chiusure, né informazioni. Utenti divorati dal serpentone di asfalto, impossibilitati ad uscire ci guardavano dall’alto dei sottopassi, tra l’incredulo e l’indemoniato. Un’autostrada già piena fino a Bologna, a continuato a saziarsi di mezzi fino a Roma nord.
Nei centri urbani niente spazzaneve, niente carri attrezzi, niente auto-gru, ma prima ancora niente vigili, né forze dell’ordine, né indicazioni di nessun tipo. Gente impaurita, chiusa nell’auto per paura di approcci indesiderati, aggrappati per finta ad un cellulare spesso inservibile.   
-3°C, ha smesso di nevicare, ora è il ghiaccio a comandare, a farla da padrone dalle cime degli alberi, fin nel profondo delle cunette, in una dolce notte di neve, resa ancora più dolce dall’assenza totale del sale. Già, il sale, pure quello hanno dimenticato di stendere; col ghiaietto sarebbe stato perfetto. Almeno il giorno prima, dopo tre forti gelate, forse era il caso.
Forse proprio il caso ha generato il caos, un’incredibile collezione di errori, un’imprevedibile catena di circostanze, un’indefinita serie di episodi sfortunati, un evento eccezionale. Ma fatemi il piacere! Ho visto solo imperizia, impreparazione e improvvisazione, il tutto condito dalla solita ignoranza meteo-climatica e farcito di travolgenti interessi economici, sempre più spesso consumistici e un’enorme, gigantesca, collettiva incoscienza.
Un pendolare può partire il giorno dopo, un viaggiatore farebbe bene a munirsi di catene, almeno in inverno, per i regali o la serata, perché non rimandare? Le autostrade non siano così avide di ingressi e per i camion bastava prevedere una riduzione del blocco alla sola domenica.
Che dire poi delle città? Dov’è il sale per l’inverno? La prevenzione tanto invocata? I vari piani neve tanto caldeggiati dopo le varie nevicate degli ultimi 5 anni? Sarà stato il venerdì prima di natale, il primo venerdì delle grandi partenze, l’ultimo venerdì delle consegne natalizie, o solo un proverbiale venerdì 17, ma la natura ha tenuto in scacco milioni di persone come solo un tempo le riusciva di fare. C’è scappato purtroppo anche il morto, ma poteva andare molto peggio; si signori, poteva andare anche peggio.
È l’una del mattino, -4°C al termometro dell’auto, esausta e fradicia di neve sciolta fin sotto i tappetini. Mi faccio largo tra auto abbandonate, furgoni in bilico e camion in posa fotografica, non c’è più nessuno nei paraggi, la neve ha vinto, l’inverno ha fatto sentire la sua voce, ma laggiù, sull’autostrada che si arrampica in Appennino, due file di luci fanno da cerniera tra un mondo e un altro, quello di oggi e quello di domani che, speriamo, sia migliore.

Autore : Dott. Giuseppe Tito

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