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Meno ghiaccio più anticiclone russo-siberiano?

Certo che di questi giorni parlare di freddo è alquanto fuori luogo. Siamo a dicembre e l’aria continua ad essere mite, complici un intenso flusso occidentale in Atlantico che continua a veicolare perturbazioni verso l’Europa e le relative correnti da sud che puntualmente le precedono. Ma, prima o poi (con un’occhiata ai nostri outlook potreste anche immaginare quando), il freddo arriverà, e con esso forse anche una circolazione d’aria più invernale.

In primo piano - 2 Dicembre 2014, ore 10.13

Parliamo oggi di un articolo uscito su Nature Geoscience che affronta il tema già abbastanza noto ma poco investigato del collegamento tra la diminuzione dell’estensione dei ghiacci artici e l’occorrenza di inverni freddi sull’Eurasia; freddi come quelli arrivati a più riprese nel corso dell’ultima decade.
 
In qualche modo, molti per la verità, il commento a questo lavoro prepara il terreno per una discussione ben più ampia e di tutt’altra impostazione, che ci ripromettiamo di fare tra non molto su queste pagine. Su questo però ci torneremo su, per il momento vediamo di cosa si tratta questo paper. Si tratta innanzi tutto di un lavoro modellistico, nel senso che il segnale che sembra emergere è sì per certi aspetti consistente con le rianalisi e con le osservazioni, ma soprattutto esce fuori da un ensemble di 100 differenti membri di simulazioni della circolazione atmosferica guidate da diverse condizioni di partenza e di concentrazione del ghiaccio marino.
 
Concettualmente il lavoro si basa su quella che viene definita Amplificazione Artica del riscaldamento globale, ossia un aumento delle temperature superficiali in risposta ad una alterazione del bilancio radiativo per accrescimento dell’effetto serra molto più importante alle alte latitudini di quanto non avvenga alle latitudini medie e basse. Sussiste il problema che questa amplificazione deriva tanto da come atmosfera e oceani distribuiscono il calore sul pianeta, quanto da come i gas serra sono più o meno efficaci per diverse temperature di emissione della radiazione infrarossa, per cui dovrebbe essere tangibile in entrambi gli emisferi piuttosto che solo su quello settentrionale, ma questa è un’altra storia

Ad ogni modo in questo lavoro si riconduce già nell’abstract la diminuzione del ghiaccio artico all’aumento delle temperature nell’area, e questo già ci piace poco, perché la relazione non è affatto così diretta, come spiega una messe abbondante di letteratura sull’argomento.

Tuttavia, la diminuzione del ghiaccio è associata nelle simulazioni alla comparsa di un dipolo di temperature superficiali tra Artico e Eurasia tale per cui si innescherebbe nelle situazioni di scarsa presenza di ghiaccio una intensificazione dell’anticiclone russo-siberiano nella sua parte a contatto con l’Europa occidentale; le correnti bfedde nei bassi strati che ne derivano sarebbero all’origine degli inverni freddi di cui si parla.

Tale dipolo termico tenderebbe inoltre a prevalere anche su altre molto più note dinamiche della cicolazione emisferica invernale, come l’Oscillazione Artica e la sua sorella minore, l’Oscillazione Nord Atlantica. In poche parole, la diminuzione del ghiaccio avrebbe creato le condizioni (termiche e quindi bariche ma la relazione non è così evidente) per l’instaurarsi di dinamiche di circolazione diverse da quelle solite, con conseguente aumento della frequenza di occorrenza di inverni particolarmente rigidi.

Un effetto temporaneo però, dal momento che lanciando le simulazioni verso fine secolo (poteva mancare il tentativo?), si scopre che l’effetto tende a scomparire e l’aumento delle temperature ricompone il paradosso, facendo diminuire piuttosto che aumentare la frequenza di inverni rigidi.
 
Cioè, quello che qualche anno fa si diceva che sarebbe dovuto succedere a breve, un giorno lontano succederà, quel che succede ora non era previsto ma è comunque spiegabile all’interno di una teoria sufficientemente vasta e vaga, e il fatto che abbia fatto freddo dipende dal caldo…ma ancora per poco.
(www.climatemonitor.it )


Autore : Guido Guidi (www.climatemonitor.it)

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