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Lo scioglimento dei ghiacciai alpini porta alla luce importanti reperti...

Un’estate calda, anzi caldissima. Un bene per il turismo alpino, ma con risvolti estremamente negativi sui ghiacciai ad alta quota, nonostante le entusiasmanti scoperte.

In primo piano - 8 Settembre 2015, ore 08.35

Gran Zebrù, 3.800 metri sul livello del mare. Una zona che almeno per 100 anni è stata dimora di ghiaccio e neve. Qui la scoperta: la ritirata dei ghiacci di alta quota restituisce una baracca della Grande Guerra, quasi intatta. 

Non è certo notizia d'oggi che i ghiacciai si stiano ritirando, lasciando al loro posto pendii scoscesi e rocciosi.

All’Eurac di Bolzano, dove l’attenzione sulle condizioni delle nostre montagne è sempre molto alta, si fanno pronostici tutt’altro che ottimisti. Secondo le stime più recenti, infatti, entro il 2050-2100 non ci sarà più traccia del bianco ghiaccio sulla Marmolada e sulle altre vette dell’arco alpino. L’innalzamento generale delle temperature li sta piano piano sciogliendo tutti.

In particolare, dallo studio fatto dall’accademia bolzanina è emerso che la condizione delle montagne alpine è peggiore rispetto alla media. Se infatti l’innalzamento delle temperature a causa dell’effetto serra si aggira globalmente attorno allo 0,74°C in più, sull’arco delle Alpi siamo a 2° in più negli ultimi 100 anni. E nei prossimi 35 anni le cose non miglioreranno. L’aumento ulteriore si aggirerà tra gli 1,2 e i 2,7°. A risentirne, oltre ai ghiacciai meta di escursionisti e appassionati, anche la neve che abitualmente cade attorno e sulle montagne.

I gas serra sono naturalmente i principali imputati di questo aumento Industrie, produzione di energie, trasporti - tutte attività umane - che dall’inizio della rivoluzione industriale producono e immettono nell’atmosfera sempre più COe simili sono la principale fonte di gas serra.

Negli ultimi 30 anni se ne è registrato a livello globale un incremento del 70%. Se le misurazioni contestuali - quelle che vengono fatte dal 1850 a oggi - non bastassero, i carotaggi della calotta polare artica hanno rilevato che la concentrazione di gas serra oggi ha raggiunto l’apice degli ultimi 650.000 anni.

In tutto questo i ghiacciai, soprattutto quelli di piccole dimensioni che abitano l’arco alpino, sono degli ottimi indicatori della salute del nostro pianeta. Anche all’Università di Zurigo studia la ritirata dei nevai e ghiacciai alpini. Secondo un loro studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Geophisical Research Letters, nel 1970 sulle nostre montagne c’erano ghiacciai per 2.909 chilometri quadrati. Una superficie impressionante, anche se già ridotta rispetto a quella coperta nel 1850 - allora c’era un 35% in più di ghiaccio sulle Alpi.

E negli ultimi decenni c’è stata una drastica accelerazione di questo processo. Rispetto al 1850 si è registrato un assottigliamento e ritiro pari al 50%, con il picco nel 2013 quando alcuni ghiacciai hanno perso addirittura il 10% della loro mole. Le prospettive per il futuro, secondo i ricercatori svizzeri, sono tutt’altro che rosee: un aumento di 3° nel periodo estivo porterebbe all’estinzione dell’80% dei nevai e ghiacciai alpini. I 5° di aumento invece più probabili li faranno sparire tutti entro il 2100.

Inoltre il calo delle nevicante, anche questo con ogni probabilità connesso all’innalzamento delle temperature invernali, fa la sua parte. Infatti i ghiacciai e i nevai non riescono a rinvigorirsi durante la stagione invernale, e d’estate si riducono drasticamente.

È il caso della Marmolada, che quest’estate, secondo le stime degli esperti, ha perso tra i 6 e i 10 metri di neve. Per preservare quello che resta, anche a scopi sciistici - le operazioni si sono svolte in un tratto che è parte di una lunga pista da sci - quest’estate alcuni tratti del nevaio e del ghiacciaio sono stati coperti con teli protettivi, che rifrangono la luce solare. Un tentativo di preservare quel che resta di un magnifico gigante bianco. Meno fortunato il Fradusta che potrebbe aver visto al sua ultima estate.

Al di là del danno paesaggistico e geografico, una situazione di questo genere è negativa per l’intero ecosistema terra. Infatti nevai e ghiacciai sono detti ‘crema solare del pianeta’.

Se dovessero sciogliersi, infatti, la loro funzione protettiva nei confronti del sole e delle radiazioni pericolose verrebbe meno. Terra e specchi d’acqua, colpiti direttamente, si surriscalderebbero con maggior velocità, producendo ulteriore calore atmosferico.


Autore : Report redazione MeteoLive.it

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