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Prof. FORTI a MeteoLive: "scienziati che vanno controcorrente derisi, i libri di testo sulle glaciazioni sono da riscrivere" Le prove nei suoi studi

Seconda parte della lunga intervista al Prof. Fabio Forti, speleologo, uno dei massimi esperti di carsismo, studioso di paleoclimatologia.

In primo piano - 27 Ottobre 2006, ore 10.26

Ecco la seconda parte dell'intervista al Prof. Forti sulla quale vi invitiamo veramente a meditare. Sono parole forti come il cognome di chi le pronuncia, destinate certamente a lasciare il segno. Caporedattore GROSSO: Professore, secondo lei esiste uno scientifically correct nel mondo della scienza come per la politica? In altre parole se uno scienziato va controcorrente rischia veramente di essere emarginato e tacciato di protagonismo? Prof FORTI: credo che succeda ancora peggio, nel senso che malgrado la negazione con derisione delle sue idee e delle sue scoperte, queste vengano in tempi successivi, per i più svariati motivi, utilizzate, talvolta dimenticando chi le aveva formulate per primo! Da ricordare il pietoso esempio del Wegener sulla deriva dei continenti, che è stato per lunghi anni contestato ed in alcuni casi anche deriso, per poi... Una "spiegazione" di tanto accanimento, sarebbe dovuta al fatto che talvolta certe scoperte stravolgano in modo impietoso delle "verità" scientifiche ormai consolidate da decenni, se non da secoli. Penso che rendere note tali nuove "scoperte", potrebbe significare che si dovrà cambiare tutti i libri di testo, ridiscutere quanto hanno allora affermato i grandi studiosi che le hanno formulate e sostenute e porre in imbarazzo gli studiosi recenti ed attuali che continuano a sostenerle. Ma forse i motivi sono anche altri e non credo di essere la persona adatta per tali giudizi su quanto sopra esposto! Caporedattore GROSSO: Si parla tanto di ritiro ciclico dei ghiacciai: in base allo studio delle concrezioni delle grotte: si sono avute conferme ad esempio che durante il periodo dell’optimum climatico medievale le Alpi fossero quasi completamente sgombre da nevi e ghiacci? Prof. FORTI: attenzione, non siamo ancora in grado attraverso lo studio dell’evoluzione del concrezionamento calcitico presente nelle cavità carsiche, di operare nell’arco di pochi secoli. Bisogna notare che solamente da una decina d’anni dopo lunghe osservazioni in diverse grotte, anche al di fuori del Carso, abbiamo avuto la certezza del grande cambiamento climatico avvenuto verso la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene. Notiamo che non esiste precedente letteratura scientifica sull’argomento, pertanto trattandosi di una - novità assoluta – mai prima segnalata, dobbiamo agire in queste nuove ricerche con prudenza, non conoscendo ancora completamente tutte le "cause" che hanno provocato questo cambiamento climatico a livello globale. Possiamo dire che le ricerche con accurate misurazioni sull’evoluzione del concrezionamento calcitico, le abbiamo iniziate solamente alcuni anni fa, quelle sistematiche sono attualmente in corso, ci vorrà quindi ancora un po’ di tempo per scendere nei "particolari" che Lei ed altri mi domandano. Caporedattore GROSSO: so che Lei in conclusione di questa chiacchierata vuole fare qualche considerazione importante, Le lascio la parola... Prof. FORTI: si è vero. Desidero precisare quanto segue: come ho già accennato, sulla base delle mie lunghe osservazioni e ricerche, sulle morfologie e sui depositi di riempimento fissi e mobili delle grotte, è stato un po' alla volta accertato che vi era una somma di indicazioni che ci fosse QUALCOSA DI COMPLETAMENTE DIVERSO SUL CLIMA DELLA TERRA, rispetto a ciò che era stato proposto agli inizi del XIX secolo. In altre parole nel corso del Pleistocene, non c’era stata una condizione "glaciale” bensì una "diluviale". Ovviamente anche nell’ambiente esterno alle grotte carsiche il clima non poteva essere stato diverso ed ho deciso così di fare alcune "verifiche". Ho ripercorso con pazienza molte valli del sistema prealpino ed alpino delle Carniche, delle Giulie, Dolomiti, Alpi Centrali e diverse zone montane della Slovenia e dell’Austria. Sconcertante il fatto che tutti gli elementi geomorfologici indicavano con chiarezza la presenza di "valli" profondamente incise, "forre", "gole", geneticamente condizionate da apporti idrici di grandi portate e di forte scorrimento, riferibili quindi a situazioni di evidente tipologia “diluviale”. Solo per inciso, per tagliare le strette e profonde “forre” nelle compatte rocce calcaree e dolomitiche, presenti numerose tra le valli nel sistema alpino, sono necessari dei tempi assai lunghi e fortissime portate idriche (a differenza di quelle attuali). NESSUNA MORFOLOGIA legata ad un PERIODO GLACIALE, può produrre un’INCISIONE prevalentemente meccanica così PROFONDA qual‘è quella di una "forra". SBALORDITIVO quanto segue! (Ndr) Le grandi piovosità pleistoceniche produssero inoltre, in particolare nelle zone alpine, la formazione di immense colate detritiche, falde di detrito, grandiose conoidi di pietrame, che molto spesso in particolare nelle zone prealpine ed in quelle carsiche dell’area del Carso e dell’Istria, sono state successivamente "cementate" da un concrezionamento calcitico, dando luogo ad una evidente morfologia di "brecce", che come noto, può avvenire SOLAMENTE in CONDIZIONI CLIMATICHE CALDO-UMIDE. Nel corso dell’Olocene con la cessazione delle grandi piovosità e l’incrudirsi del clima, le piogge di intensità assai più moderata essendo però più fredde, provocarono gradualmente un’aggressione chimica sulla cementazione calcitica di queste "brecce", dando luogo a dei franamenti di blocchi di brecce, con la formazione di evidentissime "nicchie di distacco". IMPORTANTE!!! (ndr) FIUMI e GHIACCIAI Vorrei parlare anche della morfologia dei grandi laghi alpini, dei fiumi che dalle articolate valli montane sono defluiti con le loro enormi portate nelle pianure, dando luogo a degli immensi terrazzi costituiti da materiali (blocchi rocciosi, massi, detriti, sabbie, fanghi), che sono stati descritti invece come degli "apparati morenici"!!! Mi fermo qui, ma l’elenco potrebbe continuare. L'ORSO Desidero ancora citare un altro caso piuttosto enigmatico sulla presenza del "periodo glaciale" sulla nostra catena alpina. Nel 1987 è stato scoperto un ricco giacimento ossifero ad Ursus spelaeus in una grotta a 2800 metri di quota sulle Conturines (3077 m s.l.m.), tra la Valle di San Cassiano e la Valle di Fanes grande, nelle Dolomiti. Stupisce una così grande presenza di questo animale scomparso verso la fine del Pleistocene, legato ad ambienti forestali e non certamente ad inospitali zone di alta montagna completamente prive di vegetazione, almeno nelle condizioni climatiche attuali. Ma nel corso dei cosìddetti "periodi glaciali", secondo il mio modesto punto di vista, lassù certamente nessun Ursus spelaeus ci avrebbe potuto vivere, transitare e tanto meno nutrirsi! Tutto fa pensare che anche a quelle quote doveva esserci un clima più caldo-umido e piovoso e certamente a breve distanza c’era un ambiente forestale, altrimenti la loro tranquilla sopravvivenza a quelle quote per questi orsi cavernicoli sarebbe stata praticamente impossibile, poiché anche nella zona dolomitica la supposta copertura glaciale avrebbe dovuto superare spessori di 1000–1500 metri! A comprova di questo "stato climatico pleistocenico" DECISAMENTE NON GLACIALE, in un opuscolo di C. Neri & F. Russo (senza data), edito dalle Aziende di Soggiorno dell’Alta Badia c’è una foto dell’interno di questa grotta, con una notevole e grossa stalagmite appoggiata ad una parete della cavità, attualmente inattiva, che certamente non poteva avere avuto origine e svilupparsi, nell’arco di alcune centinaia di migliaia di anni, alla quota di 2800 m s.l.m., in condizioni climatiche di "tipo glaciale"!

Autore : Alessio Grosso intervista il Prof. Fabio Forti

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