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Italia: un territorio sempre più sconosciuto

Il territorio italiano diviene giorno dopo giorno sempre più estraneo ai suoi stessi abitanti, per varie ragioni: storiche, sociali, culturali, produttive, ecc. e ciò costituisce una minaccia ben più grave e incombente dei cambiamenti del clima.

In primo piano - 5 Agosto 2014, ore 10.42

All’indomani di tragedie come quella di Treviso si punta sempre il dito sui soliti problemi: incuria del territorio, mancanza di interventi di messa in sicurezza, assenza di sistemi di allarme, ecc. più semplicemente, mancanza di fondi! Nell’era della rete, della connessione h24, degli strumenti di osservazione, monitoraggio e previsione più sofisticati che l’umanità abbia mai conosciuto, dei mezzi di soccorso più preparati e veloci che il mondo abbia mai visto, della progettazione del territorio più dettagliata e approfondita mai immaginata prima, accadono fatti così sconcertanti da far pensare al progresso come a qualcosa di veramente utopico o privo di incisività nelle nostre esistenze.
 
Ancora adesso mi chiedo: come è possibile! Eppure a guardare la morfologia del territorio si resta sbalorditi! Ma non voglio dilungarmi su sterili aspetti geo-morfologici, bensì intendo gettare una luce sulla consapevolezza collettiva legata al territorio in cui si vive, senza per questo pretendere nozioni di geologia, climatologia o quant’altro.
 
La verità è che forse stiamo delegando troppo: a sistemi automatici, a macchine pensanti, ma molto più diffusamente e semplicemente a qualcuno che, prima di noi e sopra di noi, è deputato a controllare e intervenire. A volte si anticipa, troppo spesso si arriva in ritardo, ma soprattutto non siamo mai soddisfatti di come viene condotta un’operazione.
 
Con queste parole intendo dire che una parte di responsabilità ce l’abbiamo tutti, per noi stessi e per gli altri, e soprattutto nel territorio in cui viviamo, perché il territorio è casa nostra, ci rispecchia e ci accompagna nelle nostre attività quotidiane: dal contadino che lo lavora, allo scolaro che lo osserva e impara a viverlo fin dai finestrini dello scuola-bus.
 
Purtroppo da qualche decennio i territori sono sempre meno vissuti, osservati, confrontati, perfino nella chiacchiera di strada o da bar. Si sente solo parlare di calcio o di gossip, mai di una demolizione, del taglio di un bosco, di un nuovo sottopasso o della manutenzione di argini e briglie.

Tutto ci sembra uguale, se non fosse per i monumenti e la sensazione di caldo o di freddo; non sapremmo nemmeno dire se siamo nel Tavoliere delle Puglie o in Lomellina. Autostrade, periferie, boschi, vallate, spiagge o laghi, se non ci fossero cartelli o navigatori, potrebbero essere ovunque.
 
Contrariamente a quanto accadeva fino a meno di due generazioni fa, ci spostiamo rapidamente da una parte all’altra dell’Italia, ma non ci rendiamo conto delle differenze, delle specificità, dei rischi e dei vantaggi di un territorio. Quello in cui abitiamo ci è perfettamente estraneo, per non dire anonimo.
 
Cambiamo casa, sede di lavoro, luogo di vacanza o di divertimento con molta più rapidità che in passato, senza chiederci cosa li circonda, cosa ci sta dietro, come è vissuto, com’è gestito. Si ha una percezione dei pericoli e dei rischi a questi connessi, molto alterata. Si bada semplicemente al conto economico e alla fruibilità immediata. La stessa ragione per la quale si decide di andare in vacanza in paesi esotici (anche se di esotico sul posto non c’è proprio nulla, se non la servitù locale e qualche strano frutto), accettando tacitamente il rischio di avere problemi di ogni tipo, dalle cancellazioni aeree, alle malattie, fino ad eventi ancora più seri e problematici.
 
Dopo un violento nubifragio, tra i tanti abbattutisi domenica, al confine delle province di Prato e Firenze, ho visto stamani due persone, armate di ramazza, ripulire le cunette della strada prospiciente i loro palazzi, ingombre di aghi di pino, foglie e residui di ogni genere, tra cui bottiglie di plastica e vari tipi di rifiuti stradali. Le cosiddette bocche di lupo, erano praticamente ostruite da queste masse informi. Un nuovo temporale avrebbe provocato certamente degli allagamenti, specie nei garage adiacenti, ricavati, come spesso accade nelle zone di pianura, anche due metri sotto il piano stradale.
 
Un piccolo segnale di partecipazione alla gestione del territorio; niente a che vedere con le centinaia di interventi dei vigili del fuoco di ieri pomeriggio, che in alcuni casi hanno evitato incidenti e danni molto più seri, ma un contributo sicuramente fondamentale per la manutenzione ordinaria e la prevenzione, o meglio auto-prevenzione. E questo basterebbe per l’ordinario.
 
Poi avviene anche lo straordinario, ma qui ci corre in aiuto la memoria storica del territorio e il suo funzionamento. Se questa non viene tutelata, approfondita e considerata, ogni opera è a rischio anche dove i rischi sembrano inesistenti, e non voglio sprecarmi in esempi. Mi basti solo dire che tra Firenze e Prato, oltre ai due corsi fluviali principali: il Bisenzio e la Marina, abbondantemente arginati e contenuti, non esiste più nessuno dei tanti rivoli che scendevano dai rilievi retrostanti; o meglio, esistono ancora, ma sono riconoscibili solo fino ai limiti degli abitati, poi sono stati sistematicamente “tumulati” sotto migliaia di metri quadri di cemento e asfalto, insieme con la memoria di alluvioni e nubifragi del passato.
 
Ogni volta che torno nella mia Potenza osservo la Valle del Basento e tutti gli insediamenti commerciali, industriali, produttivi e umani che la popolano, con una crescita negli ultimi 20 anni a dir poco esponenziale, e penso a quello che mi raccontava mio nonno del lontano 1929, quando tutta la vallata si trasformò in un’enorme fiumana e solo il vecchio ponte romano rimase in piedi, mi chiedo se e come, dagli amministratori agli esercenti, dai cittadini ai lavoratori, ai pochi ignari ospiti, potrebbero fronteggiare un evento simile oggi. Allora morti e danni furono limitati, visti i numeri ridotti, sia in termini di persone che attività e mezzi, ma oggi? Un’intera regione finirebbe al collasso.
 
Ben vengano lo sviluppo, il progresso, l’espansione delle attività umana, ecc., ma per favore non permettiamo più scempiaggini e storture come quelle che mi tocca vedere in giro per tutta l’Italia. Partecipiamo all’uso e alle trasformazioni del nostro territorio, e se non ci è consentito in modo attivo, almeno dal punto di vista conoscitivo, storico e culturale. Ci farà meno paura, sapremo gestire meglio le emergenze e subiremo meno danni. Se un piano di emergenza non esiste, creiamocelo noi; vi assicuro che i nostri nonni sapevano quasi sempre cosa fare e dove andare!

Autore : Giuseppe Tito

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