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Settantadue parole per dire ghiaccio

E soli due aggettivi per descrivere la paura.

In primo piano - 4 Settembre 2010, ore 10.24

Donato Vassalli e Paolo Barcucci hanno attraversato la Groenlandia centro occidentale, nella regione della Disko Bay (oltre 300 chilometri a nord del Circolo Polare Artico) dal 14 al 28 aprile 2001.

La fine di aprile è un periodo ottimo per visitare questa terra, un periodo che ha del “magico”, perché il sole splende per più di venti ore al giorno e il cielo non conosce mai il buio. Ma è anche un periodo in cui comandano le bizzarrie del tempo: tempeste improvvise e soprattutto venti che possono raggiungere anche i 120 chilometri all’ora.

Con l’intero terreno ricoperto dal manto ghiacciato. Come ambientazione non c’è male: al solo considerare le caratteristiche fin qui descritte c’erano già tutti gli elementi per fare di questa spedizione un concentrato d’avventura. Nella lingua dei discendenti degli Inuit – l’antico popolo della Groenlandia – esistono ben settantadue modi diversi per indicare il concetto neve/ghiaccio. Perché si tratta di un concetto fondamentale per chi vive in una terra in cui gli occhi degli uomini sono abituati a distinguere tutte le sfumature che dall’azzurro si perdono nel bianco più candido. E non è cosa irrilevante: saper “leggere” nei toni del ghiaccio significa sopravvivenza.

Significa cioè sapere dove il ghiaccio è più o meno fino, dove ci si può inoltrare, dove si può azzardare un percorso. Questione di vita, sostanzialmente. E di fronte alla vita settantadue parole non sono troppe. Nemmeno la paura è troppa, in una spedizione di questo tipo. Ma con la paura bisogna farci i conti, accettarla, digerirla, trasformarla in uno stimolo alla curiosità. “C’è una paura bianca e una nera – racconta Donato Vassalli, 37 anni, medico con la passione per le sfide, uno dei due uomini che hanno partecipato all’esperimento-Groenlandia – La paura nera ti viene quando qualcuno ti punta una pistola contro, è un sentimento che ti paralizza. L’altra, quella bianca, invece ha a che vedere con situazioni particolari, come quando sei tu e la natura.E’ una paura bella. Ti fa ritrovare te stesso, ti spinge a far pulizia di tutti i tuoi falsi valori”.

Quella provata in Groenlandia da Donato Vassalli e Paolo Barcucci appartiene a questa seconda categoria di spavento. Ambedue hanno sperimentato che la curiosità è uno stimolo enorme alla conoscenza, che sovrasta qualsiasi tipo di tremore alle ginocchia. Cosa può fermare un uomo che vuole verificare in prima persona – sperimentare con tutti i propri sensi – se quel che si dice, nei libri, della Groenlandia è vero o no? Se esistono ancora tracce dell’antico popolo degli Inuit, se è vero che i ghiacciai si stanno ritirando e se questo mette in pericolo la vita degli orsi, e se anche lì l’inquinamento provoca danni e quanti... In pratica è l’idea della frontiera mobile.

Della linea di confine che si sposta sempre un po’ più avanti per alimentare e rendere costantemente insoddisfatto il proprio desiderio di conoscenza. E questo lo si vive solo nei posti in cui la natura è ostile: la differenza tra viaggio e turismo è tutta qui. Il risultato è una parola sola: avventura. “Abbiamo trascorso dieci giorni interi senza poter telefonare – ricorda l’altro viaggiatore, Paolo Barcucci, 45 anni, fotografo ed editore – e al decimo giorno quando siamo finalmente arrivati in un villaggio ci hanno detto che le linee erano cadute e non era possibile nessuna comunicazione con l’estero.

Per non parlare poi della voglia di farsi una doccia frantumatasi contro la mancanza d’acqua corrente”. Ma l’avventura non si riduce a qualche briciola di scomodità, naturalmente. E’ soprattutto dormire una notte sulla slitta chiusa, ricoperta di pelli di foca, con un fornello acceso e fuori una temperatura di meno trenta gradi.

E’ mangiare carne di foca mandando giù tutti i pregiudizi di occidentali snob pronti a battersi contro la caccia a questo mammifero, senza sapere che per alcune popolazioni si tratta di pura sopravvivenza. E’ sorridere a una guida Inuit, dopo avergli insegnato a fischiettare “Vecchio scarpone”.


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