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I prodromi del cambio climatico (terza ed ultima parte)

Pubblichiamo la parte conclusiva del dossier di Andrea Corigliano sul cambio climatico.

In primo piano - 29 Marzo 2005, ore 16.25

3. Il freddo di fine ottobre 2003 SITUAZIONE (25 ottobre) – Dopo un inizio di autunno caratterizzato dalla successione di alluvioni lampo che hanno interessato diverse regioni italiane, la situazione ha assunto nuovamente una configurazione tale da consentire un nuovo affondo del vortice polare verso sud. La presenza di un forte anticiclone sul Medio ed Alto Atlantico (fino a 1035 hPa) e di un profondo vortice ciclonico sulla penisola scandinava (fino a 990 hPa), ha convogliato verso l'Europa Centrale ed il Nord Italia un nucleo di aria molto fredda per il periodo. Su Germania, Polonia, Romania la temperatura a circa 1500 metri ha toccato anche i -12 °C, anche se su tutto il settore centrale del continente e sulla catena alpina non si è saliti oltre i -5 °C. Numerose le nevicate, anche a carattere di rovescio, che si sono registrate oltralpe. Sull'Italia l'irruzione fredda ha interessato soprattutto il Nord dove i valori minimi si sono portati fino a 8-10 °C sotto la media. Seguendo questa dinamica “a sbalzi”, allora, si evince chiaramente come, in particolare limitando l'osservazione anche al solo anno 2003, l'andamento del clima sia entrato in risonanza, con un'amplificazione degli eccessi da un senso e dall'altro che è apparsa più marcata ed in crescendo nell'ultimo decennio. Introduciamo brevemente il funzionamento di questo fenomeno fisico. La risonanza si ha quando un sistema naturale o artificiale entra in vibrazione perché stimolato da una frequenza corrispondente ad una delle sue frequenze caratteristiche. Tali vibrazioni, se durano nel tempo sollecitate dalla stessa frequenza risonante, tendono ad amplificarsi ed a sommarsi una sull'altra e determinano così, se le onde sono in fase, un aumento dell'ampiezza delle oscillazioni: queste si susseguono, acquistando sempre più energia, fino a rompere il grado di elasticità del sistema. Il processo, una volta innescato, si autoalimenta fino a far collassare il sistema interessato e, di conseguenza, fino a generare una nuova situazione di equilibrio differente da quella di partenza che evolverà seguendo dinamiche differenti rispetto a quelle fino a quel momento utilizzate. Nel nostro caso meteo-climatico possiamo analogamente ragionare nei medesimi termini, affermando quando segue... L'input esterno che determina l'entrata nella fase di risonanza delle “onde di Rossby” può con sicurezza essere ricercato in un'attività e produttività dell'Oceano Atlantico più ridotta rispetto al passato: in generale, ogni qual volta le correnti miti oceaniche riducono palesemente la loro influenza sul Mediterraneo e sull'Europa per un rallentamento del moto dei flussi zonali nella media ed alta troposfera, si innesca un processo per il quale, al fine di evitare la formazione di zone alquanto fredde contrapposte a zone molto calde, masse d'aria artica e subtropicale invadono regioni precedentemente occupate dalle rispettive antagoniste seguendo un cammino in prevalenza meridiano. Tutto è normale in questo meccanismo di scambio, visto che è sempre esistito: unica eccezione, non certo trascurabile, è la maggiore frequenza con cui, negli ultimi anni, eventi ti tale portata tendono a manifestarsi in tutto il corso dell'anno. Ci sarebbe allora, a questo punto, da domandarsi quale potrebbe essere la costante elastica del nostro sistema climatico, ovvero fino a quando sarebbe in grado di sopportare tali oscillazioni. Ed in secondo luogo...”Se si arrivasse ad un valore di soglia critico tale da determinare il collasso e la rottura del sistema, quale potrebbe essere la nuova configurazione di equilibrio?”. Non certo il ritorno delle correnti zonali dall'Atlantico, visto che queste stanno diventando proprio l'anello mancante della catena del clima europeo. In fin dei conti, infatti, tralasciando per un attimo l'aspetto più interessante su cui si basa questa teoria (ovvero la dinamicità alterata delle onde planetarie), possiamo anche osservare come le varie fasi climatiche che si sono intercalate tra due periodi che hanno conosciuto fenomenologie opposte siano state caratterizzate da un tipo di tempo che non ha visto la ripresa di quelle fenomenologie caratteristiche proprio di quella fase transitoria: l'autunno del 2003 è un esempio. In questo modo, allora, tagliati fuori dalla circolazione tipica delle nostre latitudini per la maggior parte dei casi, siamo rimasti ad aspettare che nuove correnti artiche o subtropicali ci facessero visita tramite un cavo o una cresta dell'onda della corrente a getto generata dallo sfasamento più verso ovest o più verso est di un poderoso campo anticiclonico di matrice subtropicale che ha dominato ad ovest del nostro continente. Le medesime situazioni di blocco, comunque, si sono sempre verificate in un regolare avvicendamento delle masse d'aria, perché sono sempre state parte integrante della circolazione generale, ma la loro durata non ha mai coperto intere decadi o addirittura mesi come è accaduto, ad esempio, nella lunghissima estate del 2003. In quest'ultimo caso si parla, infatti, di temperature che per troppo tempo sono rimaste anche di 6 – 7 gradi oltre la media del periodo. Si parla anche di siccità seguita da precipitazioni intense e sempre più localizzate e che si sono manifestate a carattere di alluvione: i fenomeni sono stati causati dalla convergenza sul Mediterraneo di masse d'aria dalle caratteristiche troppo diverse; tant'è vero che le rovinose fasi di maltempo di settembre e di novembre del 2003 sono state determinate dallo sviluppo di intensi nuclei perturbati nati proprio sul bacino del Mediterraneo e non certo per l'ingresso alle nostre latitudini di una piovosa perturbazione atlantica. Riporto in tabella alcuni dati riferiti agli eventi più intensi registrati nei mesi di settembre e novembre 2003: Stazione Gioia del Colle (Bari) Puglia 109 mm in 24 ore Mottola (Taranto) Puglia 300 mm in 24 ore Carrara Toscana 140 mm in 2 ore Pontebba (Udine) Friuli Venezia Giulia 300 mm in 3 ore Siracusa Sicilia 425 mm in 7 ore 642 mm in 5 giorni Enna Sicilia 514 mm in 48 ore Il perdurare di anomalie termiche positive che hanno nettamente prevalso su quelle negative ha sensibilmente alterato, negli ultimi sei anni, l'andamento della temperatura normale media della nostra penisola ed in particolare dal 1997, a partire dal quale si nota una paurosa crescita dei valori medi annuali già abbozzata, comunque, nel 1994. A tal proposito ho voluto analizzare nel dettaglio i valori termici medi normali di un campione di 26 città italiane riferiti agli ultimi tredici anni per confrontarli con le medie del trentennio 1961-1990 e verificare così la possibilità di un'anomalia recente. Dall'analisi è emerso un quadro generale molto interessante e ricco di spunti di riflessione di cui avrò modo di discutere nell'ultima parte dello studio. Analisi dei dati Iniziamo lo studio vero e proprio proponendo il confronto tra due anni che hanno visto, l'uno rispetto all'altro, una successione di condizioni atmosferiche profondamente opposte: il 2002 ed il 2003. Questa contrapposizione atmosferica appare più evidente se facciamo un confronto tra le due stagioni estive: i rovinosi temporali che hanno interessato l'Italia tra luglio ed agosto del 2002 spiccano se confrontati con il caldo rovente della lunga estate del 2003. Due esempi molto chiari, questi, per mettere a fuoco una situazione meteorologica che ha visto in un anno tutto il contrario dell'altro. Sebbene sia stata l'estate a mostrare in pieno questa caratteristica, non da meno sono gli altri periodi dell'anno in cui un'osservazione accurata mostra analogamente un simile comportamento: potremo, in sintesi, dire che... “il 2003 è stato il 2002 allo specchio”. Tuttavia, il fatto che l'estate del 2002 sia stata più fresca del normale non ha influenzato più di tanto i bilanci termici dell'intero anno, conclusosi per l'Italia con una differenza, rispetto alla media del trentennio 1961-1990, di +1.2 °C (15.5 °C contro una media di 14.3 °C). Al 2003, invece, spetta la palma dell'anno più caldo del secolo con una differenza positiva di ben 1.6 °C su scala nazionale. Seguono, a ruota, il 2000 con +1.5 °C ed il 1994 con +1.4 °C. Nell'ultimo decennio, quindi, ricadono alcuni degli anni tra i più caldi almeno degli ultimi cento: un dato che dovrebbe far riflettere. Appurato allora che il clima italiano, nel corso degli ultimi tredici anni, abbia avuto un notevole balzo termico in avanti che, su scala nazionale, è quantificato in circa +0.9 °C rispetto al trentennio 1961-1990, resta ora il dubbio se questo valore possa essere considerato compatibile con un normale andamento climatico: se la compatibilità esistesse, allora significherebbe che tutto l'insieme di eventi estremi che si sono sempre più spesso succeduti nel corso degli ultimi anni rientrerebbero nella normalità di un avvicendamento del clima. Se fosse vero il contrario, invece, un incremento di quasi un grado in poco più di un decennio credo che possa essere considerato un indice più che valido per dimostrare, limitatamente all'Italia, un evidente cambiamento dello stato del clima rispetto al trentennio precedente. Se quest'ultima ipotesi fosse davvero dimostrata mediante un'analisi statistica dei dati, inoltre, andrei anche in controtendenza rispetto a quanti affermano che, per parlare di cambiamento climatico, bisogna aspettare tempi molto più lunghi e paragonabili al secolo. Per quanto riguarda l'Italia, infatti, i dati sono i seguenti: ITALIA Media 1961-1990 14,3 °C Media 1991-2003 15,2 °C Scarto medio 0,9 °C Dall'analisi effettuata su un campione di 26 città, (qui non riportata per ovvii motivi di sintesi, spazio e difficoltà nel riprodurre tabelle) si può affermare con maggior certezza che il 1997 segna per l'Italia l'anno della svolta, dal momento che dalla fine degli anni '90 un consistente e perdurante aumento della temperatura ci ha interessato senza sosta, accelerando vistosamente i picchi anomali verso un valore annuale medio che da tempo si mantiene intorno al grado e che, per sei anni consecutivi, dal 1997 al 2003, non ha conosciuto alcun ridimensionamento consistente. Le affermazioni appena esposte, tuttavia, rimangono strettamente vincolate all'analisi statistica condotta e non intendono andare oltre e generalizzare il risultato ad un periodo più ampio: se, infatti, nel corso dei prossimi anni dovessimo ritornare ad un iter climatico più regolare, i dati appena studiati avrebbero solo scopo informativo e ci dimostrerebbero che, limitatamente ad un decennio, la nostra penisola ha attraversato una fase molto più calda della norma: una poca e scarsa attenzione nella successione dinamica degli eventi intensi che si sono verificati in questo periodo significherebbe voler ignorare questa fase molto anomala, tanto meno nel campo termico. Se vogliamo attribuire un significato più preciso a questo processo di riscaldamento, secondo il mio modesto parere, possiamo scegliere due possibili interpretazioni, anche se la risposta definitiva la potremo dare solo in un secondo tempo, ovvero quando l'evoluzione del clima sarà ben più evidente. In sintesi il periodo caldo in atto, in forma lieve dal 1991 ed in forma marcata dal 1997, a mio avviso potrebbe significare: 1. una semplice fase temporanea cui succederà una fase più normale, in attesa di un nuovo periodo anomalo (caldo o freddo) ma con tendenza media comunque improntata al rialzo. Un gioco tra alti e bassi, tra accelerazioni e subdoli arresti che, nell'insieme, avviano comunque il clima dell'Italia verso una fase sempre più calda che si esplica con una crescita lenta della temperatura; 2. l'inizio di una fase ibrida in cui l'atmosfera, nella speranza di consumare quel surplus di carburante ereditato dal surriscaldamento, intensifica eventi opposti e tende a avvicinarli tra loro: per questo motivo il clima evolve, al momento, seguendo schemi instabili, più imprevedibili e meno lineari rispetto al passato, in attesa di nuove configurazioni di equilibrio che potrebbero pendere verso un sistema più caldo o più freddo. Conclusioni Non possiamo ancora sapere quale tra i due scenari ipotizzati (potrebbero anche essercene degli altri...) sia il più veritiero, visto che il caos che governa le vicissitudini dell'atmosfera non ci permette di fare previsioni certe. Possiamo solo prendere atto, per ora, del comportamento degli ultimi tredici anni che abbiamo dimostrato essere molto anomali e continuare ad indagare, fin tanto non avremo esaminato altre misure, altri dati o quant'altro ci possa dare la sicurezza che il clima abbia imboccato una precisa linea evolutiva che, al momento, sembrerebbe comunque improntata al rialzo. Come è infatti riportato sul grafico in figura si può vedere chiaramente che l'andamento della temperatura annuale, dal 1991 al 2003, confrontata con il trentennio di riferimento 1960-1991, mostri inesorabilmente una curva in salita: per tutto il periodo analizzato i dati termici annuali si mantengono sempre oltre quelli del trentennio di riferimento. Quanto è emerso da questo studio rappresenta la chiave di lettura per riuscire a decifrare tutto quell'insieme di fenomeni atmosferici violenti, spesso localizzati, che si stanno verificando negli ultimi tempi. L'aumento di 0.9 °C della temperatura media dell'Italia rappresenta il punto cardine attorno cui ruotano tutti quegli eventi intensi di cui questo incremento rappresenta l'input iniziale: l'aumento della loro frequenza si può spiegare solo con la maggiore energia in gioco, pronta all'uso e scaturita da questa forte anomalia. E anche l'estate del 2004 ha avuto modo di attingere a questo “pozzo energetico” per mostrare sussulti atmosferici particolari, in parte non consoni all'estate mediterranea, stile vecchia maniera. Mi riferisco, in particolare, alle nevicate fino a 1500 metri cadute nella prima decade di luglio (un evento analogo risale al luglio del 2000) ed alle due aree di bassa pressione che hanno avuto modo di insistere per più di 24 ore al Sud Italia apportando in alcuni casi precipitazioni giornaliere superiori ai 100 mm. Sono questi solo alcuni esempi di “tempo fuori norma” che, se si fossero verificati in un periodo dall'andamento climatico ben più regolare e fuori da ogni sospetto, sarebbero passati in secondo piano e sarebbero stati considerati come episodi a parte e limitati a se stessi. Ma oggi, alla luce di quanto è emerso da questo studio statistico, nulla va lasciato al caso. Qualcuno dirà di sicuro che tutto questo fa parte di uno spezzone del film sul clima già visto. Io dico semplicemente di no! Quanto abbiamo vissuto in questi ultimi tredici anni ha rappresentato un valido motivo di studio al fine di riuscire a dimostrare ed a quantificare i prodromi del cambiamento del clima ormai in atto sull'Italia. Credo che questa sia l'unica certezza, al momento: negli ultimi tredici anni si sono verificati molti fenomeni precursori di estrema importanza, tutti da tenere sotto controllo, da analizzare e facenti capo alla medesima dinamica atmosferica che vuole sempre più spesso fenomenologie intense e opposte. La strada verso un nuovo assetto climatico è stata ormai imboccata, ma per il momento non conosciamo nel modo più assoluto la via sicura della sua evoluzione. Solo continuando a seguire le condizioni del tempo e raccogliendo ogni singolo evento dalle caratteristiche tipiche di questa estremizzazione sempre più nostrana si riuscirà a plasmare quell'unico (e nuovo) “sistema climatico” ancora sconosciuto a noi umani ma tuttavia scritto nel DNA dei moti della troposfera. Ringraziamenti Si ringrazia l'Aeronautica Militare Italiana per il valido aiuto prestato nel fornire i dati statistici delle località citate nel presente studio.

Autore : Andrea Corigliano

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