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Polo Nord "tropicale", ma non troppo

Alcune precisazioni ed approfondimenti sull'articolo relativo alle condizioni tropicali del Polo Nord 55 milioni di anni fa.

In primo piano - 20 Ottobre 2005, ore 09.37

Come si evince dalle recenti ricerche e dai relativi studi effettuati sulle rocce del fondale del Polo Nord (vedi articolo), quest'area ha subito numerose trasformazioni nel corso delle passate ere geologiche. Nel periodo considerato, ossia tra 55 e 50 milioni di anni fa, agli inizi di quello che è noto a geologi e paleontologi come "Eocene", il nostro pianeta ha attraversato uno delle fasi più calde e umide della sua storia recente; molto simile al più noto periodo "Carbonifero"; per intendersi quello in cui si formarono gran parte dei più importanti giacimenti di carboni fossili. Più o meno similmente al Carbonifero, anche durante l'Eocene inferiore la terra era ricoperta, per gran parte della sua estensione, da immense foreste; ma con differenze sostanziali. Nel Carbonifero si incontrano infatti solo piante arcaiche, definite come crittogame, caratterizzate da una riproduzione a base di spore e non di semi, ma soprattutto capaci cioè di crescere in condizioni di luce ridotta. Le foreste dell'Eocene erano invece molto più somiglianti a quelle attuali, con piante a seme ed alberi misti tra conifere e latifoglie, nonché varie rampicanti e appunto felci. Le piante erbacee erano invece meno diffuse che nelle condizioni attuali, come noto notevolmente più fredde ed aride. La temperatura media del pianeta era allora di circa 15-18°C superiore a quella attuale ed è quindi logico attendersi (come abbondantemente testimoniato da resti fossili animali e vegetali) che biomi simili alle foreste tropicali attuali si estendessero molto più a nord di oggi. Nelle poche zone montuose si sviluppava probabilmente una foresta di tipo monsonico, più lussureggiante ed umida che altrove. In effetti le catene montuose ed i rilievi erano poco estesi ed il livello medio dei mari era di molte decine di metri superiore a quello attuale. Non si registrava attività endogena come invece accade oggi (terremoti, vulcani e simili erano molto più rari); ma la deriva dei continenti era comunque tacitamente attiva, proprio come oggi; come lo è d'altronde stato sempre, con ritmi più o meno blandi. Da una raccolta di dati notevole si evince che le calotte polari non esistevano, ossia non c'erano ghiacciai continentali ai poli geografici; inoltre le escursioni termiche fra il giorno e la notte dovevano essere molto limitate a causa dell'estesa e persistente nuvolosità ed umidità. Il nostro pianeta doveva somigliare insomma, proprio ad una grande serra. Dopo questa estesa ma necessaria premessa è possibile quindi riflettere su alcuni aspetti relativi all'articolo pubblicato che, se da un lato raccontano di un Polo Nord "tropicale", dall'altro non tengono conto di certi parametri inderogabili che rendono questa affermazione meno precisa ed eclatante. In primo luogo bisogna considerare il fenomeno dello spostamento delle placche tettoniche; in secondo luogo l'angolo d'incidenza dei raggi solari e l'alternanza stagionale; in ultima analisi si parla di temperature medie e non di estremi termici. Relativamente al primo punto, dalle ricostruzioni paleogeografiche relative al Paleocene-Eocene si evince che la porzione di crosta terrestre, che oggi si trova in prossimità del Polo Nord geografico, si trovava invece da 20 a 30° di latitudine più a sud, ossia a livello dell'attuale Scandinavia. Si tratta ovviamente e comunque di un fatto eccezionale trovare felci tropicali a livello della Svezia. Al Polo Nord Eocenico c'era insomma un'altra porzione di crosta terrestre e forse non si trattava nemmeno di terre emerse. Ad ogni modo qualunque fosse stata la temperatura e l'umidità, a nord di una certa latitudine (e qui entra in gioco il secondo punto)l'insolazione è molto ridotta, sempre e comunque. È ridotta per via di un basso angolo di incidenza dei raggi solari praticamente tutto l'anno. È inoltre molto ridotta anche per l'alternanza stagionale dal momento che nel semestre invernale, a partire dal Circolo Polare Artico e procedendo verso il Polo, la durata del giorno diminuisce sempre di più e il fenomeno della notte polare diviene sempre più lungo. In tali condizioni nessuna pianta potrebbe crescere, a meno di drastici adattamenti e prolungati periodi di dormienza. Si tratterebbe comunque di forme pioniere, piccole ed insignificanti; non di certo felci o alberi e quant'altro di tipico per un ambiente forestale, tantomeno tropicale. Per quanto concerne il terzo ed ultimo punto, c'è da dire che l'escursione termica annua ai poli, benché la temperatura media del pianeta fosse molto più alta, doveva essere comunque notevole e poco compatibile con una foresta caldo-umida. Non dimentichiamo che la notte polare significa un periodo di completa oscurità che, nonostante l'eventuale persistente nuvolosità, tende a far scendere progressivamente le temperature a valori molto più bassi di quelle del corrispondente "giorno polare". La mancanza di grandi catene montuose, nonché un Oceano Atlantico ancora molto stretto e praticamente "occluso" verso Nord, devono aver favorito una maggiore zonalità del clima e delle correnti in genere, relegando le aree polari al margine degli scambi di calore meridiani. Insomma una re-analisi più approfondita che ci restituisce un Polo Nord geografico (nell'Eocene) molto più caldo dell'attuale, ma non di certo ricoperto di foreste tropicali.

Autore : Alessio Grosso

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