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Inverno classico e inverno dinamico

Qualcuno non conosce il significato di queste definizioni: forse è il caso di spiegarle meglio al grande pubblico.

In primo piano - 31 Gennaio 2011, ore 14.59


L'inverno può ancora colpire duro in Italia tra febbraio e marzo ma le modalità dei suoi "interventi" cambiano non poco.

Il riscaldamento del clima ha accorciato sempre più i nostri inverni. Da uno studio del CNR si evince che In pianura l'inverno dura mediamente due settimane meno rispetto a 30 anni fa.

In assenza di irruzioni di aria fredda (artica, polare, quella che volete) è difficile ormai pensare nel mese di febbraio ad un freddo costruito in loco con gelate diffuse.

Il nostro non è un Paese da nebbie fredde, che si limitano statisticamente (ed eccezioni a parte) a pochi giorni in condizioni anticicloniche e con marcate inversioni termiche tra l'ultima decade del dicembre e i primi venti giorni del gennaio.

E' il periodo in cui le zone interne e pianeggianti riescono a crearsi il freddo autonomamente, ma questo avviene molto più difficilmente a febbraio, specie laddove l'urbanizzazione selvaggia ha amplificato l'effetto dell'isola di calore.

L'inverno classico, cioè quello in cui è lecito aspettarsi ondate di freddo durature e conseguenze nevose estese sul territorio generalmente termina alla metà di febbraio. Il sole è ormai troppo alto per favorire condizioni termiche da freddo record, salvo casi rari. 

Nel caso poi in cui il vortice polare mostri compattezza come in questo inizio febbraio è giusto ma anche doveroso avvisare per tempo i lettori che l'inverno classico possa salutarci in anticipo, regalando fasi di precoce mitezza in quota e di scomode inversioni termiche in pianura.

Ricordo un anziano gestore degli impianti a Livigno in Valtellina, che mi diceva: "la neve che tiene è quella che va da fine dicembre alla fine di gennaio. In un anno dove la neve latita, se fiocca a febbraio è tardi, il sole se la mangia facilmente. Certo è meglio di niente, ma è neve di primavera..."

Ovviamente chi non ricorda, senza scomodare il 29 o il 56, annate estreme, o relativamente rare con avvezioni fredde a fine febbraio o nella prima quindicina di marzo con nevicate anche eccezionali, ma qui è preferibile parlare di colpi di coda, che definirei quasi tempeste pre-equinoziali, che paradossalmente testimoniano come la stagione stia cambiando e si ponga altri obiettivi.

Se l'inverno classico vedeva situazioni invernali costruite con calma, frutto di movimenti studiati quasi a tavolino, quello dinamico ha fretta. Le masse fredde sembrano muoversi con rinnovata energia e l'aumentata attività convettiva, figlia di un sole sempre più alto nel cielo e più forte, regalano i classici rovesci nevosi da fine inverno, anche con temperature al suolo ben superiori allo zero.

Il nord può ancora sperimentare nevicate da scorrimento, ma dall'Atlantico non arrivano più fronti caldi carichi solo di precipitazioni e di mitezza, ma finalmente i primi attivi fronti freddi che scaricano giù il freddo con i loro rovesci. Insomma cambia il modo di vivere e vedere l'inverno da febbraio in poi. E' appena il caso di ricordare che il primo marzo parte la primavera meteorologica, che diverge dunque sensibilmente da quella astronomica.

L'italiano medio inoltre non sa nemmeno cosa sia l'inverno vero e nemmeno lo vuole incontrare. Una larga fetta della popolazione non frequenta la montagna d'inverno, non ha mai provato cosa significhi vivere ad esempio un blizzard stile americano, cosa si provi a passare settimane anche solo a -15°C. Quello delle nostre pianure è dunque un inverno che fa sorridere, soffocato nelle aree urbane da mille tentativi di riscaldamento, inibito da alte pressioni ingombranti, smorzato dalla presenza del baluardo alpino, intimidito dalla vicinanza con l'Africa e dal confronto con il Mediterraneo.


Autore : Alessio Grosso

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