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L'esperto risponde: siete "pessimisti maltusiani" o "ottimisti tecnologici"?

Due quesiti per il Dottor Antonio Ghezzi.

In primo piano - 12 Luglio 2004, ore 08.16

Il climatologo Antonio Ghezzi, risponde alle domande dei lettori: GIULIO GRASSO di Torino chiede: "sterminare le mandrie di bovini può essere veramente un modo per attenuare l'inquinamento da metano?" Qualsiasi attività umana produce una modificazione ambientale (naturale od artificiale che sia). Infatti così si giustifica il numero chiuso di visitatori che si prospetta per Venezia, come il divieto di ingresso umano, se non per motivi scientifici, in ambienti dall’equilibrio particolarmente delicato (ecosistema di alcune grotte). Quindi, paradossalmente, il primo motivo di inquinamento e modificazione ambientale è proprio la presenza dell’uomo (soprattutto adesso che sono superate le 6 miliardi di unità). A parte quello che rimane di naturale, l’uomo per i propri fabbisogni alimentari ha convertito vaste aree all’agricoltura ed ha aumentato considerevolmente il numero di animali allevati. Questo per affermare che anche l’agricoltura, e le attività derivate non sono “pure” come qualcuno vorrebbe. Sicuramente sono molto meno inquinanti di quelle industriali. Allora il problema non è eliminare l’industria, l’agricoltura, gli animali e chissà cos’altro. Il problema è quello di capire che la terra non ha risorse infinite e non si può inquinare e modificare l’ambiente come si vuole. L’ecosistema terrestre ha le “spalle larghe” ma non può sopportare indefinitamente pesi crescenti. L’equilibrio dell’ecosistema è una cosa delicata. Sappiamo noi indicare il punto del non ritorno? Come da più parti si sostiene, bisogna pensare allo sviluppo ed al progresso in termini di compatibilità ambientale. Purtroppo ci sono posizioni integraliste che si fronteggiano portando il dibattito sul piano dell’irrazionalità. I “pessimisti maltusiani” sono convinti che l’unica battaglia da combattere sia quella demografica altrimenti il genere umano si estinguerà. I teorici del “buon selvaggio” ritengono che la vera catastrofe sia il progresso e l’unico rimedio sia quello del ritorno alle origini. Gli “ottimisti tecnologici” invece sostengono che il progresso saprà rimediare ad ogni problema. Così fra anatemi apocalittici da una parte e teorie rassicuranti dall’altra si perde tempo a porre rimedio ad una situazione realmente a rischio, effetto serra. ENZA DE LAURENTIS di Fiano Romano (ROMA) chiede "la Sicilia e la Sardegna si avviano davvero verso la desertificazione?" Secondo una famosa definizione il vero uomo di scienza è quello che ha molti più problemi irrisolti di quanti ne riesca a risolvere. In questo senso va la mia risposta. In base alle conoscenze attuali, in effetti la Sardegna, la Sicilia insieme alla Puglia ed alla Basilicata dovrebbero essere le regioni più colpite. In particolare il fenomeno di desertificazione si verrebbe ad innestare su realtà già oggi a rischio (ad es. l’Iglesiente in Sardegna ed il Metapontino in Basilicata hanno medie di precipitazione intorno ai 400 mm./anno con periodi siccitosi di 180-190 giorni con punte anche di più di 220 giorni). La trasformazione avverrebbe attraverso fenomeni concomitanti: il prolungamento della durata media dei periodi siccitosi, la diminuzione delle quantità di precipitazione e l’aumento della sua intensità ( 200-250 mm./anno in 20-25 giorni di precipitazione con periodi siccitosi in cui i 220 giorni non costituirebbero il picco ma la media). Le modalità e l’esiguità di precipitazione, brevi ed intensi rovesci, favorirebbero l’erosione del suolo mentre ostacolerebbero l’assorbimento dell’acqua in profondità. Inoltre la scarsità di riserve d’acqua imporrebbe un deciso cambio colturale rispetto all’attuale agricoltura (ulivo, agrumi, vite). Queste condizioni sono da clima semidesertico riscontrabili ad es. nella California meridionale.

Autore : Risposte di Antonio Ghezzi

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