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Global Warming (Antropico) e ghiaccio: hanno fatto male i conti!

Chi l’avrebbe mai detto: la relazione tra le dinamiche del clima e l’estensione del ghiaccio artico è più complessa di come si pensava che fosse.

In primo piano - 7 Maggio 2015, ore 12.10

Teoria vorrebbe che, con l’avanzare del riscaldamento globale, peraltro fermo da un bel po’, l’estensione del ghiaccio che ricopre l’Oceano Artico sia destinata a diminuire fino al raggiungimento di un punto di non ritorno (tipping point per gli addetti ai lavori), oltre il quale la diminuzione sarebbe irreversibile e si arresterebbe solo con il completo scioglimento della calotta polare, almeno per l’estate.

Qualcuno ha definito tutto questo anche in modo piuttosto pittoresco e sinistro come la ‘spirale di morte del ghiaccio artico’.

Salta fuori ora che qualcuno aveva fatto male i conti, ovvero, più precisamente, non aveva tenuto conto di un paio di fattori, la stagionalità e il modo in cui avviene il trasporto di calore dai tropici ai poli. Processi che, a quanto pare, non erano mai stati presi in considerazione né nelle simulazioni più complesse, quelle dei Global Circulation Models, né nei modelli più semplici, quelli che si limitano alle dinamiche chiave del comportamento del ghiaccio.

Tirato su un modellino che include questi fattori, pare scompaiano le tracce di punti di non ritorno vari. Per cui, chiosano beatamente gli autori della ricerca nel loro approfondimento su reportingclimatescience.com, “se il riscaldamento globale sciglierà presto tutto il ghiaccio dell’Artico, almeno possiamo aspettarci di riportarlo indietro se in qualche modo riusciamo a raffreddare di nuovo il pianeta“.

Che ci crediate o no, sono parole loro. E il lavoro è in pubblicazione sul Journal of Climate.

How Climate Model Complexity Influences Sea Ice Stability

L’abstract si conclude così: “Ciò significa che che la copertura glaciale potrebbe essere sostanzialmente più stabile di quanto è stato suggerito nei precedenti studi modellistici“.

Sollevati? Calma, non così in fretta. L’attenzione si sposta alla calotta polare antartica, quella che, incidentalmente, anche quest’anno ha fatto segnare un record positivo di estensione. Non è tutto ghiaccio quel che riluce però, ammoniscono altri ricercatori. Pare infatti che dalle misurazioni dei satelliti del programma Grace, risulti che il versante occidentale dell’Antartide abbia perso negli ultimi dieci anni il doppio di quello che ha guadagnato sul bordo orientale in termini di massa.

Accelerated West Antarctic ice mass loss continues to outpace East Antarctic gains

Un vero guaio. Cui, per malasorte, si somma il fatto che questo annuncio potrebbe essere l’ultimo del genere, perché i due satelliti che compongono la costellazione dell’esperimento sono arrivati a fine vita. Di qui in avanti, più che misurare, scrivono, si potrà solo guardare o, con un po’ di fortuna, fare affidamento sulla radar altimetria.

Nel frattempo, incurante dei satelliti e delle loro amare vicende senili, il ghiaccio cresce. Quando arriverà sulle coste dell’America del Sud le misurazioni si potranno fare a piedi, ma a quel punto, probailmente, il global warming avrà già mandato tutto per aria.

Per rinfrancar lo spirito

Quelli che seguono, infine, sono il titolo e l’abstract di un altro lavoro ancora che temo sia ancora in giro perché nessuno tra quelli bravi si è accorto di quello che dice (qui, per intero in pdf):

C’è un’oscillazione di circa 60 anni nell’estensione del ghiaccio marino artico?

Una migliore comprensione delle dinamiche di sviluppo futuro del clima nell’Artico potrebbe soltanto seguire una migliore ricostruzione delle dinamiche passate delle oscillazioni naturali e la determinazione delle forzanti e delle relative oscillazioni avvenute per i parametri climatici su diverse scale temporali.

Quanto proposto per il passato dimostra che la ricostruzione di Walsh & Chapman relativa alla stabilità del ghiaccio marino dal 1870 al 1950 è troppo semplice. Il ghiaccio artico è passato attraverso una drastica riduzione in fase con il riscaldamento tra il 1923 e il 1940. Questa riduzione è stata seguita da un rapido raffreddamento e recupero del ghiaccio marino.

Questo ci consente anche di concludere che molto probabilmente l’estensione del ghiaccio marino artico abbia un’oscillazione di quasi 60 anni. Il rinvenimento di un oscillazione con periodo di 60 anni nell’estensione del ghiaccio artico simile alle oscillazioni di delle temperature e di altri indici climatici potrebbe permetterci di separare la forzante naturale da quella antropica sul ghiaccio marino dell’Artico.

L’eliosfera e la magnetosfera terrestre potrebbero avere un’influenza molto più forte sulle dinamiche del clima sulla terra, incluso il ghiaccio marino artico, di quanto si pensasse prima.

Enjoy.


Autore : A cura di Guido Guidi (www.climatemonitor.it)

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