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I prodromi del cambio climatico e le cause dell'estate più calda del secolo (parte seconda)

Continua l'approfondimento di Andrea Corigliano sul possibile cambiamento climatico in atto nel vecchio Continente.

In primo piano - 26 Marzo 2005, ore 10.37

Il modo diverso con cui viene raggiunto il bilancio termico è chiaramente sintomo di un cambiamento che non dovrebbe essere sottovalutato e che, se dovesse persistere, porterebbe di sicuro all'inizio di una nuova fase climatica i cui fenomeni precursori sarebbero proprio caratterizzati da una elevata dinamicità atmosferica scaturita da una maggiore quantità di energia in gioco. Parlando sempre di bilanci termici, sarebbe comunque un po' utopistico pensare ad una corretta compensazione delle ondate di freddo e di caldo, ma la tendenza a sempre più frequenti situazioni di stallo, o di natura polare o di natura subtropicale, favorirebbe con maggiore continuità la genesi di fenomenologie opposte. L'equazione “freddo + caldo = mite” verrebbe sempre più spesso a mancare a favore, nel nostro caso, di un'analoga equazione che però vede ancora “caldo” come risultato finale in virtù del fatto che il sistema climatico non sarebbe più conservativo nel breve periodo, superando quel limite di incremento consentito di 0.2 – 0.3 °C concesso per ogni decennio: una crescita termica superiore, in modulo, diventerebbe motivo di studio e di analisi. Ed è proprio ciò che sta accadendo al clima italiano ed, in parte, a quello europeo. Con la prevalenza di fenomeni che sempre più spesso, negli ultimi sei anni, sono stati generati dal susseguirsi di configurazioni termo-bariche opposte sempre più incisive e frequenti, possiamo già affermare che la tendenza climatica dell'ultimo periodo tende platealmente a preferire scambi di calore lungo i meridiani. Il motivo di questo andamento altalenante sempre più ristretto nel tempo e che è andato manifestandosi chiaramente ancor più nel 2003 è da ricercarsi in un'azione sempre meno incisiva delle correnti atlantiche. L'assenza di un regolare flusso zonale ha modificato, infatti, l'evolvere delle condizioni atmosferiche su buona parte del nostro continente europeo, a causa di ripetute situazioni di blocco che hanno sempre più spesso, in particolare nell'ultimo anno, isolato l'Europa dal termoregolatore oceanico. In parte questa anomalia che si è mantenuta costante per molto tempo e che ha abbracciato tutta l'estate del 2003 è legata al surriscaldamento globale che, come in una reazione a catena, ha sicuramente intaccato il regolare funzionamento dell'azione mitigatrice dell'Oceano Atlantico. Possiamo chiarire questa teoria nel modo che segue. Possiamo collegare, infatti, la parziale inefficienza atlantica al surriscaldamento del pianeta considerando due fenomeni a grande scala che possiamo definire “proporzionali l'uno all'altro” e che tenderebbero a sommare negativamente i propri effetti sul clima dell'Europa occidentale: mi riferisco, in particolare, alla Corrente del Golfo ed all'arretramento delle calotte polari. Facendo prima di tutto un breve discorso generale, possiamo affermare che a causa delle notevoli dimensioni della massa d'acqua marina che circonda la Terra, l'Oceano può essere considerato come un vasto serbatoio che immagazzina, nel corso dell'anno, un'ingente quantità di calore. Come accade per l'atmosfera, anche le correnti marine spostano le masse d'acqua calde verso zone in cui lo scarso soleggiamento è la causa di temperature marine molto più basse. Questo trasporto di energia è di vitale importanza perché è in grado di mitigare il clima di quelle zone che ne sono influenzate. In Europa, ad esempio, le coste occidentali e settentrionali sono lambite dalla calda Corrente del Golfo che muove dalle coste del Messico. La sua salinità è una condizione assolutamente necessaria per consentire la formazione delle cosiddette “acque profonde” nel settore più settentrionale dell'Oceano Atlantico, tra il mare del Nord e la Groenlandia. Qui, infatti, l'acqua fredda di superficie, più densa e più pesante, discende per diversi chilometri fino a raggiungere il fondo oceanico e da qui piegare verso sud. Questo meccanismo determina, di pari passo, l'arrivo in superficie di acqua più calda, meno densa che si sostituisce a quella inabissatasi. È essenziale però tenere presente che la discesa delle masse di acqua fredda, in prossimità della banchisa polare, è accelerata soprattutto nei mesi invernali, quando l'acqua di superficie ghiaccia: il sale presente, infatti, si libera dalla superficie ghiacciata e si aggiunge all'acqua sottostante. L'aumento della salinità dell'acqua, allora, porta anche ad un aumento della sua densità e questo ne determina il suo affondamento. La corrente del Golfo, quindi, ha anche il merito di fornire acqua salata in arrivo dalle latitudini meridionali. Affinché il “nastro trasportatore” sia pienamente efficiente, però, è essenziale che la profondità del mare dove la massa fredda è destinata ad inabissarsi sia notevole, in modo da richiamare in superficie sempre un ingente quantitativo di acqua calda e salata da sud che non interrompa il ciclo. L'aumento della temperatura del globo, purtroppo, per merito dell'effetto serra, rappresenta un pericolo proprio per la dinamica delle “acque profonde”: a causa dello spostamento del fronte dei ghiacci verso nord indotto dall'aumento della temperatura, si andrebbe incontro ad uno slittamento verso nord anche del processo di inabissamento delle “acque profonde”, con una netta riduzione dell'azione di pompaggio del “nastro trasportatore” per la diminuzione dell'altezza del fondale oceanico. Non avendo più la necessità di rimpinguare di altra acqua salata il Nord Atlantico perché non ce ne sarebbe più un'urgente richiesta, la Corrente del Golfo attenuerebbe così sensibilmente i propri effetti sul nostro continente, facendo quindi diminuire analogamente anche l'affluenza di acqua calda in superficie: questo processo comporterebbe, come prima conseguenza, un immediato abbassamento della temperatura delle acque oceaniche settentrionali, con successivo radicale e netto cambiamento della circolazione generale dell'atmosfera alle alte latitudini e sensibile diminuzione della temperatura su buona parte del continente europeo, in particolare sul settore occidentale. L'andamento del tempo degli ultimi anni potrebbe a questo punto rappresentare, a mio avviso, un buon indice in grado di farci capire che il raffreddamento delle acque atlantiche potrebbe essere già in atto. Un altro aspetto evidente di questo bilancio “a cascata”, infatti, sarebbe la mancata formazione di perturbazioni intense in grado di interessare l'Europa, il Mediterraneo e l'Italia, e questo credo a causa della minore evaporazione dovuta alla presenza di una massa d'acqua più fredda rispetto al passato. In effetti, questo aspetto lo abbiamo già potuto sperimentare, in particolare nel 2003, quando l'ingresso dei fronti perturbati da ovest è stato quasi sempre accompagnato da una fenomenologia alquanto misera ed irrisoria, davvero controcorrente rispetto a quanto accadeva prima degli anni Novanta. L'inefficienza della depressione d'Islanda, comunque, sembra essere ormai perennemente in corso, a discapito di un potente anticiclone subtropicale che, da mesi, staziona ormai ad ovest delle coste portoghesi, in pieno Oceano. Avendo, infatti, meno materia prima a disposizione, le perturbazioni sono state meno incisive del solito ed hanno prodotto fenomeni meno intensi e maggiormente limitati nello spazio. Analogamente abbiamo potuto anche osservare il venir meno di centri depressionari particolarmente attivi che, come sappiamo, accompagnano la genesi e lo sviluppo di una intensa perturbazione. Un aumento dei valori di pressione sul medio e sul Nord Atlantico ha così irrobustito notevolmente i campi anticiclonici che, sottraendo spazio e vitalità ai campi barici avversi, hanno avuto vita facile anche in zone solitamente depressionarie: la presenza sempre più massiccia dell'anticiclone delle Azzorre a latitudini molto più settentrionali del solito è la continua conferma a quanto ho appena detto. I vortici ciclonici meno incisivi e, parallelamente, le alte pressioni ben organizzate ed alquanto tenaci, hanno contribuito a modificare lo scorrimento delle onde planetarie alla quota di 300 hPa (circa 9500 metri). Il rallentamento del flusso zonale ha causato la formazione sempre più frequente di situazioni di blocco, come risposta a pronunciate “onde di Rossby” in successione sullo scacchiere europeo che hanno incentivato un maggiore scambio meridiano delle masse d'aria. L'anomalia climatica che stiamo attraversando è certamente legata a questo aspetto del movimento delle correnti e riguarda, in primo luogo, proprio la frequenza crescente con cui tali situazioni di blocco alle correnti occidentali vengono a manifestarsi sul nostro continente. Senza quel flusso occidentale in grado di temperare e controllare gli “sbalzi di umore” dell'atmosfera, l'Europa ed il Mediterraneo diventano più facilmente terre di conquista da parte di masse d'aria calda di origine subtropicale e di quelle fredde di origine artica. Le condizioni meteorologiche che si sono avvicendate in modo particolare nel 2003 sono state caratterizzate proprio da un alternarsi di eccessi in un verso e nell'altro: basti pensare al grande freddo di inizio aprile, il più intenso degli ultimi cinquant'anni, poi l'estate più calda del secolo e poi ancora il ritorno del freddo a fine ottobre con temperature che, su buona parte dell'Europa Centrale, hanno battuto il record storico per quel mese. Poi ancora il caldo di novembre con valori molto al di sopra delle medie del periodo, anche di dieci gradi nelle minime in alcune località italiane. Per finire, infine, con la prima decade di maggio del 2004 che ha visto temperature minime di gran lunga sotto le medie (fino a 7-10 gradi) su buona parte della penisola. Ricordiamo brevemente, con una breve analisi, i primi tre eventi estremi con l'ausilio delle mappe della temperatura e del geopotenziale alle quote isobariche rispettivamente di 850 hPa e 500 hPa (circa 1500 e 5500 metri di quota) integrate con la situazione al suolo. 1 Il freddo intenso della prima decade di aprile 2003. SITUAZIONE (8 aprile) – L'Europa centro-settentrionale è interessata da un poderoso campo di alta pressione a carattere freddo che impedisce al flusso atlantico di entrare sul continente, limitandolo a lambire solo le Isole Britanniche. I massimi del campo anticiclonico interessano in modo particolare la penisola scandinava dove si raggiungono i 1030 hPa. Ad est di tale circolazione è presente invece un vortice ciclonico che, mantenendo il proprio centro motore di 1005 hPa in prossimità del Mar Nero, estende la propria influenza fino al Mar Baltico. L'azione congiunta delle due figure pressorie è la causa di un poderosa irruzione di aria fredda di origine polare che muove velocemente verso sud e che interessa, con temperature molto basse per il periodo, tutta l'Europa centro-orientale, la Francia e l'Italia. Si registrano, alla quota isobarica di 850 hPa, valori fino a -10 °C su Germania meridionale, settore alpino e penisola balcanica, con punte fino a -12 °C su Germania settentrionale e paesi scandinavi. Sull'Italia si passa, sempre alla stessa quota, da valori prossimi allo zero registrati in Sicilia e Sardegna fino ai -8 °C dell'estremo Nord-Est. L'intensa ventilazione fredda dai quadranti orientali determina, impattando contro i rilievi del versante adriatico maggiormente esposti a questo tipo di correnti, nevicate fino sulla costa su Marche, Abruzzo e Molise. 2. L'estate più calda del secolo: giugno–agosto 2003 SITUAZIONE (5 agosto) – Agli inizi del mese, cosi come per la maggior parte dell'estate, un nuovo apporto di aria molto calda di natura africana muove verso l'Europa Centrale, il Regno Unito, la Francia, la Penisola Iberica e l'Italia, causando una nuova ondata di calore, la più intensa tra tutte quelle avute nel corso dell'intera stagione: solo per fare alcuni esempi, la temperatura raggiunge valori record a Londra (38 °C), a Parigi (44 °C) e a Milano (39 °C). Ma su tutta la nostra penisola il termometro, in pieno giorno, è quasi ovunque oltre i 35°C, anche in prossimità delle coste dove la brezza non riesce più a mitigare la calura a causa di un mare eccessivamente caldo. Da un altro studio condotto personalmente è emerso infatti che, da maggio ad agosto, la quantità di calore inglobata dal Mediterraneo occidentale ha determinato un aumento della sua temperatura di circa 6-7 gradi, equivalente ad un'energia pari a circa 455 milioni di joule: come vedremo la stessa sarà spesa nel corso dell'autunno in fenomenologie alluvionali che hanno interessato molte regioni italiane. Il motivo di questa situazione di assoluto stallo nell'intero comparto europeo, durata praticamente per tre mesi, è da ricercarsi nella dominanza assoluta di un esteso campo di alta pressione che, al suolo, si estende dall'Africa settentrionale alla penisola scandinava, supportato in quota dalla presenza di un forte anticiclone a cuore caldo che muove dalle latitudini subtropicali: valori elevati di geopotenziale, fino ad oltre 5920 mgp, interessano infatti tutto il Mediterraneo e l'Europa centro-occidentale. C'è comunque da evidenziare il fatto che la presenza di un intenso campo di alte pressioni ha trovato “vita facile” anche grazie ad un esile vortice d'Islanda di 1010 hPa del tutto isolato poco più a sud della Groenlandia che, tuttavia, ha contribuito sensibilmente ad una forte ripresa dei geopotenziali proprio lungo i meridiani del Nord Africa e dell'Europa. L'eccessiva calura è stata quindi causata da un mix di eventi che, insieme, hanno determinato una situazione esplosiva. In sintesi, le cause che hanno portato “all'estate del secolo” possono essere così schematizzate: ·forte insolazione (siamo nel periodo in cui il sole raggiunge il punto più alto sull'orizzonte); ·presenza di un robusto campo anticiclonico al suolo, garanzia di cielo sereno; ·forte anticiclone in quota di matrice africana con intense correnti discendenti associate a relativo moto di compressione, avvitamento e surriscaldamento della massa d'aria; ·notevole accumulo energetico da parte del mare, fino a 6-7 gradi di anomalia positiva su tutto il comparto centro-occidentale del Mediterraneo, che ha inibito l'azione mitigante delle brezze; ·forte fenomeno di Nino sull'Oceano Pacifico nell'inverno 2002-2003.

Autore : Andrea Corigliano

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