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I Walser, le Alpi e i cambiamenti climatici

Una popolazione relitta, proveniente dal centro Europa, abita alcune valli dell’Ossola e della Val d’Aosta. La loro storia è legata ai cambiamenti climatici dei secoli scorsi, ma è anche un’avventura di adattamento continuo e integrazione all’ambiente alpino.

In primo piano - 9 Ottobre 2015, ore 14.37


Vecchi insediamenti Walser abbandonati in Val D'Ayas, alta Valle d'Aosta.

I ghiacciai si sciolgono, scompaiono, riassorbiti tra le pieghe del nuovo cambiamento climatico. Le Alpi perdono il loro emblema più rappresentativo, la loro risorsa primaria, la loro linfa vitale. Dagli sport invernali, al turismo; ma soprattutto le risorse idriche e la stabilità dei versanti e degli ambienti vallivi in genere.

Un’ecatombe a cui fanno eco servizi, reportage, foto, e documenti talvolta allarmanti. Eppure tutto questo è già successo e non una volta sola. L’andirivieni di fasi e fredde e calde nei secoli passati, non solo ha cambiato il volto dei paesaggi alpini, ammantandoli ora di bianco, ora di vegetazione; ma ha contribuito anche alla loro lenta trasformazione. Una degradazione che in alcuni casi è stata deleteria, con frane, crolli, alluvioni ecc.; ma che ha anche avuto i suoi risvolti spettacolari, dalla formazione dei laghi a quella di rilievi mozzafiato come le Dolomiti.

Dal passato emergono storie di uomini e animali, che nel lento procedere dei cambiamenti climatici, hanno seguito gli spostamenti della vegetazione e le sue modifiche, ma anche quello dei ghiacci e delle acque. Una di queste storie è legata al popolo dei Walser (dal tedesco Walliser, ossia abitanti del Vallese, cantone svizzero confinante con Ossola occidentale e Val d’Aosta).
Alcuni rappresentati di questa etnia, in tutto poco più di tremila, abitano le strette valli intorno al Monte Rosa e più isolatamente nell’Ossola e sono caratterizzati dall’appartenere ad un ceppo linguistico definito come Alto Alemanno.

Si tratta di un dialetto tedesco diffuso nelle zone alpine della Svizzera e della regione austriaca del Vorarlberg. Per decenni si è creduto che fossero i discendenti di popolazioni barbariche Anglo-Sassoni, forse fuse con i Goti, dopo la caduta dell’Impero Romano.

Oggi sono state ricostruite, in maniera piuttosto dettagliata, le loro origini vallesi e si è cercato di spiegare il loro isolamento al di qua della cerchia alpina a causa dei cambiamenti climatici. Pare che alcune popolazioni del vallese, in concomitanza con l’optimum climatico medievale, alla ricerca di nuovi pascoli e territori abbiano agevolmente attraversato i valichi alpini in direzione sud e colonizzato vallate più fertili e disabitate. I primi documenti parlano del XII-XIII secolo, periodo di apogeo per molte popolazioni nordiche.

Gli insediamenti stabili sorgevano ad altitudini comprese tra i 1600 e i 2100m; solo successivamente furono spostati più in basso, intorno ai 1300-1800m. Per alcuni secoli i contatti fra i due versanti alpini rimasero attivi e frequenti, grazie anche all’assenza di neve sui valichi fin verso i 2500-2600m per gran parte dell’anno. Alcuni toponimi attuali, ma di origine remota, come: Ostafa, Lambronecca, Felik, indicherebbero luoghi, oggi ricoperti da ghiaccio per molti mesi all’anno, allora scoperti e addirittura con vegetazione. 

Nei due secoli successivi, soprattutto dopo il 1400, le difficoltà di transito e un clima più ostile per lunghi periodi dell’anno, costrinsero le popolazioni ad abbandonare gli insediamenti di altitudine ed in genere ad abbandonare le valli in cerca di fortuna e lavoro verso le pianure piemontesi. I collegamenti con la “madrepatria” Vallese si fecero più incostanti e occasionali, fino a perdersi quasi del tutto.  

Tra la fine del ‘500 e i primi decenni dell’700, a causa di un’avanzata glaciale più rapida e decisa, molte abitazioni furono abbandonate, così come alcuni insediamenti di alta quota; la popolazione andò incontro ad una drastica riduzione, anche a causa delle epidemie e dei frequenti matrimoni tra consanguinei. Gli unici lavori erano legati all’artigianato del legno e alla miniere di rame, che però rendevano poco ed erano pericolose perché in altitudine. 

Solo alla fine dell’800 con le prime scoperte archeologiche e gli albori del turismo, queste valli ripresero a vivere e a riconquistarsi un ruolo attivo nello sviluppo della Val d’Aosta e di questa fetta di Piemonte. Il ritiro progressivo dei ghiacciai, tuttora in corso, ha permesso la ricolonizzazione di molti settori vallivi e la costruzione di infrastrutture anche in alta quota, soprattutto per la fruizione turistica.  

I Walser, sopravvissuti ai secolari cambiamenti del clima, conservano oggi le tradizioni e la lingua dei loro avi, ma la loro vicenda storica ha dovuto fare i conti con una trasformazione continua del loro territorio, che solo uno spirito di adattamento ed una proverbiale costanza hanno consentito di affrontare e sopportare.

È con questo spirito che bisognerebbe avvicinarsi all’ambiente alpino, sempre mutevole e mai pago di cambiamenti, ora della vegetazione, ora dell’estensione dei ghiacci, quindi delle riserve idriche. Oggi la tecnologia, la medicina e la cultura in genere ci vengono in aiuto affinché possiamo rispondere in modo più consono e ottimale a questi cambiamenti.
 

La risposta però non deve essere una costrizione dell’ambiente alle nostre esigenze, bensì un nostro adattamento alle sue mutevoli condizioni. I Walser dovettero farlo a loro spese, arrivando perfino ad emigrare, prima all’interno delle valli, e all’occorrenza anche più lontano. Oggi possiamo utilizzare le nostre conoscenze per sfruttare il territorio in modo sempre più sostenibile e conveniente.

Pretendere di invertire o manipolare il clima, agire sugli equilibri mobili delle vallate alpine, cercare a tutti i costi di arrestare il ritiro dei ghiacci, sfruttare in malo modo le risorse idriche, cementificare o costruire in zone geologicamente fragili, se non addirittura a rischio, pianificare senza tenere conto della possibilità di spostamenti o ridistribuzione delle attività produttive e degli insediamenti, appare oltremodo pretestuoso se non pericoloso.

Il nostro passato, con le sue storie di uomini e di territori, insegna che il presente non è poi così diverso e che il futuro si può sempre migliorare.

Il clima invece, fa da sempre quello che vuole.
 


Autore : Dott. Giuseppe Tito

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