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Instabilità prefrontale e postfrontale

Cosa sono? Perché si manifestano?

In primo piano - 23 Luglio 2010, ore 10.32

Il passaggio di un fronte provoca sempre un rimescolamento dell’aria presente in un dato luogo; d’altra parte per definizione esso ha lo scopo di separare due masse d’aria con caratteristiche di temperatura e contenuto di vapore acqueo completamente differenti.

In particolare trattando un fronte freddo possiamo dire che la massa d’aria (a temperatura più bassa) che lo segue tende a scalzare dal suolo ed a trasportare rapidamente verso l’alto l’aria (più mite) che lo precede, generando cumuli e cumulonembi in grado di dare forti rovesci o temporali.

La presenza di queste nubi favorisce ed accelera il trasporto dell’aria fredda verso il suolo durante i rovesci più forti, e quindi la nascita di nuove formazioni nuvolose dello stesso tipo accanto ad esse; in poche parole spesso e volentieri lungo un fronte freddo si generano linee temporalesche che sono comandate da moti verticali alternati verso l’alto (nella fase di crescita di ogni singola nube) e verso il basso (quando si verifica un intenso acquazzone).

Questa alternanza di movimenti si “propaga” nell’aria un po’ come un segnale radio (ma a velocità sicuramente minore e con modalità totalmente diverse) trasmettendosi gradualmente sia nelle aree che devono ancora veder passare il fronte freddo (il settore caldo del sistema frontale) sia in quelle già investite dall’aria fredda. Ma nel settore caldo della perturbazione è presente aria generalmente molto umida, e di conseguenza quando questa viene trasportata rapidamente verso l’alto subisce una rapida condensazione e genera a sua volta cumuli e cumulonembi, che stavolta si organizzano su linee (dette “di groppo”) generalmente parallele al fronte freddo ma distanti da esso anche diverse centinaia di chilometri. In tal caso si parla di instabilità prefrontale (ossia “che precede il fronte”); talvolta le nubi temporalesche che si formano lungo le linee di groppo diventano talmente intense che tolgono localmente l’energia vitale al fronte freddo e di conseguenza quando quest’ultimo transita in un certo luogo già colpito da intense piogge non accade quasi nulla.

Un esempio classico di instabilità prefrontale si ha in estate nella Pianura Padana, quando si scatenano improvvisi forti temporali con grandinate e rischio di trombe d’aria, nonostante l’aria fredda sia ancora lontana, magari sulla Francia.

Qualcosa di simile si verifica anche fra la Sicilia ed il basso Tirreno quando nel corso di una “sciroccata” con aria secca e colma di sabbia proveniente dal Deserto del Sahara si sviluppano isolati cumulonembi che poi dal mare investono l’Isola o la costa della Calabria, portando deboli rovesci; in tal caso il fronte freddo spesso si trova addirittura sulle Baleari e quindi almeno a mille chilometri di distanza.

L’instabilità postfrontale (ovvero “che segue il fronte”) è sempre provocata dal movimento alternato dell’aria, ma si genera dove l’aria fredda e secca è già presente; i rovesci ad essa legata quindi in generale sono più deboli ed isolati, a meno che durante la sua espansione in orizzontale la massa d’aria fredda non venga riscaldata dal basso, magari a causa del suo passaggio su una estesa superficie più tiepida (come ad esempio lo strato d’aria a diretto contatto di una superficie oceanica nelle stagioni di transizione o durante l’inverno).

In tal caso l’aria più mite a causa del solito movimento ondulatorio descritto precedentemente, viene portata verso l’alto, e come nei casi precedenti genera nubi cumuliformi in grado di rovesciare ulteriore aria fredda al suolo; i venti che seguono il fronte freddo però in generale sono molto più intensi ed irregolari di quelli che lo precedono, pertanto anche le formazioni nuvolose dovute all’instabilità postfrontale si dispongono in maniera molto più casuale rispetto alle “linee di groppo”.

In effetti dando uno sguardo alle immagini da satellite si può dire che l’aria che segue il fronte freddo è instabile se si nota una specie di “acciottolato” di nubi esteso anche per centinaia o migliaia di chilometri in latitudine. Un’ultima nota riguarda i fronti caldi: anche durante il loro passaggio in particolarissime condizioni può verificarsi instabilità prefrontale o postfrontale, ma certamente risulta molto meno evidente rispetto a tutti i casi trattati finora.


Autore : Lorenzo Catania

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