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Lo strano caso dell'Antartide...Si raffredda tranne il settore della Penisola: che ci siano concause geologiche?

L’anomalo riscaldamento registrato nella zona della Penisola Antartica, così in controtendenza rispetto al resto dell’Antartide, induce a considerare altre possibili cause alternative al Global Warming.

In primo piano - 9 Aprile 2009, ore 08.29

Se si vanno ad esaminare le elaborazioni grafiche relative alle anomalie termiche superficiali riportate ad esempio dal Giss (Goddard Institute for Space Studies) della NASA, disponibili con aggiornamento mensile, risulta mediamente frequente e quindi statisticamente significativa, una particolare situazione climatica. Si tratta della forte anomalia termica positiva riscontrabile nella zona della Penisola Antartica, a fronte di una evidente anomalia termica negativa presente in quasi tutto il resto del continente antartico. Questo trend in atto, conosciuto peraltro da anni dalla comunità scientifica internazionale, si presta però, come spesso accade, a sapienti strumentalizzazioni da parte di ambienti pseudoscientifici e mediatici che per sposare automaticamente l’attendibilità della teoria del AGW (Antropic Global Warming), danno risalto a quel riscaldamento così locale e circoscritto, per tralasciare completamente quello che sta accadendo sul resto del Plateau Antartico, dove invece, la tendenza al raffreddamento è confortata anche da un lieve ma inesorabile aumento della circostante superficie marina coperta da banchisa. Ciononostante, anche le recenti notizie riguardanti i distaccamenti e le rotture di piattaforme glaciali in Antartide, l’ultima riferita alla baia di Wilkins, e qualche tempo fa alla famosa LarsenB, ci hanno ripetutamente proiettati nell’errata convinzione che anche il Polo Sud stia andando in pezzi. Deve essere chiaro invece, che queste aree riguardano soltanto una piccola parte della già piccola e fragile Penisola Antartica, la quale costituisce solamente il 2-5% della superficie dell’intero, immenso, continente di ghiaccio, che contrariamente, sembra costituire non a caso, un’eccezione all’ “onnipresente” Global Warming. La Penisola Antartica è geograficamente una stretta fascia di terra che dal continente si protende a nord verso il sudamerica, oltre il circolo polare antartico, fino a latitudini che, per capirci, nel nostro emisfero corrispondono a quella dell’Islanda, dove, a causa in parte della calda Corrente del Golfo, e in parte dal fatto di risentire di un clima oceanico, si gode di una situazione climatica in parte mitigata. E’ facile intuire, quindi, come, per caratteristiche morfologiche e per collocazione geografica, anche questa zona, rispetto al resto del continente, nettamente più isolato dal punto di vista climatico, possa essere fortemente vulnerabile anche a piccole oscillazioni climatiche, anche naturali, magari generate da piccole variazioni più o meno periodiche ad esempio della grande Corrente Circumpolare. Inoltre, si consideri che tutta la zona dell’Antartide occidentale è costellata di vulcani, il “Global Volcanism Program” dello Smithsonian Institute, ne censisce ben 26 subaerei, e molti altri, conosciuti e non, si troverebbero nei fondali oceanici circostanti. Recentissima ad esempio la scoperta, resa nota dal “British Antartic Survey”, di un nuovo vulcano sotto la calotta glaciale di Marie Byrd, siamo sempre nell’Antartide occidentale. La zona inoltre è tettonicamente attiva, visto che si trova esattamente in corrispondenza di un complesso sistema di interferenze fra la placca della Nuova Scozia, quella sudamericana e appunto quella antartica. Da qui il sospetto che nella zona, variazioni di attività geologica e vulcanica sottomarina, possano determinare aumento di energia geotermica disponibile. Questo, se da un lato potrebbe interferire localmente col sistema accoppiato atmosfera-oceano, dall’altro potrebbe causare uno scioglimento del ghiaccio dal basso, con aumento di acqua liquida sub-glaciale che lubrificando l’area di contatto tra la roccia e la calotta, permetterebbe l’accelerazione dello scorrimento dei ghiacci verso il mare, favorendo l’instabilità della calotta glaciale stessa. Concluderei col ricordare che comunque le informazioni e le conoscenze di cui disponiamo per quei luoghi così remoti ed inospitali, sono a tutt’oggi relativamente scarse, tant’è che proprio in questo periodo, per cercare di ovviare a questo problema, è in corso l’Anno Polare Internazionale che si concluderà a marzo 2009 e che vede impegnati in attività di ricerca più di 50.000 scienziati provenienti da oltre 60 nazioni.

Autore : Fabio Vomiero

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