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Il clima non torna mai sui suoi passi: quel che è stato è stato!

Molto spesso si tende a ipersemplificare la complessità delle dinamiche climatiche, remote e recenti, sostenendo che tutto dipende da normali cicli naturali.

In primo piano - 11 Settembre 2015, ore 08.38

Inverni troppo miti? Estati esageratamente calde? Niente paura. È infatti opinione abbastanza diffusa, tra i non addetti ai lavori, credere che il clima possa sì cambiare, ma per poi ritornare nuovamente alle condizioni iniziali, seguendo in sostanza una sorta di ciclo di breve periodo.

Secondo questa visione alquanto “romantica”, non ci sarebbe quindi da preoccuparsi più di tanto del recente riscaldamento globale osservato, perché in fondo tutto cambia e tutto ritorna, entro pochi anni si ritornerà di nuovo ad avere inverni rigidi come quelli di una volta ed estati sopportabili. Sono solo cicli naturali, si dice.

Per capire se può esserci qualcosa di vero in questa affermazione, però, bisogna assolutamente fare alcune precisazioni. Innanzitutto bisogna mettersi d’accordo su che cosa si intenda per ciclo.

Perché se si intende che tutto cambia per poi ritornare tutto come prima, siamo decisamente fuori strada. Il clima non è un sistema fisico semplice, un pendolo, una macchina di Carnot o un motore termico, dove le condizioni al contorno sono sempre controllate, prevedibili e riproducibili, ma è un sistema complesso, e la climatologia non è la fisica classica, ma è una scienza storica, o evolutiva, come l’ecologia, la biologia, l’economia.

Ciò significa che i sistemi che andiamo a studiare evolvono sempre verso un’unica direzione (quella del tempo) e non si può più tornare indietro, quel che è stato è stato.

Inoltre, se le cose in passato sono andate in un certo modo, non è affatto detto che in futuro continueranno ad andare così. Come possiamo quindi intuire, il concetto di ciclo, inteso nel senso letterale del termine, come situazione che si ripete identica a intervalli di tempo regolari, poco si addice alle scienze storiche e quindi anche al clima.

Detto questo, però, è anche evidente che di fronte alle ricostruzioni, seppur approssimative e precarie, attualmente disponibili dei cambiamenti climatici avvenuti nel passato, non si possono non notare delle apparenti “ripetizioni” di condizioni climatiche simili, a varie scale temporali, che possono in qualche modo simulare dei veri e propri cicli.

Le più importanti sono certamente le ere glaciali. Negli ultimi 420.000 anni, per esempio, se ne sono verificate ben quattro, della durata però variabile anche se approssimativamente di circa 100.000 anni, con temperature medie di circa 8 gradi inferiori a quelle attuali e intervallate da periodi interglaciali più brevi della durata di circa 10-15.000 anni. In questa altalena climatica più o meno periodica, pare abbiano giocato un ruolo fondamentale anche alcune combinazioni favorevoli di parametri astronomici terrestri, quali il grado di eccentricità dell’orbita intorno al sole, l’inclinazione dell’asse di rotazione, il movimento di precessione degli equinozi, fenomeni ben descritti e noti come “cicli di Milankovic”.

Negli ultimi mille anni, invece, si sono succeduti, in ordine abbastanza irregolare, un periodo relativamente caldo medievale a cavallo dell’anno 1000 d.C., seguito poi da un periodo relativamente freddo (PEG del 1350-1850) e poi di nuovo un periodo più caldo, quello attuale, oltre che ad ulteriori fluttuazioni minori, ancora a più alta frequenza.

Nel caso della PEG, sembra che le possibili cause siano invece da ricercarsi soprattutto in una combinazione favorevole di prolungata bassa attività solare (minimi di Sporer, di Maunder e di Dalton) e di una fase di attività vulcanica particolarmente vivace che ne avrebbe favorito l’innesco a causa della dispersione di polveri e solfati in bassa stratosfera, i quali avrebbero agito da “schermo” per la radiazione solare.

Veniamo poi ai “cicli” conosciuti e attualmente indagati come possibili concause dei cambiamenti climatici attuali. Il ciclo delle macchie solari, ad esempio, quasi undecennale, ma che in realtà può variare dai 10 ai 12 anni, o quelli, endogeni, legati agli indici climatici, come l’ENSO (El Nino Southern Oscillation), in sostanza il succedersi delle fasi di Nino e Nina con cadenze però variabili da tre a sette anni circa, l’AMO (Atlantic Multidecadal Oscillation) e la PDO (Pacific Decadal Oscillation) con relativi periodi decadali presumibilmente di circa 60 anni per l’AMO e di circa 30 anni per la PDO.

Per quanto se ne sa, le cause della variazione di questi importanti indici climatici sarebbero sostanzialmente di origine naturale, anche se sono ancora in fase di studio possibili legami a carattere biunivoco con il riscaldamento globale attuale, a sua volta molto probabilmente forzato, tra le altre cose, da una nuova variabile confondente, assolutamente non ciclica, determinata dallo zampino dell’uomo.

Quindi, in conclusione, che possano verificarsi situazioni climatiche apparentemente simili dopo periodi di tempo più o meno comparabili, è vero ed è già accaduto in passato, che invece il clima possa seguire dei veri e propri cicli ben determinati, ripresentandosi identico a intervalli di tempo regolari e magari brevi, è più un classico luogo comune, ancora diffuso, ma che sostanzialmente ha ben poco a che vedere con la realtà.

Per cui, che si tratti di riscaldamento antropico o meno, quarantenni o cinquantenni che siate, state pure tranquilli, il clima degli anni settanta e ottanta, per esempio, il vostro, il nostro clima, quello a cui eravamo affezionati, sarà destinato purtroppo a rimanere comunque soltanto un lontano ricordo.


Autore : Fabio Vomiero

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