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Sole, pioggia, vento e temporali: anche mitologia, poesia e musica subiscono il fascino della meteo

Dagli antichi greci ai grandi poeti. Dai cantanti del passato a Loredana Bertè: tutti hanno sempre guardato il cielo con stupore e meraviglia.

In primo piano - 8 Maggio 2004, ore 08.29

Da quando l'uomo ha alzato gli occhi in alto per osservare la volta celeste, la sua fantasia ha iniziato a popolare il cielo di immagini, leggende e storie di fantasia che ancora ci affascinano per la loro originalità. Così, alle costellazioni notturne sono stati dati nomi di animali, oggetti, divinità, mentre le nuvole, con le loro forme bizzarre e la loro capacità di scaricare fulmini e precipitazioni, sono divenute appannaggio degli dei dell'Olimpo greco. Non a caso, Zeus aveva nel lampo la sua arma più micidiale; il signore dei venti, Eolo, dimorava nelle omonime isole spesso spazzate da raffiche impetuose; Poseidone col suo tritone comandava i marosi tanto da poter decidere le sorti delle battaglie per mare; Apollo guidava instancabile il carro del sole. Anche gli antichi romani hanno cercato di scandagliare i segreti del cielo, se ne ritrova traccia nelle osservazioni di Plinio, e persino nelle descrizioni geografiche di Giulio Cesare. Per gli Etruschi poi, la caduta di un fulmine era un evento che richiedeva l'interpretazione degli indovini: se cadeva ad est delle loro terre era di buon auspicio, ad ovest una sciagura certa. Oggi è ben noto che, su quei territori, tra alto Lazio e bassa Toscana, i temporali provenienti dal Tirreno destano sicuramente maggiori preoccupazioni di quelli che avanzano dal vicino Appennino... Il sottile fascino della meteo ha, da sempre, ammaliato la mente degli uomini che, spesso non comprendendone i meccanismi profondi, hanno cercato di immortalarlo in poesie e romanzi pieni di descrizioni bucoliche. Già Dante, tra le pene infernali inseriva delle tempeste senza fine, dei laghi congelati, dei venti portentosi. Altri poeti hanno sublimato nei loro versi le prime rudimentali osservazioni meteorologiche. Come ad esempio Leopardi, nei quadretti idilliaci che aprono molti dei suoi componimenti (una su tutti, "La quiete dopo la tempesta") oppure nei dialoghi della Natura con un Islandese che si lamenta della rigidità del clima delle sue terre; celeberrima la "nebbia agli irti colli che piovigginando sale" di Carducci; la minuziosa descrizione della "pioggia nel pineto" D'Annunziana... e se ne potrebbero citare molti altri. E nella musica? Come potevano mancare le citazioni meteo anche nelle canzoni? Il panorama è davvero sconfinato. Spesso le città sono vissute nel mezzo di un temporale, oppure si canta alla bellezza di una calda giornata di sole dopo un episodio di forte maltempo nella famosissima aria. Si nominano pomeriggi azzurri, venti caldi dell'estate, acquazzoni che si abbattono improvvisamente, la pioggia che va... Uno straordinario esempio di osservazione meteorologica "in versi" è senz'altro il testo della canzone "Il mare d'inverno" interpretato dalla Bertè. Alcuni passi recitano: "...e verso l'interno, qualche nuvola dal cielo si butta giù. Sabbia bagnata, una lettera che il vento sta portando via..." oppure "...Macchine tracciano solchi su strade dove d'estate la pioggia non cade...", "...passerà il freddo e la spiaggia lentamente si colorerà...". La simpatica e tempestosa Loredana, che ogni giorno ci regala autentici momenti di interpretazione Shakespeariana nel reality show di Rai 2, avrà sicuramente subito il fascino di intere giornate col mare in tumulto mentre scriveva quella canzone. Gli eventi del cielo hanno da sempre esercitato un fascino magnetico sulle persone, inutile negarlo, se ne ritrova traccia in moltissime forme d'arte, espressione dei sentimenti e dei vissuti umani. Per chi, come noi, si interessa con passione a perturbazioni, venti, nevicate, ondate di caldo, giornate assolate, rovesci e temporali, ben si addice l'inizio di un'altra notissima canzone: "Quante volte ho guardato il cielo...".

Autore : Simone Maio

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