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L'omaggio di MeteoLive al "Giovane crinale roccioso dei Tatra"

Il nostro ricordo del Papa viaggia attraverso il suo amore per la natura, per la neve e per la montagna, aspetti che ce lo hanno reso particolarmente vicino nel corso di lunghi e pesanti anni di lavoro.

In primo piano - 8 Aprile 2005, ore 10.00

Non è facile parlare di Giovanni Paolo II. Tantomeno dell'uomo Wojtyla. E, se proprio volete saperlo, non è neppure ciò che intendiamo fare in questa sede. Vogliamo invece parlare di quel qualcosa che ci avvicina a lui, e che a lui ci rende particolarmente vicini: l'amore per la natura. In questo momento si stanno celebrando i funerali di un uomo che tanto ha dato al mondo, da esserne ricompensato nella cornice di una partecipazione di massa che nessuno immaginava di tali proporzioni. L'evento mediatico del secolo sta tenendo in scacco l'intera Capitale, paralizzata di fronte ad un mondo finalmente fermo ad ascoltare quel silenzio che in tante altre occasioni si era lasciato sfuggire. Forse Papa Wojtyla sta parlando ancora adesso. Anzi, ne siamo sicuri. E sta parlando alla massa più grande incontrata finora in un sol momento. Oggi sta parlando a miliardi di persone. E il bello è che oggi il Mondo lo sta a sentire! Papa Wojtyla parla con il silenzio al quale ci aveva già abituati, quel silenzio che tanto ricercava nel contatto con la natura e nelle agognate solitudini montane. "Giovane crinale roccioso dei Tatra": così lo chiamavano in giovane età, proprio per sintetizzare il suo amore viscerale per la propria terra e per quelle montagne polacche - i Tatra e i Beschidi - a lui incommensurabilmente care. Una lancinante nostalgia lo aveva da sempre legato ai suoi panorami abbandonati da ragazzo, a quelle vette che più volte aveva tentato di riavvicinare nelle periodiche escursioni di cui si rendeva capace su Alpi ed Appennini, montagne fisicamente più vicine a Roma, ma straordinariamente somiglianti a quei Tatra continuamente invocati nei ricordi d'un tempo. Stupiva, di Karol Wojtyla, l'estrema facilità con cui sorprendeva la Curia stessa per le sue improvvise fughe sulle montagne d'Abruzzo, dove si recava per esercitare lo sci di discesa ed il trekking, nel tentativo di recuperare una profonda intimità nella preghiera e nella comunione con Dio. Il silenzio intrinseco della montagna e la sua struggente bellezza aiutavano l'uomo Wojtyla nella ricerca dell'assoluto. Sbalordisce ancora oggi l'umiltà e la semplicità con cui rimaneva stupìto di fronte alle bellezze del Creato. Gli occhi gli brillavano dall'emozione, come fosse un bambino di fronte al suo inatteso regalo di Natale. Le sue esperienze sui ghiacciai del Bianco o di fronte ai panorami di Les Combes, in Valle d'Aosta, sono state tappe fondamentali del suo cammino pastorale, e ci hanno parlato di una persona saggia e capace di amare la montagna e la natura come in pochi sanno fare. La contemplazione dei grandi spazi rimane uno dei capisaldi dell'insegnamento di Karol Wojtyla. E la montagna è la palestra ideale dove praticare questo esercizio, vòlto alla continua maturazione della propria umiltà. Umiltà con la quale Giovanni Paolo II ha cambiato il mondo conquistando gli uomini, in tutti i cinque continenti del Pianeta. Ora se ne va da nullatenente, annichilito da quella terribile malattia che lo ha devastato nel fisico e nelle umane possibilità. Ma proprio in questo sta la sua straordinarietà, perché ci lascia un tale carico di emozioni e di buoni sentimenti da arricchire con la più preziosa delle eredità il bagaglio più capiente del nostro percorso di vita. Per ventisette lunghissimi anni abbiamo condiviso con lui la grande passione per la montagna, per le nuvole, per il cielo, per la terra, per la natura e per tutte le sue forme. Karol amava i colori, l'estate dell'alta quota, ma anche le nevicate fitte dell'inverno e il freddo intenso della sua Cracovia. Con il suo silenzio e con il suo carisma contemplativo è stato capace di trasmetterci tutto questo, ma soprattutto è stato capace di farci sentire partecipi delle sue sensazioni, ed è questa la cosa che ci rende particolarmente vicini a lui. Non ci nascondiamo di fronte alla commozione, ed anzi di piace immergerci in questo ricordo sentito e malinconico, aperto tuttavia alla speranza di vita eterna. Il Papa sofferente, abbattuto e lento degli ultimi anni aveva cercato in tutti i modi di non abbandonare la montagna, dedicando ad essa tutte le sue ultime energie. La sua amata Valle d'Aosta non lo aveva mai tradito, con i suoi panorami mozzafiato e quei Quattromila così imponenti, sempre lì pronti a parlargli di Dio e a commuoverlo di fronte ai suoi lontani ricordi. Profetico fu il suo pellegrinaggio al Santuario della Mentorella, sui Monti Prenestini, a poche decine di chilometri dalla Capitale, a tredici giorni dalla sua elezione papale (29 ottobre 1978): il suo percorso di fede affidato alla Madonna, la ricerca degli spazi aperti e l'amore viscerale per la montagna erano aspetti della sua persona già sintetizzati nella sua prima uscita ufficiale come capo della Chiesa. Ci spiace soltanto di dover rimarcare come i media non abbiano dato sufficiente spazio a questo aspetto del nostro Pontefice, sicuramente meno evidente di altri, ma non meno efficace, e sempre condito da quella inscindibile umanità e da quell'inafferrabile carisma che lo hanno da sempre contraddistinto. E così, siamo arrivati alla fine anche di questa bella storia. Che, come tutte le altre belle storie, finisce con il sorriso sulle labbra. Già, perché il buon Karol è già in Paradiso, a fare il tifo per noi e per le nostre montagne. E certo il Santo Padre non si offenderà se gli confessiamo che il nostro sorriso è accompagnato da qualche lacrima di commozione: del resto, il distacco da persone particolarmente care non sempre è facile da digerire così in fretta. Grazie, Karol; Papa dei monti, del silenzio, della poesia e della contemplazione. Nonostante il pesante fardello dell'essere rimasti orfani, ogni mattina continuiamo ad alzare lo sguardo verso quel cielo che ci ha uniti nello spirito per ventisette lunghissimi anni. Noi, forti del tuo insegnamento, continuiamo il nostro viaggio. Un viaggio che speriamo possa parlare della bellezza del Creato anche a partire dalle pagine di questo giornale.

Autore : Emanuele Latini

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