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Montagna violentata: i giganti metallici del Superphénix soppiantano la Strada Reale

Valle d’Aosta: lo scempio dell’elettrodotto italo-francese fa tornare alla ribalta la disputa sulla questione energetica e sulla tutela del territorio. Ma in questa sede vogliamo dare la parola a quel mondo violentato che ne esce sconfitto, quel mondo fatto di storia, di vita, di ambiente e di paesaggi al quale non viene mai concesso il diritto di parlare e di difendersi. Noi abbiamo provato a farlo...

In primo piano - 2 Settembre 2003, ore 08.13

C’era una volta lo “Chemin du Roi”, ovvero la Strada di Caccia Reale. C’era un volta il Re Vittorio Emanuele, le sue passeggiate in una natura incontaminata, la sua passione per la montagna, il suo amore per la caccia e quello spirito indómito che lo ha sempre spinto verso la ricerca delle radici più profonde e recondite dell’uomo. C’era una volta il duro lavoro degli abitanti di Champorcher e di Pontboset, gente dédita e laboriosa che, pur di avere una degna mulattiera a servizio della propria valle, si prestò gratuitamente nella realizzazione della grande opera di Casa Savoia, opera datata 1862. C’era una volta un tempo, lontano parente della nostra storia, del nostro turismo last-minute e dei nostri impianti sciistici ipertecnologizzati. C’era una volta quel tempo, ahimè dimenticato, che pure riempie i libri della nostra storia e i racconti dei nostri avi. Se vi capita di andare da quelle parti, nelle selvagge vallate della Bassa Valdostana, magari dalle parti di Champorcher, vi accorgerete con mille stupori dell’ingegneristica opera viaria e di mantenimento realizzata all’epoca, con l’utilizzo di mezzi e tecnologie praticamente medievali. Era l’antica Strada di Caccia Reale, o “Chemin du Roi” (come veniva chiamata dal Re): grazie ad essa Vittorio Emanuele II poteva entrare con poche ore di cammino a cavallo nel paradiso dell’ambiente alpino più incontaminato e segreto. Un luogo magico dove stambecchi, camosci, marmotte, aquile, grifoni e quant’altri animali avevano sempre vissuto lontani dall’uomo e dalle guerre del mondo. Non a caso, da quelle parti sarebbe poi sorto non molto tempo dopo e per iniziativa stessa della Casa Reale il Parco Nazionale del Gran Paradiso (il primo istituito in Italia e tra i primi in Europa), seguìto negli ultimi anni dall’istituzione del Parco Naturale del Monte Avic. Ad oggi, l’area è stata da tutti definita come un’oasi incontaminata e di alto contenuto paesaggistico, ideale anche per il trekker più esigente; insomma un autentico paradiso per quell’escursionismo più integro e segreto ad oggi ahimè snobbato e dimenticato, anche perché fuori dai grandi circuiti turistici e commerciali. Sarà forse anche per i suddetti motivi che questa magnifica area, in assoluto tra le più silenziose e ricche di fauna e flora di tutta la Valle d’Aosta, è stata barbaramente destinata a luogo di transito dell’elettrodotto di Superphénix, impianto al momento non funzionante e caduto in disuso. La struttura metallica dei piloni, a dir poco fatiscente, unita alla scriteriata realizzazione di sterrate esclusivamente finalizzate al passaggio dei mezzi pesanti per la costruzione dell’elettrodotto stesso, ha drammaticamente ridimensionato l’atmosfera idilliaca dell’intera area, deturpando in maniera pressoché irreversibile l'ambiente circostante. Gli impianti di risalita e il comprensorio sciistico del Laris, proprio sopra Champorcher, hanno poi dato il colpo di grazia a quello che era lo specchio del più integro ambiente di montagna valdostano. La Strada di Caccia ha avuto la sfortuna di venire a trovarsi nel posto sbagliato: in molti tratti essa è stata oggetto del barbaro transito di camion, ruspe e scavatrici, che ne hanno letteralmente divorato il fascino e l’artigianalità. Il serpeggiare delle sterrate ne ha deturpato il dispiegamento, mentre la parallela corsa del Superphénix e la pessima manutenzione degli ultimi decenni han fatto il resto, infliggendole un deciso colpo di grazia. Lo Chemin du Roi, o quel che oggi ne rimane, è stato oggetto di una violenza inaudita. Violenza che si è ripetuta sotto molteplici forme nel corso degli anni. Il non agire per difendere un simile patrimonio continua ad essere un grave capo d’accusa, così come il mancato smantellamento di una struttura (il Superphénix) che al momento è resa assolutamente inservibile. Nel frattempo, marmotte, camosci, stambecchi e gipeti continuano a convivere quasi incredibilmente con quell’ammasso di fili e metallo disseminati per chilometri e chilometri nel cuore della valle, fino ai 2826 metri di quota della Finestra di Champorcher, a due passi dal Parco Nazionale del Gran Paradiso: da non credere! Il danno ambientale è semplicemente colossale. Molto probabilmente il nostro sarà un grido di periferia, un richiamo che rimarrà da molti inascoltato. Ma è l’unica carta che abbiamo a disposizione, e vogliamo giocarla con la coerenza che da sempre ci ha contraddistinto. E’ poco, ma è sicuramente qualcosa: perché nessuno di noi vorrà mai più trovarsi in uno dei posti più incontaminati delle nostre Alpi ad assistere ad uno scempio del genere.

Autore : Emanuele Latini

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