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Il Prof.Ortolani attacca L'IPCC: "è neocolonialista"; stop alla speculazione sul cambio climatico!

Forte presa di posizione del Prof. Ortolani.

In primo piano - 15 Giugno 2007, ore 17.13

Il cambiamento climatico è una realtà. Per l’uomo moderno tecnologico è una novità. Per l’umanità no! Negli ultimi millenni si è verificato un cambiamento simile con ciclicità millenaria. L’inquinamento dell’atmosfera e dell’ambiente è una realtà. Per l’uomo moderno tecnologico e per l’umanità è una novità. Mai prima d’ora si era registrato un inquinamento naturale dell’atmosfera di simile entità. La storia del clima e dell’ambiente Gli archivi naturali evidenziano che in passato le concentrazioni di gas tipo CO2, metano ecc. hanno avuto sensibili variazioni naturali, aumentando nei periodi con clima anche più caldo dell’attuale. I cambiamenti del clima e dell’ambiente, in natura, si sono sempre verificati in assenza di inquinamento ambientale antropogenico. Gli archivi naturali integrati presenti nell’Area Mediterranea hanno consentito di ricostruire la storia del clima e dell’ambiente delle ultime migliaia di anni, come già evidenziato in Convegni internazionali organizzati a partire dal 1993 presso il Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali di Ravello. I cambiamenti climatici anche più intensi dell’attuale si sono verificati su scala millenaria, naturalmente e senza l’inquinamento atmosferico antropogenico. La durata dei periodi caldi degli ultimi millenni è stata di circa 150-200 anni. Questi ultimi sono correlabili con le variazioni di attività solare su scala multisecolare. L’attuale periodo di cambiamento climatico si sta instaurando secondo la naturale ciclicità millenaria e si sta sovrapponendo ad un crescente inquinamento antropogenico dell’atmosfera. Il cambiamento climatico, quindi si svilupperà naturalmente, in relazione all’attività solare, come accaduto 1000 anni fa. L’ambiente sarà interessato da modificazioni rapide, diversificate in relazione alle attuali condizioni climatiche connesse alla latitudine. Indipendentemente dalle attività umane, le popolazioni dovranno, comunque, adattarsi alle nuove condizioni climatico-ambientali. Vanno attuate azioni tese a mitigare l’inquinamento atmosferico e ambientale in generale, essendo coscienti che il cambiamento climatico-ambientale non può essere contrastato. Sagge azioni devono essere individuate e attuate per mitigare i danni all’ambiente antropizzato. Tale conclusione, strettamente connessa ai dati scientifici multidisciplinari, alla storia ambientale e alle previsioni delle modificazioni del prossimo futuro, dovrebbe essere individuata come una pragmatica posizione di “sinistra”. Invece coloro che sostengono tali tesi sono marchiati di reazionarismo, di essere al servizio degli inquinatori del globo e di favorire l’ulteriore accentuazione della variazione climatica fornendo giustificazioni addomesticate (cambiamento climatico ciclico e naturale). In base ai dati climatici strumentali che coprono gli ultimi 150 anni di storia, senza conoscere la storia del clima e dell’ambiente nelle ultime migliaia di anni, i ricercatori raggruppati nell’IPCC, sono giunti alla conclusione che molto probabilmente il cambiamento climatico attuale è provocato dall’inquinamento antropogenico dell’atmosfera. Tale versione, autoreferenziata e non scaturita e validata da un confronto scientifico internazionale multidisciplinare, è stata ampiamente lanciata nei mass media con una vera e propria campagna pubblicitaria promozionale che ha imposto una versione monocromatica della causa del cambiamento climatico-ambientale. I governi di molte nazioni assumono, ormai, ufficialmente che l’uomo sia la causa del cambiamento climatico. Quindi, per contrastare i cambiamenti ambientali si deve intervenire sulle attività umane. Bisogna ridurre la produzione di gas ad effetto serra. Come? Ad esempio introducendo l’uso di biocarburanti per consumare meno combustibili fossili. Ecco come l’attenzione globale si è spostata, dagli interventi tesi a mitigare i danni ambientali nelle aree che saranno più interessate dal cambiamento climatico, sulle attività industriali che sono la fonte principale delle emissioni di gas ad effetto serra con la propagandata presunzione di poter così contrastare il cambiamento climatico (e non di contenere l’inquinamento ambientale). Gli interventi da attuare nel prossimo futuro, conseguentemente, sono previsti nelle aree più industrializzate e causa prima delle emissioni inquinanti (che avrebbero provocato danni a tutto il pianeta). Tali interventi devono essere sostenuti anche dalla neocolonizzazione di aree poco sviluppate dal punto di vista socio-economico, che sarebbero assoggettate per produrre i biocarburanti necessari per ridurre le emissioni in atmosfera. In tal modo si crea una competizione nell’uso del suolo nelle aree povere. Le foreste e le aree già coltivate saranno progressivamente adibite alla produzione di biomassa per i biocarburanti che saranno sempre più usati nei paesi ricchi. Tale conclusione, strettamente connessa agli interessi economici dei paesi ricchi a scapito dei paesi poco sviluppati, dovrebbe essere individuata come una pragmatica posizione di “destra”. Invece su tali tesi si trovano schierati i partiti progressisti e quelli ambientalisti accanto ai neocolonialisti; per ignoranza, disinformazione, speculazione economica, interessi vari, sono sponsorizzati i biocarburanti, indiscriminatamente, sia dalle multinazionali che si stanno accaparrando l’esclusiva della produzione di biomasse nei paesi poveri che da coloro che dovrebbero essere i “progressisti” europei. Secondo Fidel Castro tale politica neocoloniale provocherà la scomparsa prematura di alcuni miliardi di abitanti delle aree povere. La costosa campagna pubblicitaria che da qualche anno, monopolisticamente, cerca di inculcare nella popolazione la convinzione che l’uomo è l’unica causa del cambiamento climatico e delle catastrofi ambientali che saranno ad esso connesse, vera e propria televendita ben sponsorizzata e sostenuta economicamente, ha ottenuto un risultato che, se perseguito acriticamente, porterà ulteriore ricchezza nei paesi industrializzati e sempre più povertà nelle aree poco sviluppate del globo. Provocherà, con la progressiva sottrazione di aree all’agricoltura per la produzione di cibo e la distruzione delle foreste per produrre biomassa, un incremento delle emissioni nocive in atmosfera e non mitigherà gli impatti ambientali del cambiamento climatico nelle aree che, come 1000 anni fa, più saranno interessate. Cosa fare? Prima di tutto va immediatamente promosso un dibattito scientifico multidisciplinare istituzionale internazionale, che finora è sempre stato contrastato dalla lobby che sponsorizza l’IPCC. Le conclusioni dell’IPCC non hanno basi scientificamente valide in quanto si basano solo su dati climatici degli ultimi 150 anni; la storia del clima delle ultime migliaia di anni non esiste per l’IPCC. La storia delle relazioni tra attività solare e clima delle ultime migliaia di anni, evidenziata dai più validi fisici solari internazionali, per l’IPCC non esiste. Per l’IPCC esiste solo l’inquinamento atmosferico connesso alle attività antropiche degli ultimi 150 anni. Scientificamente parlando, le conclusioni dell’IPCC non sono altro che un edificio senza fondazioni. Dal punto di vista commerciale, le conclusioni dell’IPCC, per i paesi ricchi, aprono la strada ad un neocolonialismo sfrenato e all’ulteriore degrado socio-economico ed ambientale globale delle aree povere. Va detto chiaramente che grazie alla efficace e interessata sponsorizzazione, i risultati dell’IPCC, scientificamente banali, si sono trasformati, per legge e non per meriti scientifici, in verità scientifica. L’applicazione del protocollo di Kyoto va vista come attuazione di misure tese a ridurre l’inquinamento atmosferico e non come modo per combattere il cambiamento climatico. Nelle aree povere dove il cambiamento climatico avrà significativi impatti negativi e dove circa 3 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’acqua potabile, invece di sconvolgenti interventi neocoloniali, andrebbero attuate misure efficaci per adattare l’ambiente alle nuove condizioni climatiche che si intensificheranno nel prossimo secolo. L’Europa finora si è accodata acriticamente e passivamente alla politica neocoloniale imposta dagli sponsor dell’IPCC. L’Europa corre il rischio di applicare misure neocoloniali anche tra i suoi paesi membri in seguito ad una acritica promozione e facilitazione della produzione di biomassa che andrà a scapito delle qualificate produzioni agricole mediterranee. Nel prossimo futuro FORSE i paesi del Mediterraneo, come accadde 1000 anni fa, saranno interessati dalla desertificazione delle zone costiere e dai più marcati cambiamenti ambientali che incideranno significativamente sull’economia e sicurezza ambientale; in tali aree vanno adottate concrete misure ambientali per la difesa delle risorse naturali, idonee a contenere i danni connessi al cambiamento climatico, e non misure tese ad avvantaggiare le attività industriali prevalentemente della parte centrosettentrionale dell’Europa che, come 1000 anni fa, sarà climaticamente favorita dalle nuove condizioni. Il Prof Franco Ortolani è Ordinario di Geologia Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio Università di Napoli Federico II.

Autore : Prof Franco Ortolani

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