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Maggiore GUIDI: "riscaldamento: gennaio 2006 al 13° posto su 125 anni, in area europea però solo al 49°, ecco la Niña!"

Il mese di gennaio 2006 e un po’ di Climatologia storica.

In primo piano - 10 Marzo 2006, ore 09.36

Il comportamento generale del clima nel mese di gennaio 2006, si presenta come ormai siamo abituati ad osservare con caratteristiche abbastanza contraddittorie. La temperatura media globale è scesa rispetto agli anni precedenti, ma sono aumentati fortemente i contrasti tra aree calde ed aree fredde nell’emisfero settentrionale,-netta la differenza tra le bassissime temperature registrate sull’Europa continentale e le condizioni generalmente miti dell’America settentrionale-, e tra aree con precipitazioni alluvionali ed aree fortemente siccitose nell’emisfero sud. Complessivamente le temperature dello scorso gennaio si collocano al 13° posto nella graduatoria degli ultimi 125 anni, vale a dire dal 1880 ad oggi, il che conferma il trend di riscaldamento globale, ma allo stesso tempo non classifica il periodo come un record. Analizzando i dati con maggiore dettaglio si trova la conferma dell’aumento delle differenze da zona a zona. Le temperature dell’Europa continentale precipitano, è il caso di dirlo, al 49° posto: la cronaca delle difficili condizioni atmosferiche nell’est Europeo è ancora vivida, e seppur in misura molto attenuata, anche il bacino del mediterraneo, e quindi il nostro Paese hanno risentito di questa eccezionale ondata di freddo. Non così ad esempio per l’America settentrionale, dove le temperature sono state più alte della media anche di 5°C ed oltre. Il discorso è diverso, ancora una volta, per le precipitazioni, per le quali si è riscontrata una diminuzione sensibile -anche del 100% e quindi scrivibile ad una grave siccità-, sull’Europa occidentale, in Brasile e nell’Australia orientale. Molto più abbondanti del solito -anche in questo caso oltre il 100%, ossia alluvionali-, le precipitazioni per il bacino dell’Amazzonia e l’Australia occidentale. Anche le temperature di superficie degli oceani sono state significative; si confermano valori elevati per l’Atlantico settentrionale e, più in generale, per la gran parte dei mari Artici, mentre si è manifestata una transizione da una fase di riscaldamento ad una di raffreddamento dell’oceano Pacifico intertropicale: si stanno verificando le condizioni climatiche note come La Niña, e questo ci da la possibilità di approfondire l’argomento anche da un punto di vista di climatologia storica. In un ambiente naturale permeato di significati filosofici e mitologici è interessante constatare come le variazioni climatiche forniscano spesso degli elementi decisivi per la storia dell’umanità. Certamente l’approccio deterministico, ossia la correlazione causa effetto non è sempre valido, soprattutto perché le informazioni disponibili sono spesso disomogenee e scarsamente rappresentative, tuttavia sono noti alcuni episodi chiave, che hanno anche già trovato spazio sulle pagine di MeteoLive in un interessante articolo di Alessio Grosso, che offrono notevoli spunti di riflessione. Alcune date che molti ricorderanno per reminiscenza di studi scolastici: -Il 1812, un anno eccezionalmente freddo per l’est Europeo generato da una transizione da fase calda a fase fredda nell’oceano pacifico, fu l’anno in cui Napoleone lanciò la sua offensiva sulla Russia; le cronache di quegli anni dimostrano come l’insuccesso dipese in larga misura dalle insostenibili condizioni atmosferiche -tra l’altro Napoleone non doveva avere dei gran meteorologi al seguito, perché ebbe a rimetterci pesantemente anche a Waterloo, perdendo l’effetto sorpresa del suo attacco a causa di piogge molto abbondanti che limitarono la mobilità del suo esercito- -Nel 1942 la storia si ripete, altra transizione nell’oceano pacifico, altro inverno freddo sulla Russia e attacco a Stalingrado dell’armata Nazista che fallisce ancora una volta per effetto delle condizioni atmosferiche. -Il 1912 un gran numero di Iceberg occupa l’Atlantico settentrionale ed uno di questi sbarra fatalmente la rotta al Titanic nella sua corsa verso New York. Infine un elemento che forse ascrive più alla mitologia che alla realtà dei fatti; potrebbero essere state proprio le inversioni periodiche delle correnti marine dell’oceano pacifico intertropicale a favorire il raggiungimento dell’Isola di Pasqua da parte delle popolazioni polinesiane, un viaggio di migliaia di miglia che in condizioni di correnti “normali” sarebbe stato forse irrealizzabile. E invece in una fase calda, in compagnia del Niño, le correnti da est verso ovest potrebbero aver reso possibile il viaggio.

Autore : Maggiore Guido Guidi

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