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Il cambiamento climatico? Lo abbiamo fotografato!

Il clima intorno a noi è cambiato notevolmente, ma non tanto sulla banchisa polare o tra le foreste del Borneo, quanto nelle zone urbanizzate in cui trascorriamo gran parte della nostra vita, soprattutto quelle più congestionate dalle attività umane, con gravi danni per la salute, fin dalla più tenera età.

In primo piano - 12 Agosto 2015, ore 13.36

Giornata ventilata a seguito di precipitazioni, con evidente aria più pulita e atmosfera più tersa a tutte le quote. Visibilità stimata oltre 50 km.

Quando si parla di cambiamento climatico si fa spesso riferimento ai massimi sistemi che governano il pianeta terra, e la memoria corre subito ai precari lastroni di ghiaccio galleggiante del polo nord, a quegli ultimi brandelli delle esotiche foreste pluviali, alle affollate oasi del Sahara, inesorabilmente divorate da fameliche dune desertiche, o a quelle fragili isolette coralline che sfidano le onde sempre più alte di un mare impietoso.
 
Qui sotto foto della piana di Firenze, Prato e Pistoia, scattate dal passo delle Croci di Calenzano, 430 m s.l.m., con vista Sud Sud-Ovest. Le due immagini mettono a confronto due condizioni atmosferiche opposte.

In realtà tutte le descrizioni sopra menzionate fanno parte di cambiamenti ciclici, evoluzioni naturali e processi geo-climatici noti da secoli e per lo più ripetitivi, che hanno però un certo appeal agli occhi attenti e sensibili, ma altrettanto impreparati, di molti spettatori della natura “fatta in casa”. Ciò che è invece decisamente inspiegabile è quanto distante e inconcepibile per il cittadino medio del mondo urbano è il cambiamento climatico occorso negli ultimi decenni proprio nel luogo in cui egli stesso trascorre gran parte della sua esistenza.
 
Quanto ci appaiono esotiche e inebrianti, e non solo alla vista, ma in particolare agli altri sensi, dalla pelle, all’olfatto, all’udito, le atmosfere dei grandi boschi, o delle vette, o delle spiagge isolate, dei ghiacciai, o delle praterie alpine, delle piccole isole, anche se sono artificiali, come le moderne e colossali navi da crociera. L’aria delle nostre città e dei loro dintorni, giardini o parchi pubblici compresi, a confronto sembra quella di abitacoli di auto usate, con i finestrini chiusi!
 
Le nostre città, alcune più di altre, le più grandi più delle piccole, quelle di valle più di quelle collinari, quelle conurbate con altri centri abitati, più di quelle isolate, stanno sperimentando da decenni un notevole e radicale cambiamento delle condizioni climatiche al loro interno, con conseguenze anche nei territori adiacenti. In alcune aree metropolitane si arriva ad estensioni dell’ordine delle migliaia di kmq (l’equivalente di intere province).  
 
In questi casi si è soliti parlare di micro-clima, ma ragionevolmente a torto, soprattutto se si considerano sia le estensioni areali che gli spessori di atmosfera interessati. Ci sarebbe bisogno di un termine intermedio, composito, ma capace di distinguere in maniera definitiva il vero micro-clima, ossia gli effetti dell’esposizione di un versante montano, o delle rive di un fiume, rispetto a quello che interessa aree vaste e complesse, anche geomorfologicamente, come quelle urbanizzate. Quindi non micro-clima, ma nemmeno macro-clima (o più semplicemente clima), bensì un “meso-clima”, dalle caratteristiche geografiche estese, sia in superficie, che in volume atmosferico, al pari di quello di un’estesa area vulcanica attiva, di un ampio delta fluviale, o di un vasto complesso di laghi comunicanti.
 
Gli effetti dei cambiamenti del clima generale delle aree urbanizzate sono vistosi, sia a livello fisico che chimico, con alterazione più o meno parziale di tutti i fenomeni termici, udometrici, pluviometrici, eolici, nonché dei cicli geochimici atmosferici e delle superfici sulle quali questa insiste. L’alterazione è tanto più complessa ed invasiva, quanto più estesa è la solidificazione (cemento, asfalto, metallo, piastrellature di vario genere, ecc.) delle superfici e quanto più è incisiva la produzione di calore e di sostanze chimiche solubili nell’aria e nell’acqua.
 
Tra gli effetti più complessi e vistosi c’è quello della cosiddetta “isola di calore urbana”, fenomeno ormai noto da almeno 40 anni, ma che non finisce mai di stupire, soprattutto se considerato in relazione alle caratteristiche geomorfologiche e all’estensione dell’area urbanizzata. Altri effetti altrettanto tristemente noti e enormemente più dannosi sono: il ristagno di sostanze inquinanti di vario genere, la produzione di sottospecie chimiche tossiche e/o cancerogene, la formazione di micro e nano-particolato, la reazione di queste sostanze con l’umidità atmosferica e le superfici di contatto (comprese la nostra pelle e le nostre mucose!).
 
Meno noti, anche perché meno studiati, sono gli effetti dell’albedo (o indice di riflessione) delle superfici urbanizzate, l’influenza sulle correnti d’aria, sui venti e sulla genesi dei fenomeni turbolenti, l’incidenza sulla formazione di brezze locali, il brinamento di umidità contaminata, la formazione di nebbie chimiche, gli effetti delle inversioni termiche a vari livelli dal suolo. E fin qui si parla di effetti legati alla componente aeriforme.
 
C’è poi da esplorare tutta la parte riguardante la componente idrica, sia a livello di precipitazioni e loro tipologia, che sui flussi superficiali e la capacità di assorbimento ed evapo-traspirazione delle superfici, per non parlare poi della regimazione delle acque e dei fenomeni alluvionali. Con riguardo a questi ultimi aspetti, basti considerare le relazioni, talvolta aberranti, tra le aste fluviali e l’area urbana attraversata (tra questi ricordiamo a titolo d’esempio il problema dei fiumi “pensili”, ovvero quelli con i letti ad un livello ormai superiore a quello della pianura circostante; oppure delle conoidi alluvionali consolidate, con tanto di corsi fluviali arginati fino alla “sepoltura”  o “tombinatura”).
 
Infine, ma non per minore importanza, ci sarebbe da considerare tutto quanto concerne l’ambiente naturale che, tra specie esotiche e verde inesistente, presenta un quadro altrettanto foriero di problematiche legate alla vivibilità: (allergie, parassitosi, particolato, infezioni, ecc.).
 
In questa cornice, decisamente poco confortante, viviamo gran parte della nostra esistenza, con i ritmi e i rischi propri della nostra epoca e con i quali facciamo i conti quotidianamente e per i quali possiamo ben poco o, quanto meno, possiamo pensare di gestire solo a livello comportamentale.
 
Sul clima delle città, e sui suoi vistosi cambiamenti, ci sarebbe invece tanto da fare, a partire dall’azione delle amministrazioni territoriali, per finire al comportamento di dettaglio di ognuna delle componenti civiche, fino al singolo cittadino. L’amministrazione è chiamata a fare scelte, a volte anche impopolari, specie in ambiti legati alle concessioni edilizie e all’urbanizzazione; il singolo ha il dovere civico di fidarsi e non lamentarsi di eventuali restrizioni personali, specie se vanno a favore del benessere di molti altri.
 
Non è tanto quindi l’utilizzare la bicicletta piuttosto che il motorino da parte del singolo, quanto il vedere chiuso al traffico (per tutti e indistintamente) buona parte del centro cittadino. Non tanto il piantare un alberello da parte di un privato, quanto quello di preservare, migliorare ed estendere il verde pubblico da parte dell’amministrazione, specie dove il vecchio urbanizzato è destinato al degrado e ad essere rimosso.
 
In definitiva il cambiamento climatico, quello che dovrebbe realmente tormentarci come problema reale, sfida quotidiana, stimolo a cambiamenti di stile di vita, proiezione verso un futuro sostenibile, è invece il deterioramento climatico delle nostre città. In pericolo c’è l’uomo e il suo futuro, e non i leoni o gli orsi polari (quanto meno per il clima, visto che i cacciatori di frodo ne sterminano molti di più), ma non tanto il futuro dell’umanità, quanto quello di ciascuno di noi, immersi come siamo quotidianamente in questo aerosol caldo e giallastro, che entra nelle nostre case e, purtroppo, nei nostri organi più profondi.    
 
 

Autore : Giuseppe Tito

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