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I diluvi in Australia tra i capricci de La Nina

Tra le tante conseguenze meteo-climatiche del recente forte episodio di Nina, che sta raggiungendo l’apice proprio in questi mesi, ci sono purtroppo anche le pesanti piogge che da quasi due mesi si stanno accanendo su varie zone dell’Australia.

In primo piano - 5 Gennaio 2011, ore 09.47

La carta mostra le anomalie pluviometriche sull’Australia per il mese di dicembre. Come si può notare alcune zone del Queensland e dell’Australia Meridionale hanno ricevuto quantitativi superiori al 400% del normale. Lo stesso per una sezione dell’Australia occidentale, ma in questo caso le conseguenze sono relative, dal momento che si tratta di aree desertiche, con precipitazione media mensile di dicembre inferiore ai 50mm e per lo più disabitate.
Nel Queensland orientale, ossia la porzione costiera e l’immediato entroterra, le precipitazioni cumulate nel solo mese di dicembre oscillano tra i 300 e i 500mm, con punte di 800mm nelle zone costiere più esposte ai venti marini e soggette a stau più efficace. Cosa sta accadendo? La risposta è al largo, nel cuore dell’oceano Pacifico, e si chiama “La Nina”.
La Nina, un raffreddamento periodico delle acque superficiali del Pacifico equatoriale, contrapposta al ben più noto fenomeno di El Nino, è attualmente in fase di culmine. Primi timidi segnali di regressione si riscontrano nell’area prospiciente il Sudamerica, dove le anomalie termiche stanno risalendo su valori al di sopra di -1°C. Ben diversa la situazione nella zona centrale ed occidentale del Pacifico, dove le anomalie di temperatura sono ancora molto pesanti, con picchi di -3°C!
Purtroppo sono proprio le anomalie in questa regione che determinano le conseguenze più pesanti sull’Australia, soprattutto in termini di precipitazioni. Più in dettaglio, l’incremento di precipitazioni nel semestre caldo, ossia la classica e annuale stagione delle piogge, si ha proprio nei settori settentrionale e orientale. La Nina infatti, genera condizioni bariche differenti sulle porzioni opposte del Pacifico equatoriale, provocando un’intensificazione dei venti dominanti orientali, con inevitabili conseguenze di accumuli anomali di umidità sull’Australia orientale e settentrionale in particolare.
Da tempo i climatologi utilizzano un indice, denominato SOI (Southern Oscillation Index), simile ai nostri più familiari AO e NAO, per definire la differenza di pressione che si crea tra le parti opposte del Pacifico equatoriale. Per tale scopo sono state selezionate due località strategiche: Tahiti, nella Polinesia francese, nel bel mezzo del Pacifico equatoriale, e Darwin, capitale del Territorio del Nord in Australia, anch’essa a poca distanza dall’Equatore, ma dalla parte opposta dell’oceano rispetto alla prima località.
Ebbene il SOI risulta negativo durante le fasi di El Nino, positivo durante la Nina; ovvero, in quest’ultimo caso vi è una depressione semi-permanente nel comparto australiano, a fronte di un’alta pressione semi-stazionaria in pieno oceano Pacifico. Di qui le piogge insistenti per più settimane su alcune zone dell’Australia. Valori dell’indice compresi tra +8 e -8 indicano condizioni di neutralità, in riferimento alla fase ENSO (El Nino – La Nina).
Nel mese di dicembre scorso l’indice SOI ha raggiunto il ragguardevole valore di 25,6, secondo solo a quello del 1917. Nel 1974, altro episodio nefasto, l’indice raggiunse la soglia dei 22,5. Tra i valori negativi più intensi e recenti (associati alle fasi di El Nino) ritroviamo quello del 1983, con -33,3; ma nel 1905 si arrivò a -42,6. Come si può notare, i valori dell’indice non sono proporzionali alle intensità del ciclo ENSO, sebbene le ricalcano in modo consistente; ad esempio all’episodio di El Nino del 1998, il più forte degli ultimi 50 anni, è corrisposto un valore del SOI pari solo, si fa per dire, a -28,5.   
Dalla sommatoria, ovviamente non matematica, dell’indice SOI con l’intensità degli episodi di Nina, si ritrovano i 12 peggiori episodi alluvionali del continente a partire dagli inizi del ‘900: il semestre caldo a cavallo tra il 1988-1989, coincidente con l’episodio di Nina più ingente degli ultimi decenni ebbe conseguenze ancora più devastanti ed estese di quello attuale. Un precedente episodio del 1973-74 vide la peggiore alluvione a memoria d’uomo di Brisbane, la città più grande ed importante del Queensland e la terza dell’intera Australia. Gli episodi del 1956 e del 1917 furono altrettanto, se non più intensi, ma la diffusione delle aree produttive e della popolazione erano molto più ridotte di oggi; pertanto i danni e la percezione del fenomeno furono minori.
In Australia nel frattempo si dovrà fare i conti con altre piogge e rovesci per diversi giorni, localmente intensi e sotto forma di temporali. Purtroppo l’idrografia della regione è piuttosto complessa, dal momento che la catena costiera divide le aree costiere appunto, dalla sconfinata e semi-pianeggiante regione interna. È qui che la situazione è tuttora più grave, poiché i fiumi non riescono ad evacuare l’acqua in eccesso, e molte province continuano a rimanere sommerse da metri e metri d’acqua. Il deflusso, già difficile per le scarse pendenze è ulteriormente ostacolato dai detriti e, ironia della sorte, dalle opere idrauliche di contenimento.
Il futuro non è roseo e la situazione rischia di sfuggire di mano, soprattutto per l’estensione e la permanenza degli allagamenti. A complicare il quadro ci sono poi pericolosi animali selvatici, come serpenti d’acqua e alligatori; ma ora cominciano a far paura anche le zanzare, tra i principali vettori di pericolose malattie tropicali. C’è da sperare che la stagione delle piogge lasci presto il posto al caldo, spesso atroce anche quello, ma almeno contribuirà ad asciugare il territorio e certamente a limitare i danni e riavviare la ricostruzione.

Autore : Giuseppe Tito

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