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Temporali in inverno su Alpi e Valpadana? Difficile ma non impossibile

I temporali al nord sono prerogativa della stagione estiva. Il fenomeno, seppur non proprio frequente, può comunque verificarsi a seguito di talune circostanze circolatorie anche nel corso dell'inverno, vediamo perchè.

In primo piano - 2 Febbraio 2010, ore 10.14

Se facciamo la doverosa eccezione della Liguria, che risulta favorita per motivi orografici legati agli umidi venti provenienti da un mare relativamente caldo rispetto alle masse d'aria che sopraggiungono dall'Atlantico, il resto del nord raramente si trova ad assistere a fenomeni temporaleschi durante l'autunno e ancor più nel corso dell'inverno. Sulle nostre regioni settentrionali infatti la stagione temporalesca per eccellenza è l'estate, periodo in cui la frequenza con cui si manifestano tuoni e fulmini raggiunge i picchi più elevati dell'intera Penisola. Ma perchè in autunno e ancor più in inverno i temporali sulle nostre regioni settentrionali sono rari? Semplicemente perchè manca la fonte primaria di energia, ossia il surriscaldamento solare dei suoli, il cosiddetto "scambio diabatico di calore". In mancanza di riscaldamento solare sufficiente la colonna presenta una stratificazione prevalentemente stabile, con l'aria più fresca intrappolata sulla pianura Padana e nei fondovalle alpini e quella più mite che vi staziona o vi scorre sopra. In talune circostanze però questo equilibrio può venire sovvertito e solitamente quando ciò avviene è da imputare a particolari cause dinamiche. In sostanza si possono verificare diverse situazioni tra le quali ne citiamo due in particolare. La prima prevede la risalita di aria calda, solitamente di origine subtropicale, carica di instabilità latente o di calore sensibile sulla parte avanzante di una saccatura. Quest'aria scorre nei bassi strati tramite un flusso convogliatore caldo che segue le linee guida del cosiddetto "low level jet" (una sorta di corrente a getto secondaria che fluisce intorno a 1500 metri di quota). Lo scorrimento caldo nei bassi strati instabilizza la colonna d'aria; da un punto di vista fisico, lo squilibrio avviene a causa del maggior peso dell'aria fredda e più secca presente in quota al di sopra del cuscino caldo-umido che fluisce al suolo e che cerca in ogni modo la via per salire onde ripristinare il suo stato di equilibrio. Ecco dunque lo sviluppo delle nubi verticali, sotto forma di cumulonembi, solitamente intessuti nelle frange nuvolose di una perturbazione che funge da innesco. Nella seconda ipotesi è l'aria fredda e secca in quota a farsi avanti e a sorpassare la massa nuvolosa della perturbazione, generalmente un fronte freddo del tipo "split front", così chiamato perchè la massa nuvolosa viene divisa in due dal getto. In altre parole la corrente a getto scorre perpendicolarmente al fronte spezzandolo in due tronconi; per motivi dinamici, quello posto a sinistra rispetto alla direzione del getto si intensifica ad opera dell'iniezione di vorticità ciclonica operata dal getto stesso. L'aria fredda e secca che sopraggiunge in quota dunque, si trova inoltre a scorrere sopra quella più tiepida e umida che è rimasta indietro alle quote inferiori e che cercherà in ogni modo di salire onde ripristinare il suo giusto equilibrio. Su quel tratto frontale ne risulterà così una intensificazione nuvolosa che, in determinate condizioni, può predisporre alla costruzione di nubi a sviluppo verticale. Ecco fatto il nostro temporale invernale.

Autore : Luca Angelini

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