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I misteri dell'Artico: quello che nessuno vi ha detto! (Incredibile)

Dati e date sulle rotte che hanno condotto i primi esploratori polari a conquistare i due punti estremi del pianeta. Fatti ordinari che oggi farebbero riempire i giornali di titoli catastrofistici.

In primo piano - 17 Maggio 2017, ore 11.29

La costa della Baia dei sogni, all’interno del fiordo di Re Oscar sulla costa orientale della Groenlandia, ad oltre 72°N, come appariva nell’estate degli anni ’30. Si nota la quasi totale assenza di neve a fronte di un disgelo non ancora completato in mare. Oggi le condizioni non sono molto dissimili. 

Le cronache delle esplorazioni polari narrano di fatti, eventi e accadimenti straordinari, dove uomini eccezionali, per coraggio, virtù e intelligenza, hanno messo a repentaglio la loro vita, finanche a perderla, per conquistare una pagina nella storia e un posto nella leggenda, spesso riuscendo in imprese che, anche oggi, sarebbero ostili e molto pericolose.

Dai loro resoconti, studi e analisi emergono dati e descrizioni, spesso dettagliate e corredate da foto e diagrammi, in cui si notano fenomeni estremi ed eventi parossistici, come distacchi di enormi iceberg, disgeli o congelamenti improvvisi, ondate di calore, ecc. Taluni di questi fenomeni o resoconti sono elencati di seguito, in ordine cronologico, e danno l’idea della grande variabilità del clima polare, di condizioni non tanto dissimili da quelle odierne, rispetto a quando i satelliti potevano essere solo immaginati, ma soprattutto di fenomeni estremi che oggi farebbero gridare ad un’apocalisse imminente.

Il 2 febbraio del 1840 James Clark Ross, a bordo della sua nave cannoniera Erebus, raggiunse il punto più meridionale dell’emisfero sud. In piena estate antartica, ma non senza difficoltà, si arresto a 78° e 10’ sud, proprio di fronte alla grande barriera di Ross. La parete di ghiaccio alta mediamente tra i 50 e i 60 metri, che delimita la piattaforma galleggiante più grande e spessa del mondo. Oggi il suo limite geografico è pressoché invariato.

Convinto dell’esistenza di una corrente che attraversasse il bacino polare, dallo stretto di Bering verso il mare di Groenlandia, l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen, a bordo del suo vascello Fram, scrive sul suo diario di aver superato gli 82°N, dopo essere partito dalle isole della Nuova Siberia, prima di rimanere intrappolato tra i ghiacci della banchisa alla deriva. Ma era già il 19 novembre 1894. A quella latitudine i ghiacci si sciolgono completamente solo tra la prima metà di agosto e la fine di settembre.

Il 4 marzo 1898 il capitano De Gerlache, a bordo del suo vascello Belgica, dopo aver scoperto ampi tratti della Terra di Graham, propaggine occidentale della Penisola Antartica, fu costretto a ripiegare rapidamente verso nord, dopo aver raggiunto i 71° e 22’ sud, per non rimanere intrappolato nei ghiacci che si andavano rinserrando. Tutt’ora i ghiacci coprono regolarmente quelle zone nello stesso periodo dell’anno, ed anzi si mantengono anche più nord, specie negli ultimi anni.

Nell’inverno del 1903, l’esploratore svedese Otto Nordenskjold, di stanza sull’isola di Snow Hill, presso l’estrema punta settentrionale della Penisola Antartica, in attesa della breve estate antartica per poter ritentare l’attraversamento del mare di Weddell, registra in inverno temperature straordinariamente elevate, come i 4°C della breve sera del 17 giugno, ma soprattutto i 9,3°C del 5 agosto, nel pieno della stagione fredda! Oggi, come allora, quelle zone non sono quasi mai libere dai ghiacci della banchisa, nemmeno durante la breve estate antartica.

Roald Amundsen, partito nel 1903 a bordo di una piccola nave, la Gjoa di appena 47 ton, alla volta delle isole dell’artico canadese, usciva dal Mar Glaciale Artico attraverso lo stretto di Bering nel 1906, dopo aver percorso il favoloso “Passaggio a Nord-Ovest”. La cosa più stupefacente fu che attraversò anche tre inverni senza avere conseguenze importanti sulla sua piccola imbarcazione. Il passaggio a nord-ovest, attraverso gli stretti di Dease, Franklin e Bellot sarà ripetuto nel 1940 e poi nel 1944. Negli ultimi anni ci sono stati vari tentativi di percorrere il mitico passaggio a nord-ovest, ma nessuna imbarcazione vi è ancora riuscita.
  
Il 6 aprile 1909 Robert Peary, insieme al suo maggiordomo e 4 eschimesi, calpestano i ghiacci inviolati, ma sempre mutevoli, del Polo Nord geografico. Immediatamente decidono di ritornare sui loro passi per sfuggire al temuto disgelo. Già in qui giorni nei pressi del polo erano molto diffusi canali di acqua libera, segnale dell’imminente disgelo. In una corsa contro il tempo raggiungono, in poco più di 15 giorni, Cape Columbia nel nord dell’isola di Ellesmere, arcipelago canadese, mettendosi così in salvo. Oggi quelle zone della banchisa vedono canali d’acqua e fasi di scioglimento avanzate solo a partire dalla prima metà di maggio.

Il 28 luglio 1932 il capitano Schmidt, a bordo del rompighiaccio Sibirijakov, partito da Arcangelo trovò condizioni talmente favorevoli, con mare completamente libero dai ghiacci, che gli consentì di passare a nord delle isole della Terra del Nord, la propaggine più settentrionale della Russia nell’Oceano Artico. Il passaggio avvenne ad oltre 81° nord. Solo in pochi anni il ghiaccio si è ritirato talmente tanto da consentire un passaggio così settentrionale. Negli anni ’30 saranno diverse le spedizioni e i viaggi lungo la rotta del passaggio di nord-est, costeggiando il nord della Siberia, anche nei mesi autunnali e invernali.

Il 21 maggio 1937 una spedizione sovietica atterra sul Polo Nord per effettuare studi e sondaggi di vario tipo. Lo spessore della banchisa è appena di 3,10 metri, paragonabile a quella di oggi, ma i ghiacci sono estremamente instabili. Il 6 giugno si trovano a 88° e 54’, ovvero si sono spostati di quasi 20 km al giorno, segno della grande mobilità del ghiaccio in procinto di spaccarsi in innumerevoli blocchi irregolari e caotici. Il 3 agosto dello stesso anno, sempre in prossimità del Polo Nord la spedizione viene visitata da orsi e foche, grazie al ghiaccio fratturato e al grande numero di canali aperti e di acqua libera. Oggi si griderebbe alla catastrofe biologica!

Il giorno di Capodanno del 1947 una complessa spedizione, denominata “Operazione Highjump”, tenta l’assalto al continente antartico passando attraverso la piattaforma di Ross, in prossimità della Baia delle Balene, a riparo della grande isola Roosvelt. La spedizione si trova in grandi difficoltà ed è costretta a ritirare di quasi 1000 km verso nord, spinta da ghiacci alla deriva ed iceberg enormi. Eppure l’esploratore J.C. Ross, oltre un secolo prima nel 1841, era entrato in profondità nella piattaforma per oltre 200 km, e pochi anni prima, nel 1933, Byrd aveva raggiunto la stessa baia senza quasi vedere ghiacci. Oggi la baia è spesso impraticabile, anche d’estate.

Vivian E. Fuchs, geologo inglese della prima metà del ‘900, trascorrerà 2 anni, tra il 1948 e il 1949, nell’isola di Stonington, nella Penisola Antartica. Studierà in particolare i ghiacci del canale Giorgio VI, tra la Terra di Graham e l’isola Alexander, precedentemente studiati da un altro geologo: Ronne nel 1940. Fuchs constata un ritiro, su entrambi i fronti nord e sud del canale, di circa 50 km in meno di 10 anni. Studi recenti Holt et al. (2013) hanno rilevato un ritiro di qualche decina di km, ma su un arco di tempo di oltre 30 anni!

Nell’estate del 1946 sullo schermo radar di un aereo da ricognizione americano, in movimento sulle isole dell’artico canadese, compare una singolare enorme massa di ghiaccio galleggiante di quasi 700 kmq, quasi il triplo dell’isola d’Elba. Si trattava della prima di una serie di giganteschi iceberg tabulari (alcuni di oltre 1000 kmq) che, distaccatisi probabilmente dagli zoccoli di ghiaccio continentali, ovvero le immense piattaforme o zoccoli ghiacciati prospicienti le grandi isole dell’Artico canadese (Ellesmere in primis), andavano alla deriva in pieno oceano artico. Lo spessore variava da alcune decine fino ad oltre cento metri, ed in superficie mostravano corrugamenti e crepacci paralleli e residui morenici.

In passato molte di queste piattaforme galleggianti furono scambiate per nuove isole, che solo dopo aver mostrato un apprezzabile movimento, venivano riclassificate come isole di ghiaccio galleggianti. Un numero molto elevato di questi frammenti di piattaforma glaciale furono osservati da spedizioni aeree americane e sovietiche tra la fine della seconda guerra mondiale e la prima metà degli anni ’50.

Il 9 aprile 1954, a circa 400 km dal Polo Nord, nel bacino pacifico dell’oceano artico, viene stabilita una base scientifica sovietica, denominata SP-3, che resterà in funzione fino al 20 aprile 1955. Nel luglio del 1954, sospinta dai movimenti della banchisa polare, la stazione passa a pochi km dal Polo Nord, dove nel frattempo si sono aperti molti canali d’acqua libera e la stessa banchisa è ampiamente fratturata. Numerose foche e svariati stormi di uccelli visitano la stazione per più settimane. Nei suoi 376 giorni di vita, prima di essere evacuata, la stazione percorrerà oltre 2000 km.

Tra il 1951 e il 1958 anche gli americani tenteranno di stabilire delle stazioni permanenti sul pack ghiacciato, al largo della costa dell’Alaska nel mare di Beaufort; ma tutti i vari tentativi, che portarono ad un progressivo allontanamento dalla costa, fino a superare i 1000 km, naufragarono miseramente, a causa della frattura continua e caotica della banchisa fin dai mesi primaverili, che non permise a nessun aereo di atterrare, se non occasionalmente.

Alla fine degli anni ’50 si presume che l’oceano artico stia progressivamente perdendo i suoi ghiacci “eterni”, mentre fanno capolino le prime flotte di navi e sottomarini a propulsione nucleare. Di lì ad avere rotte commerciali attraverso l’oceano artico non passerà molto. Tra l’altro il 9 agosto 1958 il sottomarino nucleare americano “Skate” annuncia di aver raggiunto il PN, ed emergendo sulla verticale, si ritrova in uno specchio di mare libero dai ghiacci!

Negli anni successivi, complice l’acuirsi della guerra fredda, le velleità delle grandi potenze di servirsi dell’Artico come rotta commerciale, si affievoliscono. Saranno invece i ghiacci a rafforzarsi nel corso degli anni ’60 – ’70, arrivando a riconquistare terreno sulle acque come decenni prima, e forse anche più, tanto da far gridare ad un’imminente era glaciale. Poi sappiamo com’è andata e cosa oggi si narra intorno all’Artico e alla sua crisi di identità.

 


 


Autore : Giuseppe Tito

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