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Lo spopolamento dei borghi di montagna

Un fenomeno mai drammaticamente attuale come oggi: molte frazioni alpine ed appenniniche sono state definitivamente abbandonate, e molte altre subiranno la medesima sorte nel giro di qualche anno. D’altro canto, la vita di montagna è molto dura, e i giovani di oggi vivono di ben altre aspettative... Le radici del problema, forse - è proprio il caso di dirlo - stanno ancora più a “monte”...

In primo piano - 16 Agosto 2010, ore 16.22

Le mezze stagioni mettono a nudo tutta la grande solitudine della montagna. I turisti che vanno via, lasciando liberi spazi fino a qualche settimana prima occupati da centinaia di persone, sono un po’ la fotocopia di uno spopolamento che nel corso degli ultimi anni ha portato molti villaggi a desertificarsi di vite umane in maniera pressoché definitiva.

I pochi sopravvissuti, anziani dei paesi più fortunati, rimangono così padroni di un mondo dimenticato, tanto bello quanto drammaticamente solo. Parliamo della montagna difficile, quella per certi versi autentica, non quella “televisiva” delle piste da sci o di quella blasonata per terme, centri sportivi e percorsi alpinistici all’avanguardia. Parliamo di una montagna che non c’è più: non perché qualcuno l’abbia cancellata dalle cartine geografiche, ma perché non vive di echi commerciali né tantomeno di “cartoline dalle vacanze”.

E’ quella montagna da tutti dimenticata, quella delle terre strappate ad ogni costo, degli animali allevati nelle condizioni più estreme, quella della strenua sopravvivenza e della mancanza di alternative. La montagna dei padri e dei nonni di molti di noi, che grazie ad essa ci hanno testimoniato una realtà distante anni luce dal mondo ipertecnologizzato di oggi. Una montagna oggi spogliata anche della più intima dignità.

La cosa che più di ogni altra genera rabbia e dolore è il sapere che proprio in questo mondo odierno, così lasso e distratto, non ci sia più spazio nemmeno per il ricordo e per l’apprezzamento di ciò che è stato nei decenni e nei secoli addietro. In una manciata di anni sono stati letteralmente sradicati dalle memorie i sacrifici di generazioni e generazioni; sacrifici di anni, di epoche, di secoli; sacrifici di uomini, di donne, di bambini. Segno evidente che a mancare nelle nuove generazioni è quella cultura della sensibilità e della coscienza storica che ahimè latita come peggio non si potrebbe.

Non passeranno molti anni che staremo qui a piangere i paesi dei nostri nonni trasformati in villaggi-fantasma, abbandonati alla forza selvaggia della natura che pian piano li riprenderà avvolgendoli nelle proprie forme; come del resto già accade nelle frazioni di alcune vallate alpine, guarda caso proprio quelle non interessate dalla presenza di piste da sci e di strutture alberghiere a quattro stelle. Sono realtà che pagano il disinteresse comune: dei figli degli abitanti di un tempo, delle carenti amministrazioni locali, dello snobbismo delle vie commerciali e dei gusti pretenziosi del turismo di oggi. Si salvano invece quei villaggi che, con le poche energie rimaste, almeno d’estate sanno dar vita ad una sorta di “rimpatriata” dei vecchi abitanti, i quali, trasferitisi altrove, nei periodi di ferie tornano a far festa nei villaggi d’origine. Queste realtà si riscontrano oggi in molti paesi che però, pur vivendo un’estate da “tutto esaurito”, per dieci mesi l’anno si limitano a contare poche decine di abitanti, con un’età media non di rado superiore ai sessant’anni. E allora, ci si chiede: per quanto tempo ancora questi villaggi saranno in grado di rimanere autosufficienti? E’ logico pensare che tra meno di vent’anni non esisterà più nulla di tutto ciò? Ebbene, le risposte, come spesso capita in casi delicati come quello che oggi abbiamo deciso di affrontare su MeteoLive, non sono facili da darsi. Certo è che lo spopolamento dei paesi di montagna è un dato di fatto, tanto oggettivo quanto drammaticamente vero. La gente fugge perché la propria terra non offre più quelle garanzie e quello standard di vita che invece sono richiesti dal mondo di oggi. I modi per salvaguardare questo tipo di montagna ci sarebbero, ma ci si accorge anche che l’unica risorsa adeguatamente sfruttabile, cioè il turismo, arriva in soccorso solo laddove il contesto ambientale garantisce servizi quantitativamente e qualitativamente selezionati.

Il che equivale a dire: non dappertutto. Sport, cultura ed enogastronomia hanno fatto in tal senso un piccolo miracolo, salvando molte realtà dal totale isolamento col resto della società e dal sicuro collasso. Ma tante, forse troppe, rimangono ancora le valli ed i villaggi da salvare. E comunque i posti di lavoro che vengono a crearsi con strutture ricettive ed aziende operanti nel settore turistico non sempre sono sufficienti per soddisfare le richieste che arrivano da questi paesi, che dunque sono comunque destinati ad un più o meno marcato ridimensionamento. E allora si aspetta. Si aspetta che qualcuno arrivi con la bacchetta magica a risolvere un problema che, diversamente da come viene presentato e diversamente da come rimane sottovalutato, è un problema di tutti noi. E ce ne accorgeremo, probabilmente, quando sarà troppo tardi.


Autore : Emanuele Latini

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