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Previsioni stagionali: dalla tripla al ritorno al futuro, le tecniche si aggiornano

Queste pazze previsioni stagionali.

In primo piano - 17 Settembre 2014, ore 10.27

Non so se affrontare l’argomento di oggi in modo ironico o meno, vediamo come va nelle prossime righe. Forse non a tutti la ‘tripla’ ricorda qualcosa. Dico ricorda perché si tratta di totocalcio, l’ormai praticamente dismesso sistema di scommesse sportive legalizzate. Lo so, appartiene al Paleozoico, ora ci sono you bet, il superenalotto, la Sisal e tanti altri simpatici sistemi di farsi sfilare soldi dalle tasche convinti che possano tornare moltiplicati. Ma la tripla è la tripla, 1X2, vuoi mettere che soddisfazione poter prevedere tutti i risultati possibili?

Ecco, viste le magre figure degli anni scorsi, concretizzatesi tra inverni previsti miti e arrivati gelidi e estati previste aride e arrivate monsoniche, un gruppo di coraggiosi ricercatori/previsori di Sua Maestà ha sentenziato che il prossimo inverno, come gli altri che seguiranno, sarà probabilmente da molto mite, umido e tempestoso a molto freddo e nevoso. All’origine di cotanto imprevedibile comportamento che però così facendo sarà comunque efficacemente previsto (evitando le brutte figure), dovrebbe esserci una accentuata variabilità della NAO, l’indice barico atlantico che modula le sorti meteorologiche di un bel pezzo d’Europa, noi compresi, ma soprattutto dell’albione.

Tanto si legge nel comunicato stampa dell’università che ha patrocinato un nuovo studio il cui abstract, per fortuna, lascia trapelare un approccio ben più serio. Di particolare interesse, credo, il richiamo che gli autori fanno agli spostamenti della massa atmosferica, ovvero alla presenza di frequenti anomalie positive del campo di massa alle alte latitudini artiche, perché è lì che si cela la chiave del carattere della circolazione atmosferica invernale e del tempo sull’Europa. Ma non è da meno anche la presa d’atto che tanto il comportamento della NAO, quanto le modifiche alla circolazione che ne sono derivate, abbiano trovato una replica efficace nella generazione corrente di modelli climatici. In poche parole gli attuali modelli non solo non si sono accorti che la temperatura del pianeta ha smesso di crescere, ma neanche che la musica è completamente cambiata anche a livello di pattern atmosferici.

Direte, va bene, ma non è compito dei modelli climatici restituire informazioni sul breve periodo, per esempio quello decadale cui si fa riferimento in questo lavoro, anche perché non sono strumenti ideati per questo. Non è esattamente così, il perché ce lo chiarisce un altro momento piuttosto divertente delle dinamiche della scienza del clima.

Trattasi di ritorno al futuro. Dall’NCAR fanno sapere che se avessimo avuto a disposizione gli strumenti di oggi, dieci anni fa avremmo potuto prevedere l’attuale assenza di trend nella temperatura media del pianeta. Bastava, come hanno fatto, aprire una botolina e ficcare nei modelli la variabilità naturale, cioè, per esempio, il fatto che l’Oscillazione Decadale del Pacifico (PDO) ha virato verso il segno negativo, raffreddando ben bene tutto il sistema. Sicché, con un paper uscito su Nature Climate Change, pare che ci si stia rendendo conto che le condizioni iniziali, normalmente riferite ai modelli meteorologici, siano importanti anche per quelli climatici, almeno nel breve-medio periodo. Vale a dire, la realtà c’è, usiamola. Un bel passo avanti per un mondo in cui il virtuale è da sempre surrogato del reale come quello della moderna passione per le previsioni centenarie. E così, la curva prevista delle temperature ha incontrato quella osservata nei modelli in cui, per caso (sic!) la variabilità naturale collegata alla PDO coincideva con l’osservazione del segno negativo della stessa.

E domani? Ah, domani…Innanzi tutto, c’è bisogno ancora di molta ricerca. Poi, naturalmente, si dice in giro che il global warming tornerà a ruggire presto, nel giro di pochi anni. Strano però che gli autori abbiano deciso di abbandonare così presto questa nuova tecnica di inizializzazione dei modelli tornando al dogma più CO2 uguale più caldo, perché la PDO è ancora negativa e molto probabilmente tale resterà per un’altra ventina d’anni. Ma l’AGW è l’AGW!

Nota di Redazione: si ringrazia il meteorologo Guido Guidi di www.climatemonitor.it per la concessione.

 


Autore : Guido Guidi (www.climatemonitor.it)

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