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Il problema della trasparenza dell’aria: il caso di Roma

Nell’ultimo secolo gli orizzonti si sono “ristretti”: non solo lo smog e gli inquinanti tra le cause dell’appesantimento dell’aria. Ma talvolta si scopre l’eccezione...

In primo piano - 23 Maggio 2003, ore 16.38

Qualche secolo fa sarebbe stata una consuetudine. Oggi non lo è più. Stiamo parlando della trasparenza e della purezza dell’aria. Anni addietro capitava spesso, anche nelle grandi città, di avere una visibilità notevole, non di rado superiore a svariate decine di chilometri. Ovvio che tutto questo fosse subordinato al tipo di circolazione e all’umidità, nonché ad altri fattori naturali, in atto in quel preciso momento; ma complessivamente l’aria è diventata, col passare degli anni, soprattutto in seno al Novecento, molto meno trasparente e generalmente più sporca. Il motivo di tutto questo deve ricercarsi nella concentrazione - negli strati più bassi della troposfera - di polveri e di inquinanti che agiscono come un velo opaco che impedisce la visuale degli orizzonti più lontani. Questo “velo” è oggi molto più consistente che non in passato, complice lo smog e l’alta concentrazione di sostanze che addensano l’aria impedendone la trasparenza. A monte del problema c’è un fenomeno chiamato “Novecento”: nel corso dell’ultimo secolo, l’urbanizzazione, la crescita smisurata della popolazione ed il conseguente avvento delle industrie e dei prodotti di scarto della società ipertecnologica hanno determinato l’avvelenamento dell’aria, e il risultato finale è sotto gli occhi di tutti. Si parla spesso di smog per sottolinearne gli effetti devastanti sulla salute, ma in pochi hanno affrontato il problema collegandolo alla salubrità e alla trasparenza dell’aria. Che pure è importante! Il cielo di oggi è più grigio rispetto al passato, e la poesia degli orizzonti lontani sempre più spesso ci viene negata dai veleni - non solo chimici - che l’uomo stesso rigetta nell’aria. Una volta, quando ancora non esistevano le automobili (né tantomeno Internet!), le notizie più importanti viaggiavano con segnali dal cielo. Succedeva così che da Roma si riusciva a comunicare velocemente con Napoli grazie al “ponte” offerto dal Castello di Fumone, dal quale si levavano poderose colonne di fumo in grado di essere avvistate da una città e dall’altra (distanza media in linea d’aria pari a circa 100 km!). Come una sorta di “Alfabeto-Morse”, tra le due città si era stabilita una sorta di “linguaggio del fumo”, e si riusciva a comunicare in questo modo che, per quanto primitivo, risultava essere anche molto efficace. Non a caso, il paese arroccato sul colle in posizione dominante sulla Ciociaria deputato a questo tipo di funzione esiste tutt’oggi ed ha mantenuto il nome storico di “Fumone”. Oggi, al contrario, capita di andare a Guadagnolo, un paesino ad oltre 1200 metri di altitudine, a soli 30 km in linea d’aria da Roma, e constatare che il sole non tramonta più come una volta dietro il Mare Tirreno - come dovrebbe naturalmente essere - bensì dietro una fitta coltre di smog che attanaglia l’antistante Capitale. Va da sé che osservare oggi Napoli o Roma da Fumone è praticamente impossibile, se non in rarissime occasioni. Una di queste occasioni è arrivata proprio ieri, giovedi 22 maggio, quando il vento da nord-ovest è entrato prepotente con il suo soffio frizzante a spazzare i cieli di Roma e di tutto il litorale tirrenico, addensando gli ultimi cumuli nell’entroterra contro l’Appennino. La visuale si è aperta come nelle rare occasioni, ed un’aria tersa come assai di rado accade si è impossessata dell’Agro Romano, lasciando libero lo spazio del visibile a centinaia di chilometri di distanza! D’improvviso sono ricomparsi i protagonisti di paesaggi d’un tempo. Roma è tornata a vedere il Velino, gli Ernici e tutto l’entroterra reatino, con il Terminillo avvolto da un rovescio di neve grandinigena. Dai Castelli, poi, si è riassaporato il panorama dei secoli andati, con lo sguardo in grado di spaziare dalle Mainarde, a confine col Molise, fin oltre i Cimini, nel viterbese, passando per il Circeo e per le Isole Ponziane. E, in un tripudio di merletti sconosciuti, l’orizzonte lasciava trasparire da ultima, nel bel mezzo della Valle del Tevere, la sagoma lontana del Monte Amiata, ad oltre 160 km in linea d’aria! Cent’anni fa sarebbe stato un evento consueto e “normale”. Oggi siamo qui a celebrarne l’assoluta straordinarietà. È il mondo che cambia...

Autore : Emanuele Latini

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