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La "FEBBRE" delle Alpi

A cura di Aineva, sintesi MeteoLive.it

In primo piano - 6 Ottobre 2008, ore 11.43

Quali sono le ricadute de cambiamento climatico su sistemi complessi e unici come le regioni costiere e, in particolar modo l’arco Alpino? Tali regioni sono, in Europa, tra i territori più vulnerabili al cambiamento climatico. Sulle Alpi i sistemi naturali viventi (es. gli ecosistemi) e non (es. l’erosione del suolo) sono fortemente legati alla temperatura dell’aria e alla sua evoluzione. Un leggero cambiamento della media annuale delle temperature su un sistema così complesso può tradursi in drastici cambiamenti su altre basi temporali (orarie, giornaliere o mensili). Queste ultime sono rilevanti dal punto di vista dell’innesco di eventi naturali, degradazione del permafrost e altri importanti fattori. Inoltre isoterme e linee di equilibrio sono cruciali per la distribuzione di specie viventi, la localizzazione dei ghiacciai, la copertura nevosa e la sua longevità. Non solo la temperatura, anche cambiamenti nei regimi di precipitazione hanno impatti sui ghiacciai, sui bacini fluviali e sulla vegetazione, nonché sulla popolazione nel caso di eventi naturali come siccità ed alluvioni. Per cercare di fare un po’ di luce sul cambiamento climatico così come visto e percepito su tutto il complesso sistema delle Alpi, è fondamentale cercare le sue ripercussioni su alcuni aspetti di base: l’andamento della temperatura dell’aria e delle precipitazioni, il comportamento dei ghiacciai e del permafrost, la copertura nevosa. I dati che verranno elencati fanno parte di una recente pubblicazione sul clima fatta nell’ambito del progetto europeo ClimChAlp - Spazio Alpino - Interreg IIIb. Le osservazioni fatte in tutte le regioni alpine (dalla Francia a ovest alla Slovenia a est) dimostrano come la “febbre” delle Alpi sia più alta rispetto a ciò che è stato quantificato a scala planetaria. Sebbene le tendenze termiche registrate nelle varie regioni alpine siano differenti in termini di ampiezza, tutti convergono verso un’unica direzione: il riscaldamento. Il fenomeno è, inoltre, in fase di accelerazione nell’ultimo decennio. Lo studio più generale sull’arco Alpino, fatto attraverso la ricostruzione dendrocronologia della temperatura negli ultimi 110 anni (basata sull’analisi degli anelli di crescita di larici e pini alpini) dimostra come l’aumento termico possa essere quantificato intorno ai 2°C in più rispetto alla climatologia di riferimento (Fig. 4). Tale anomalia non è da attribuire a tutti i settori alpini, ma è da interpretare come media su tutto il dominio di analisi ovvero le Alpi. Ciò evidenzia la forte variabilità climatica alpina e come la più grossa catena montuosa d’Europa reagisca in modo diverso alle forzanti climatologiche. Il settore nord delle Alpi appare più colpito da tale riscaldamento (picchi di +2.7°C in Baviera, +3.5 °C in Svizzera su alcuni settori svizzeri). La “febbre delle Alpi” è stata correlata a metodi di variabilità climatica intrastagionale e interannuale. Tra le figure sinottiche più correlate con la tendenza positiva delle temperature troviamo la NAO (North Atlantic Obscillation) in particolare nel periodo invernale e la EA (East Atlantic pattern) durante tutto l’anno. Queste forti correlazioni possono in qualche modo spiegare il diverso comportamento dei due settori Nord e Sud della catena alpina (Beniston. & Jungo 2002, Beniston 2005a, Ciccarelli et al., 2007). Sebbene tutti gli studi fatti in ambiente alpino convergano verso una tendenza positiva delle temperature sulle Alpi, lo stesso non si può dire se ad essere prese in considerazione sono le precipitazioni. Attualmente non sembra esserci un vero e proprio trend di crescita o diminuzione delle precipitazioni sulle Alpi e, a volte, gli studi sono alquanto contraddittori. La motivazione di questo comportamento può essere ricercata in: • problemi nella misura della precipitazione sulle Alpi, legate alla complessa orografia; • difficoltà nella ricostruzione dei dati mancanti; • differente comportamento dei due settori Nord e Sud delle Alpi rispetto alle forzanti meteorologiche a grande scala. L’effetto più evidente e tangibile del cambiamento climatico ed in particolare del riscaldamento globale è rappresentato dai ghiacciai, tanto che essi costituiscono da soli un vero e proprio indicatore climatico: il volume di un ghiacciaio, dunque la sua superficie, la sua profondità e sua lunghezza sono determinati dal bilancio tra periodi di ablazione e di accumulo. Sulle Alpi è stato osservato un numero sempre maggiore di ghiacciai in arretramento o estinzione ed il fenomeno sembra essere in continua evoluzione. Infatti, la lunghezza dei ghiacciai e la lunghezza dei periodi di ablazione e di accumulo è variata in maniera consistente nell’ultimo decennio. Il motivo è da ricercare, in assenza di una vera tendenza nelle precipitazioni, in primis nell’aumento della temperatura media sulle Alpi, ma va anche evidenziato un possibile cambiamento nel bilancio energetico dovuto ad una differente copertura nevosa. Veniamo ai dati. Dal 1850 i ghiacciai alpini europei hanno perso tra il 30% ed il 40% delle loro aree e circa il 50% del loro volume (Haeberli & Beniston 1998). Da sottolineare il fatto che la grandezza di un ghiacciaio è un fattore critico nella sua sensibilità alle variazioni climatiche, tanto più alta quanto più piccolo è il ghiacciaio. Dalla metà degli anni ottanta si delinei un periodo di continua ed accelerata perdita di volume dei ghiacciai, quantificabile dai 0.5 ad 1 metro all’anno di acqua equivalente (2.5 metri nel solo 2003). La perdita totale ammonta a circa 20 metri. Anche la copertura nevosa sulle Alpi risente del cambiamento climatico attuale, ma è cruciale per il benessere delle Alpi. Essa oltre a costituire la risorsa primaria per il turismo invernale, ha anche delle importantissime funzioni di immagazzinamento dell’acqua, di partecipazione attiva nell bilancio energetico isolando la superficie terrestre dall’aria e riflettendo gran parte dell’energia incidente sul suolo innevato. E’ inoltre una superficie vitale per la sopravvivenza di alcune specie. Gli studi recenti mettono in luce come in tutti i paesi dell’Arco Alpino la copertura nevosa abbia una tendenza negativa (ovvero una diminuzione nel tempo) ed in generale si stia assistendo ad un innalzamento della quota delle nevicate. Quest’ultimo fattore è di fondamentale importanza se si pensa ad una diminuzione delle nevicate in rapporto ad un comportamento non significativo delle precipitazioni. Da aggiungere alle considerazioni precedenti è la riduzione della longevità della superficie di suolo innevato, ovvero, mediamente i periodi in cui si può osservare la neve al suolo si sono accorciati rispetto al passato in particolare a quote medio-basse. Un altro aspetto cruciale è l’influenza del cambiamento climatico sul permafrost. Esso è costituito da quella porzione di suolo in cui le temperature rimangono sotto zero per periodi molto lunghi (da 2 anni in avanti) (Muller, 1947). Sono esclusi da tale definizione i ghiacciai. Con queste caratteristiche il permafrost influenza l’idrologia e la stabilità di alcuni versanti agendo come barriera alla percolazione dell’acqua e da collante tra costituenti del suolo (Zimmermann & Haeberli 1992). Com’è facile intuire il permafrost è dunque fortemente legato ai cambiamenti climatici, in particolare al riscaldamento globale e alla riduzione della longevità del suolo innevato. Quest’ultimo in particolare agisce, come detto in precedenza, da isolante alle forzanti meteorologiche esterne, quindi un ritardo nella copertura nevosa autunnale agisce positivamente nei confronti del permafrost, permettendo infatti alla superficie terrestre di raffreddarsi più rapidamente, al contrario un prematuro manto nevoso autunnale riscalderà la superficie sottostante in quanto essa immagazzinerà tutto il calore ricevuto nella stagione estiva precedente. Allo stesso modo una superficie sulla quale il manto nevoso fonde precocemente espone il permafrost a temperature più calde e alla radiazione solare, mentre un manto nevoso più longevo ha l’effetto contrario. Negli ultimi anni si è assistito ad un innalzamento della temperatura del permafrost, stimato intorno ai +0.5°C / +0.8°C nei primi 100 m e negli ultimi 100 anni, che, in alcuni casi, ha determinato l’erosione completa di quest’ultimo, dando luogo a cedimenti di versanti (es. Cervino 2003). Anche gli ecosistemi si evolvono rispetto al cambiamento climatico. E’ infatti stato osservato sulle Alpi un innalzamento della quota di alcune specie vegetali, animali ed insettivore, nonché la comparsa di nuove specie vegetali come l’ambrosia. Per tali motivi le società montane, già in difficoltà per cambiamenti sia interni che esterni, devono far fronte con una vulnerabilità climatica futura. Infatti le conseguenze di un cambiamento climatico si ripercuotono sui sistemi socio-economici e tali effetti hanno una ripercussione anche a valle, dove sfociano le risorse idriche fornite dalla riserva d’acqua alpina d’Europa. E’ indispensabile, quindi, che le società, in particolare quelle alpine, reagiscano immediatamente e senza perdita di tempo e risorse ai cambiamenti climatici attraverso strategie di mitigazione ed adattamento.

Autore : A cura dell'Aineva

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