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La scienza e la liceità del dubbio

Nello studio di molti fenomeni scientifici la cui spiegazione sembra oramai assodata, la nostra comprensione reale invece, rimane ancora parziale, limitata ed incompleta.

In primo piano - 26 Agosto 2010, ore 10.49

A volte li chiamano scettici, a volte negazionisti, quasi sempre con un tono di disprezzo, di antipatia, quasi che il loro dissentire, il loro contraddittorio, la loro voglia di vederci chiaro costituisca un pericolo, una minaccia, non si sa bene nei confronti di chi o di che cosa. Secondo questo meschino e un po’ medioevale modo di ragionare, la scienza o meglio il metodo scientifico, che prevede che ogni concetto, esperimento o idea venga suffragato da dati sperimentali e possa essere ripetuto da altri, non dovrebbe esistere.

Non si dimentichi che se la conoscenza scientifica è progredita ed ha raggiunto traguardi impensabili, è solo grazie a loro, agli scettici e alle loro geniali intuizioni. Gente come Galilei, Copernico o Darwin, ad esempio. Senza il loro coraggioso contributo non privo di rischi, la terra sarebbe stata piatta e al centro dell’universo e i caratteri morfologici acquisiti dai genitori sarebbero stati trasmessi direttamente alla prole (es. il figlio di un culturista sarebbe nato già muscoloso) chissà per quanti anni ancora.

Nel 1900 Lord Kelvin pronunciò questa ridicola frase: “nella fisica non c’è più niente da scoprire, da fare restano soltanto misurazioni sempre più precise”. Da allora invece se ne è fatta di strada, si pensi ad esempio allo sviluppo della fisica quantistica, o alla teoria della relatività di Einstein.

Vogliamo tornare, oggi nel 2010, ad un atteggiamento mentale tipico di quei lontani tempi vittoriani? Il problema non è di poco conto, perché purtroppo l’idea che viene trasmessa da chi dovrebbe fare da tramite tra mondo scientifico e opinione pubblica è proprio questa: l’idea di una fasulla certezza di conoscenza anche per quegli aspetti o ambiti della scienza per i quali invece è difficilissimo indagare e sperimentare in modo scientifico e quindi attendibile. Ma che altro ci sarebbe da conoscere ancora? Si potrebbe chiedere il “giustificato” profano di turno. Molto, moltissimo, il problema principale è combattere l’errata quanto diffusa convinzione che la recente forte spinta della scoperta scientifica supportata da uno sviluppo tecnologico inimagginabile, ci abbia portati oramai a raggiungere ogni traguardo. Qualche esempio? Non sappiamo ad esempio ancora come sia nato l’universo. Il Big Bang?

D’accordo, ma cosa è stato esattamente ad esplodere, come e perché, ancora nessuno lo sa. Non sappiamo di che cosa sia fatto (materia oscura) e se sia l’unico esistente (teorie del multiverso). Non sappiamo come sia iniziata la vita sulla terra o se provenga da chissà dove. Possediamo una vaga ricostruzione di come si sia evoluta la vita sulla terra, ma il nostro sapere è fortemente limitato perché si basa principalmente sullo studio di rari reperti derivanti da un processo che in natura avviene solo in condizioni eccezionali: la fossilizzazione.

Ma tutto questo e molto altro, nonostante le difficoltà e le incertezze derivanti dagli evidenti limiti dei sistemi investigativi e conoscitivi viene comunque proposto come se si trattasse di verità scientifica assodata ed inconfutabile, agli occhi della gente comune, che come si sa, soprattutto in tema di scienza si fida molto dei giornalisti e di chi può parlare autorevolmente dall’alto della sua carica sociale o istituzionale, anche se il suo magari è solo un punto di vista, un’opinione. Per non parlare poi del rischio concreto che la scienza moderna (ricerca e divulgazione) sia in qualche modo pericolosamente contaminata da interessi economici, politici e sociali e per questo spesso anche eticamente scorretta e nichilista. Il problema dei cambiamenti climatici non è da meno.

Anche in questo caso la complessità del sistema studiato fornisce poche certezze e molti dubbi più che legittimi, che abbiamo più volte trattato separatamente in precedenti articoli. Ad esempio, perché un apparente squilibrio dovrebbe essere un problema, se lo stato naturale delle cose è l’evoluzione ed il cambiamento? A questo proposito vorrei riportare un esempio a mio avviso molto illuminante, proposto da uno dagli scienziati più eccentrici che si conoscano, Kary Mullis, premio Nobel grazie all’invenzione della tecnica PCR per l’amplificazione del DNA. “Provate a infilare un bastoncino nella sabbia per segnare il punto di arrivo dell’ultima onda quando è in arrivo la marea e tornate un’ora più tardi con un altro bastoncino. Vedrete che in un’ora la marea è andata avanti di 10 piedi, ma se prevedeste che in un anno avanzerà di 87.000 piedi vi sbagliereste di grosso”. Ecco perché occorre essere sempre molto cauti nell’interpretazione dei dati osservativi. Meditate gente, meditate.


Autore : Fabio Vomiero

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