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Il terremoto della coscienza

Considerazioni sulla tragedia nel sud-est asiatico.

In primo piano - 3 Gennaio 2005, ore 08.37

E’ difficile ignorare la realtà quando irrompe nelle nostre confortevoli mura domestiche durante le festività natalizie, senza suonare il campanello, con prepotenza, come quell’onda terribile animata da attività viscerali sfuggenti alle ferree leggi fisico – matematiche che l’uomo ha plasmato nel tempo. Improvvisamente il panettone diventa amaro, si smorzano le esuberanti luminarie, si svalutano i numerosi doni ancora adagiati sotto l’albero: la Natura appella severamente le nostre coscienze, intorpidite nel sonno dell’egoismo e dell’indifferenza quotidiani, restituendo, nella maniera più cruda e brutale, agghiaccianti immagini di distruzione e morte. Attoniti davanti al teleschermo, ospiti di quella stessa Natura, tanto lontana ma improvvisamente vicina, soppesiamo a reale consistenza del nostro cordone ombelicale: forte, oggi, di granitiche e sfrontate certezze, irrimediabilmente reciso domani. Brividi glaciali si insediano ripetutamente, vacillano i nostri robusti capisaldi, in un senso di totale smarrimento che, senza troppi preavvisi, smantella la corteccia dei nostri cuori. Umanamente gravoso accostare il volto di Dio a tragedie di tali proporzioni; ma, alzando per un attimo lo sguardo, non è così difficile, con la coscienza denudata dalla potenza del sisma, scorgere un Dio stanco, affaticato dai pesanti macigni che la società moderna gli pone in grembo. Un Dio piangente e dolorante che ci chiede aiuto lanciando moniti palesi anche attraverso l’immenso dramma asiatico. Tuonano, in tal senso, le gesta di alcuni locali che, nell’immane sconquasso, logorati dalla povertà imperante, ritrovano quei documenti colmi di tremila euro e li restituiscono ai legittimi proprietari, turisti italiani come altri meno fortunati che, nella gioia di una vacanza, hanno trovato la morte. E proprio in quei tremila euro riconsegnati, equivalenti a circa sedici anni di loro fatiche lavorative, emerge una ricchezza interiore che bisticcia con la nostra fame insaziabile di beni materiali, in un quadro sconcertante che riesuma le ricorrenti immagini di sciacallaggio nelle calamità naturali nostrane. Possibile che il culto sregolato del denaro, esiliando negli stenti popoli a noi lontani, ci abbia vestito con abiti lussuosi chiedendo, in pegno, le nostre coscienze? E’ ancora Dio a scuoterci dentro rammentando che la società, nostro comodo rifugio nell’eterno palleggio delle responsabilità, siamo noi, piccoli amministratori quotidiani di un Bene semplice e genuino, viscerale e potente come le forze occulte che tormentano la crosta terrestre e i suoi inermi abitanti. Noi, pigri, ma potenziali e unici fautori del cambiamento, in nome di un Dio che piange le vittime dello Tsunami, i bimbi di Beslan, gli emarginati sociali, gli accerchiati dalla fame e dalle malattie, ma che gioisce ad ogni nostro flebile lumicino acceso e riposto nelle tenebre del male. Il Bene è alla portata di tutti, è timido e silenzioso, esuberante e dirompente, non ama i proclami risonanti, non necessita di gesti eroici, gratifica prima il mittente che il destinatario……….non attendiamo la prossima onda.

Autore : Silvio Bozzano

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