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Pacchetto clima? Questione di business

Dietro ai buoni propositi ci sono interessi milionari che stanno alla base della drastica presa di posizione di alcuni Paesi europei contro l'Italia che, come spesso accade, risulta al momento il fanalino di coda.

In primo piano - 27 Ottobre 2008, ore 11.50

Si sa, a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca. E se andiamo a spulciare tra le carte del clima i buoni propositi sono molti ma nascondono risvolti che all'apparenza nessuno si aspetterebbe ma che in realtà hanno fatto della questione clima un vero e proprio business. L'Unione Europea in questi ultimi anni, sotto la spinta (poco disinteressata) dell'ente nato e voluto per mettere in luce la pratica "clima", ovvero l'IPCC, si è prodigata per tentare di trovare una strada che permettesse da un lato la continuazione del processo di sviluppo e di modernizzazione delle tecnologie, dall'altro di rendersi utile anche alla risoluzione dei problemi del riscaldamento climatico e della salute pubblica. Lasciando da parte l'inutile Kyoto e dintorni, l'UE alla fine ha cercato di mettere a punto un programma cosiddetto "salva-clima" che mettesse tutti gli Stati europei su un unica linea. Il programma ha preso il nome di Pacchetto Clima; e fin qui i buoni propositi. Nella messa a punto di codesto pacchetto però si sono subito aperte divergenze profonde tra vari Paesi, ivi compresa anche l'Italia. Per quale motivo alcuni Stati vorrebbero spingere con decisioni intransigenti sul Pacchetto Clima mentre altri riconoscono di non essere all'altezza dei propositi e che il gioco non vale la candela? Semplice, perchè i propositi di taluni Paesi moralizzatori proprio disinteressati non sono, anzi. Scavando a fondo si evince subito che intorno al discorso clima si è costruito un enorme castello d'affari che ha prodotto una nuova linea industriale; quella del verde a tutti i costi. Che significa? Significa che Danimarca, Germania, Spagna e Inghilterra spingono sui provvedimenti salva-clima in quanto produttori delle innovazioni tecnologiche che permetterebbero di rientrare in quei parametri accordati appunto nel Pacchetto tanto discusso. Ecco infatti che in Danimarca gli addetti all'eolico sono 21.600 con un fatturato di ben 4,86 miliardi di euro, ossia +26% rispetto al 2006. Discorso analogo per la spagnola Gamesa, che ha 7 mila dipendenti e fattura 3,2 miliardi di euro (+37% rispetto al 2006) e per la tedesca Enercon, con 8 mila dipendenti e fatturati stratosferici. Per quanto riguarda le energie cosiddette verdi la Germania può contare in totale su un fatturato che sfiora i 24,7 miliardi di euro, mentre la sola industria eolica danese ne ha messi in saccoccia 4,7. E ancora: la Q-Cells, azienda leader nel fotovoltaico fondata nel 1999, nel 2001 aveva ancora solo 21 dipendenti, ora ha 1700 dipendenti e fattura 859 milioni di euro. E l'Italia? Al solito il fanalino di coda. l'Enel ha recentemente annunciato un accordo per costruire un grande impianto di produzione di pannelli fotovoltaici, mentre Enel ed Eni, sotto l’egida del ministro Prestigiacomo, hanno lanciato un progetto per la cattura e lo stoccaggio della CO2 da centrali a combustibili fossili. Proprio per voce del nostro Ministro dell'ambiente Prestigiacomo però, il Pacchetto UE cosi com'è non s'ha da fare poichè, a fronte della dubbia affidabilità dei modelli climatici, l'impatto certo e immediato sul Pil italiano sarebbe maggiore del 40% rispetto alla media europea. E l'Italia non se lo può permettere.

Autore : Report di Luca Angelini

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