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SPECIALE CALABRIA

Dopo i recenti e tristi fatti occorsi in Calabria ci si domanda se si poteva fare qualcosa, se il disseto idrogeologico di questa regione può essere arginato; ma da più parti si rincorrono voci di bieco fatalismo e solito catastrofismo.

In primo piano - 6 Febbraio 2009, ore 11.07

La Calabria, una delle regioni più belle del Mediterraneo, dell’intero pianeta se si considera anche il suo patrimonio storico, artistico, culturale e gastronomico; da Pitagora a Giordano Bruno a San Francesco di Paola, e non tanto per mescolare tutto e il contrario di tutto, come invece sta avvenendo purtroppo nella baraonda generale delle notizie e dei messaggi che si rincorrono in questi giorni. Certamente la regione calabra da un punto di vista geologico, più strettamente strutturale e tettonico costituisce un unicum tanto complesso quanto travagliato. Basti pensare alla varietà di rocce e minerali che la compongono, di strutture e morfologie che la percorrono in lungo e in largo; non c’è una montagna, una valle, una baia uguale ad un’altra. Tanto multiforme quanto attiva, e non solo nel sottosuolo. Devastanti terremoti hanno martoriato questa terra fin dalle origini, segno inequivocabile della sua instabilità tettonica; ma movimenti decisamente impercettibili, sebbene altrettanto profondamente incisivi, la trasformano giorno dopo giorno nell’aspetto e nelle caratteristiche. Una regione in bilico che sprofonda lentamente sul lato tirrenico e si solleva su quello ionico. Il sollevamento dei versanti ionici è talmente rapido (in termini geologici) che la comunità scientifica internazionale ha individuato già da alcuni decenni, precisamente nell’area di Vrica presso Crotone, la sezione di rocce che funge da riferimento per il passaggio dal periodo Pliocene al successivo periodo Pleistocene. Le conseguenze di questa estrema attività si riconoscono nell’articolata morfologia del territorio che, se da un lato ha fornito splendidi paesaggi, varietà di ambienti, protezione e rifugio, dall’altro ha costituito un imponente ostacolo alla raggiungibilità, percorribilità e sviluppo. Le arterie ferroviarie tirrenica e ionica corrono spesso a pochi passi dagli scogli, attraversano letti sterminati di fiumare, aridi e polverosi in estate, torbidi e travolgenti in inverno; le strade di grande comunicazione faticano ad attraversare la regione da un mare all’altro ed hanno più curve di quelle che si incontrano nel sud della Francia passando dall’Atlantico al Mediterraneo. Ma l’esigenza dello sviluppo corre, come sempre, da sud verso nord; si è quindi cercato di rispondere con una cosiddetta Grande Opera: L’autostrada Salerno Reggio-Calabria. Un’autostrada nata senza pedaggio; quasi un segno del destino. Non un regalo, ma una cambiale fatta di mille e mille gabelle, non ultime quelle degli assalti stile far west, o dei cantieri infiniti, sempre più spesso indefiniti. Un’autostrada in rianimazione, una rete stradale in coma vegetativo ed una ferroviaria in crisi di astinenza (molti vecchi espressi non esistono più, ma di eurostar e alta velocità da quelle parti non se ne parla nemmeno) che vivono sempre sull’orlo della dismissione. È bastato un inverno più piovoso, decisamente più piovoso della media è vero, per mandare in fibrillazione un intero territorio. In realtà di danni, vittime e catastrofi meteorologiche la cronaca della Calabria ne ha parlato spesso anche d’estate. Adesso però le notizie si rincorrono, e con esse le foto, le testimonianze i reportage… I media nazionali, quelli che contano… i telespettatori, ci hanno messo le mani, anzi no! Solo occhi e orecchie; così ogni giorno è un bollettino di frane, smottamenti, interruzioni, abbandoni, crolli ecc. ecc. Hanno provato prima a prendersela con il tempo (leggasi riscaldamento globale ecc.); ma pensandoci bene è inverno, e da queste parti se non piove d’inverno è una vera tragedia, non per pochi, ma per tutti. È piovuto più della media, in alcune zone più del doppio, troppo in pochi giorni; ma il problema di base resta la vulnerabilità del territorio. Se le strade rovinano, le scarpate franano, le colline di argilla si sciolgono non sarà solo colpa della pioggia. Anche altrove piove tanto, anche altrove ci sono zone fragili e dissestate; ma effetti così disastrosi e diffusi non sono accettabili. La cultura della prevenzione e l’intelligenza di ciò che può succedere, soprattutto dove è già successo, non ha ancora insegnato niente a chi gestisce il territorio e i suoi abitanti. Ma il fenomeno nel frattempo ha assunto dimensioni sproporzionate e da Scilla a Campotenese è tutta una frana. Se poi agli eterni lavori ordinari si aggiungono anche quelli straordinari di ripristino, la paralisi è cosa fatta. Allora adesso se la prendono con il territorio; il dissesto idrogeologico della Calabria va oltre le umane capacità di gestione. Il dissesto della Calabria è diverso da quello di “altrove”. Nei giorni scorsi ho udito in trasmissioni scientifiche sulle reti nazionali (i cosiddetti approfondimenti) che la Calabria è geologicamente “ballerina”, più di tutte le regioni italiane e… se ogni tanto gli scivola il “vestito di dosso” è proprio perché balla troppo. Qui non si tratta di frane strutturali, di eventi a grande scala; sono smottamenti del terreno, scarpate che si riversano lungo le strade, strade che scivolano lungo i versanti, opere idriche, di consolidamento o di manutenzione (muretti, cunette, paramassi, canalette, barriere, ecc…) che si disgregano senza opporre resistenza. Ho personalmente constatato che molte scarpate frutto dei recenti lavori per l’ampliamento a terza corsia, nel tratto tra Sicignano e Eboli sulla SA-RC, sono miseramente franate, nel migliore dei casi, a bordo strada. Non un inverno alle spalle. Tratto campano, chissà in quello calabrese… Cosa dire della viabilità secondaria, dei borghi, dei paesini sparsi in ogni dove, delle masserie isolate o dei complessi costruiti a ridosso delle poche aree pianeggianti solcate da immense fiumare. Non si costruisce sul greto di queste ultime, solo perché i segni delle piene sono sempre troppo evidenti. Ma fatta eccezione per questa e poche altre situazioni, è tutto un rincorrersi di abusivismo, lassismo, ignoranza e presunzione. Per favore non prendiamocela con il clima, con la geologia e tutto quanto non può avere colpa; nascondere i cocci sotto il tappeto non è mai servito a nessuno. Se non vogliamo pagare con la vita, anche se è solo quella degli altri; svegliamoci! Chiediamo ciò che ci spetta di diritto, almeno di sapere se ciò che si sta facendo, costruendo, edificando ecc. risponde a criteri di sicurezza, di sostenibilità territoriale e ambientale, rispetto degli equilibri naturali. Non c’è dissesto e dissesto, ma solo regione e regione; purtroppo.

Autore : Giuseppe Tito

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