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Grave siccità nel Corno d'Africa, tra cause climatiche e gravi responsabilità umane

Nella biblica piaga della siccità ricorrente nell'Africa orientale alcune variabili climatiche, come la Nina, sono coinvolte da millenni; ma l'uomo resta il principale imputato per la sua scellerata condotta e l'utilizzo indiscriminato delle risorse. L'incremento demografico sta facendo il resto.

In primo piano - 12 Agosto 2011, ore 11.09

La mappa mostra, in marrone, le aree di vegetazione maggiormente affette dalla siccità. Le tonalità più scure indicano diminuzioni di biomassa prossime al 100%. In verde l'esatto opposto.

Gli effetti della siccità nel Corno d’Africa, soprattutto in Somalia, Gibuti, Kenya e buona parte dell’Etiopia, hanno assunto in queste ultime settimane proporzioni bibliche, e non solo per il grande esodo di popolazioni verso sud e i campi di accoglienza, ma anche per lo sfruttamento eccessivo delle risorse in uno degli ambienti più fragili del pianeta.
La siccità è iniziata tra novembre e dicembre dello scorso anno, quando all’attesa stagione delle piogge si è sostituito un penoso e lungo periodo caldo e secco. Con il mese di marzo si sono inaridite anche le speranze di vedere qualche goccia di pioggia e così grandi masse di gente ed animali hanno cominciato a spostarsi verso zone meno critiche, alla ricerca di acqua e vegetazione.
 
Gli ultimi mesi hanno visto aggravarsi la situazione, in concomitanza con l’aumento delle temperature e la diminuzione delle scorte di cibo e acqua. Centinaia di migliaia di persone hanno perso la vita e milioni sono in condizione di grave denutrizione, soprattutto i bambini e i pochi anziani sopravvissuti.
 
Il campo profughi di Dadaab nel nord del Kenya, realizzato dopo lo scoppio della guerra in Somalia nel 1991, capace di ospitare quasi 100.000 persone, oggi scoppia sotto il carico di oltre mezzo milione di disperati, con altre migliaia di persone in arrivo ogni giorno.
 
Proprio la guerra e i cosiddetti “signori” della guerra, sono da ricercare come una delle cause principali di questo disastro umanitario. Il perenne stato di emergenza e di confusione politica hanno contribuito non poco alle carenze e ai soprusi nei confronti dei più deboli. Il cibo in cambio dell’arruolamento, l’acquisto di armi al posto di derrate alimentari, i furti e i saccheggi degli aiuti umanitari hanno fatto il resto.
 
Se a questo si aggiunge la millenaria tradizione pastorale e per lo più nomade di gran parte della popolazione somala, kenyota e delle terre basse dell’Etiopia, si capisce come la fragilità del territorio si sia progressivamente aggravata a scapito dei più deboli. L’uso indiscriminato e incontrollato delle risorse vegetali e animali, l’assenza di una minima pianificazione territoriale e demografica hanno consentito l’accrescimento a dismisura di una situazione più che esplosiva.
 
Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che la siccità nel Corno d’Africa è associata alle fasi più fredde del ciclo ENSO, ovvero le fasi di Nina. Sebbene a lunga distanza gli effetti sul regime dei venti e sulla nuvolosità appaiono determinanti: i primi tendono a rinforzare, la seconda a diventare meno efficace, soprattutto in termini di precipitazioni ed in particolare in seno allo spostamento stagionale della ITCZ, ovvero la convergenza intertropicale, foriera appunto dell’attesa stagione delle piogge.
 
La correlazione tra Nina e siccità nell’Africa orientale è davvero molto stretta se si considerano gli ultimi 150 anni. Ulteriori ricerche negli ultimi anni hanno evidenziato che tale correlazione è riscontrabile su un arco di tempo che abbraccia tutto l’Olocene (ultimi 12.000 anni) e forse anche l’ultimo periodo glaciale, sebbene con estremi climatici più contenuti.
 
Tra le altre cose, la notizia che questa siccità è la più grave degli ultimi 60 anni, ben si correla con l’intensità della Nina, tra le più intense dagli anni ’50 del secolo scorso. In altre parole la grave siccità di cui stiamo parlando era quantomeno prevedibile, se non altro come fenomeno attendibile, anche se nessuno forse poteva immaginare gli effetti che tutti stiamo osservando.
 
C’è chi urla che questo è solo uno degli effetti della catastrofe climatica che stiamo vivendo. La stessa FAO ha messo l’accento sull’aumento del costo delle materie prime alimentari a seguito delle grandi alluvioni in Australia e della storica ondata di calore in Russia dello scorso anno. Dati alla mano però si tratta di fenomeni, sì eccezionali, ma non irripetibili e comunque già verificatisi in passato e in parte correlati allo stesso fenomeno de La Nina.
 
L’unica vera variabile che è cambiata in modo sostanziale in queste aree è la popolazione umana, e con essa la sua concentrazione in certe aree, cui fa riscontro un uso insostenibile del territorio. Negli ultimi 50 anni la popolazione della Somalia è triplicata, ma quella dell’Etiopia è passata da 20 a oltre 80 milioni di abitanti e quella del Kenya da poco più di 8 a quasi 40.
 
Le antiche popolazioni Masai che hanno abitato questa regione da tempi preistorici, come pastori nomadi, avrebbero potuto continuare così a tempo indeterminato, tanto era radicato il loro equilibrio con l’ambiente di vita e ridotto il loro carico umano e di sfruttamento delle risorse.
 
Oggi tutto questo non appare possibile, per i numeri, ma soprattutto per quello che questi numeri vogliono dire in termini di uso del suolo, consumo di risorse alimentari e tutto il resto. Il mondo nel frattempo sta a guardare, preso com’è dalla crisi economica e di un sistema che ha fatto della depredazione e dell’indebitamento dei paesi poveri il lastricato della sua strada, che chiama all’appello tutte le scusanti possibili, non ultima quella del famigerato cambiamento climatico, ex riscaldamento globale, alias effetto serra ecc. ecc.

 


Autore : Giuseppe Tito

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