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Si torna a parlare di DIOSSINA

Ritorna l'incubo diossina? Il micidiale veleno torna a far paura in Italia dopo l'incidente di Treviso.

In primo piano - 27 Aprile 2007, ore 09.38

Da giorni si susseguono annunci contrastanti da parte delle autorità locali: prime le rassicurazioni che avevano escluso la formazione di questo pericoloso inquinante nell'incendio scoppiato il 18 aprile allo stabilimento De Longhi. Poi i rilievi dell'Arpav (l'Agenzia Regionale di Protezione Ambientale del Veneto) secondo cui invece diossina in quei fumi, nelle immediate vicinanze dall'incendio, era di almeno tre volte la quantità prodotta da un inceneritore di rifiuti. Gli esperti al momento cercano di rassicurare la popolazione confermando che le quantità di diossina presenti nell'aria non sono una minaccia per la popolazione. Ma basta quella parola a suscitare molti brutti ricordi a cominciare da quello di Seveso, il comune del milanese investito il 10 luglio del 1976 da una nube tossica uscita dallo stabilimento Icmesa: un nube che uccise piante e animali, provocò malattie della pelle e paura in migliaia di cittadini, è che è probabilmente all'origine di molti casi di tumori. Lo stesso tipo di inquinante (noto anche come Tcdd) viene prodotto quotidianamente anche da molti inceneritori di rifiuti, di cui le associazioni ambientalista hanno spesso chiesto la sostituzione con impianti più moderni e sicuri. Sui pericoli della diossina si sa molto, dagli studi sugli animali come da quelli epidemiologici sugli esseri umani. É un distruttore endocrino, cioè una sostanza che interferisce con i meccanismi di segnalazione ormonali, provocando tumori, infertilità, difetti nel nascituro (nel caso di donne in gravidanza). Sul suo reale meccanismo di azione, però, la scienza ha ancora poche certezze. Proprio poche settimane fa ha fatto un po' di chiarezza uno studio su Nature, curato da Fumiaki Ohtake e colleghi della Japan Science and Technology Agency. I ricercatori giapponesi hanno dimostrato che la diossina forma degli enzimi atipici che si inseriscono nel meccanismo dell'ubiquitina, il cosiddetto "spazzino" delle cellule, che regola la distruzione e il riciclo delle proteine, e la cui spiegazione è valsa il Nobel per la medicina del 2004 (Un nobel per tre): in pratica, fa sì che i recettori degli ormoni estrogeni e androgeni passino erroneamente come "spazzatura cellulare" e vengano distrutti, innescando una catena di eventi negativi.

Autore : Luca Savorani

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