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Il Global warming che fa paura: allarmismo fondato o isteria collettiva?

Dopo più di un ventennio di studi, pubblicazioni, dibattiti più o meno scientifici, la questione dei cambiamenti climatici rimane ancora controversa. Torniamo sull’argomento per considerare qualche altro spunto di riflessione.

In primo piano - 6 Luglio 2009, ore 09.30

Per guardare con occhi saggi al futuro, bisognerebbe come prima cosa quantomeno, conoscere bene il passato ed il presente. Aforisma tanto lapalissiano quanto scontato, eppure così poco di moda ai nostri tempi, nonostante la sua proverbiale utilità. Questo concetto, si rafforza ulteriormente e si rende indispensabile quando si parla di scienza ed in particolare delle scienze evolutive, quelle cioè in cui lo studio dell’evoluzione di un certo fenomeno naturale nel tempo dipende incofutabilmente da una successione di eventi storici quasi sempre irripetibili. Un esempio su tutti, l’evoluzione biologica. Un altro esempio, l’evoluzione climatica. Queste discipline scientifiche si differenziano dalle scienze galileiane (o fisiche), per l’essere caratterizzate da proprietà perlopiù sgradite agli studiosi, quali l’imprevedibilità, l’irreversibilità, l’aleatorietà, e per la necessaria introduzione di concetti quali disordine, casualità, caos, approssimazione. Basterebbe questa introduzione, a mio avviso, per intuire che ci troviamo di fronte allo studio di fenomeni altamente complessi, non lineari, che non trovano collocazione tra le scienze prettamente fisiche e che quindi non sono indagabili e dimostrabili con il rigore scientifico del metodo galileiano. L’abbiamo già ripetuto altre volte, per l’indagine di questi fenomeni non rimane altro che tentare un approccio multidisciplinare che ci porti come massimo risultato, ad una ricostruzione ipotetica dei fatti, il più possibile fedele alla realtà, ma senza cadere nell’errore di pensare che una teoria possa rappresentare un dogma, una legge universale dimostrata. Torniamo quindi all’aforisma di apertura. Nello studio delle dinamiche climatiche, conosciamo tanto dettagliatamente lo stato passato e presente, per essere in grado di creare ed inizializzare adeguatamente i modelli fisico matematici globali, attualmente i primi responsabili delle proiezioni climatiche apocalittiche a medio e lungo termine? Perché è proprio questo il punto, ce lo ricorda per primo il fisico Edward Lorenz, recentemente scomparso, che già nel lontano 1963, forse con compianta umiltà, aveva capito che la natura evolutiva ed imprevedibile del sistema climatico, poco si sposava con la fredda determinatezza di un modello matematico che elevava al quadrato anche il più piccolo, imprevisto, ed apparentemente insignificante errore in fase di input. E l’errore in climatologia purtroppo è sempre dietro l’angolo, abbiamo già trattato di queste problematiche e lo rifaremo in futuro, perché attenzione, non è affatto semplice misurare con accuratezza lo stato attuale e le variazioni termodinamiche in corso nel pianeta e stabilire il metodo sperimentale investigativo più appropriato. Si pensi alla storia e all’evoluzione dei dati di temperatura superficiali strumentali, così poco uniformabili, al concetto astratto e fuorviante di media, alle misure satellitari, che misurano la temperatura media di uno strato di troposfera di qualche chilometro, e “solo” i primi micron di superficie oceanica (SST) i quali, con una interpretazione forse un po’ ingenua, sarebbero rappresentativi dello stato termodinamico degli oceani, il tutto da oltre 800 Km. di distanza nel migliore dei casi. E se già oggigiorno siamo in difficoltà ad avere dati certi nonostante l’aiuto tecnologico, cosa dire degli inevitabili errori sistematici immaginabili e non, derivanti delle ricostruzioni paleoclimatiche del passato, basate su dati proxi, numerosi ma circoscritti e difficilmente calibrabili. Sembra veramente un’assurdità ad esempio il fatto che una presunta icona del riscaldamento globale come l’Hockey-stick, il grafico elaborato da Mann per evidenziare il riscaldamento attuale sulla base dell’andamento pressoché costante della temperatura degli ultimi mille anni, sia basato essenzialmente su dati dendroclimatici (spessore degli anelli dei tronchi d’albero). E tutti gli altri dati proxi ? Elaborati e divulgati come se fossero realtà incontrovertibili, misure dalla precisione infallibile, senza alcuna possibilità di errore metodologico o strumentale che sia, di alcun vizio concettuale. E allora giù con la concentrazione attuale di CO2 più alta degli ultimi 950.000 anni, l’attività solare del XX°secolo più alta degli ultimi 8000 anni, l’attuale trend di crescita delle temperature più rapido di sempre, le improbabili valutazioni sulle dinamiche delle calotte glaciali, come se gli ultimi effimeri trent’anni rappresentassero tutta la loro storia geologica e via dicendo. Ma non è che forse in tutto il panorama di ricerca climatologica, più o meno buona per carità, come in tutti i campi, non si sia peccato un po’ troppo di presunzione? In fondo la climatologia moderna, considerata come approccio scientifico e tecnologico adeguato avrà si o no vent’anni. Quindi allarmismo fondato o isteria collettiva? Esistono mille buoni motivi per ritenere che per ora nessuno possa avere una risposta credibile, purtroppo. Quindi lasciamo che i politici facciano i politici, che gli economisti facciano gli economisti, che i giornalisti male informati si occupino di altro e che la scienza, quella vera, sia messa in condizione di continuare ad occuparsi seriamente del problema libera da vincoli, forzature e preconcetti ideologici pericolosamente limitanti.

Autore : Fabio Vomiero

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