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Gli ultimi mammut

A sterminarli furono i cambiamenti ecologici alla fine dell’ultima glaciazione, insieme alla pressione dei cacciatori; ma i sopravvissuti, isolati nell’estremo nord della Siberia, si estinsero per il caldo e le malattie. Oggi vasti territori sarebbero favorevoli alla loro esistenza, ma i mammut non lo sapranno mai.

In primo piano - 5 Agosto 2009, ore 10.06

Il mammut, gigantesco e possente elefante lanoso, viene spesso associato all’ultima era glaciale, come uno dei rappresentanti più tipici e diffusi. In realtà, fino ad oggi, sono state descritte numerose specie e sottospecie di elefanti lanosi, più o meno imparentati fra loro che, non solo hanno popolato le terre nordiche durante l’ultima glaciazione, ma anche nei periodi precedenti. Non dimentichiamo che negli ultimi milioni di anni, numerosi periodi glaciali si sono alternati a fasi cosiddette interglaciali, come quella che attualmente stiamo attraversando. All’interno di ogni periodo glaciale si distinguono poi numerose fasi fredde, dette stadiali; nei periodo interglaciali avviene la medesima cosa, con momenti più caldi ed altri più freddi. Durante questa altalena termica i territori subiscono delle variazioni notevoli, sia in termini di paesaggio e parametri meteo-climatici, che di vegetazione ed ecologia in genere. Le faune, compresi i gruppi di mammut, si spostano da nord a sud nei periodi più freddi, viceversa in quelli più caldi. Questo è avvenuto per centinaia di migliaia di anni, sia in Nordamerica che nel nord dell’Eurasia. Cosa è avvenuto allora alla fine dell’ultima glaciazione? Perché i mammut non sono sopravvissuti, pronti a ridiscendere verso sud alla prossima recrudescenza glaciale? Le spiegazioni sono tante e talvolta contraddittorie; ma una cosa appare certa: La fase più calda del periodo interglaciale che stiamo vivendo, quella più critica per i mammut, costretti ad isolarsi nell’estremo nord della Siberia e del Canada, è occorsa tra i 10 e i 6 mila anni fa. Risalgono proprio a queste date gli ultimi mammut, i cui resti sono stati trovati alla foce del fiume Ob, sulla penisola di Taimyr e lungo le coste del mare di Laptev e del mare siberiano orientale; ma soprattutto nell’isola di Wrangel, una delle più orientali della Siberia, a meno di mille km dall’Alaska. Proprio su quest’isola grande 1/3 della Sicilia, al tempo della glaciazione collegata alla terraferma, a causa dell’abbassamento del livello dei mari per le immense quantità di ghiaccio intrappolate nelle calotte, sono stati trovati resti di mammut datati a meno di 4000 anni fa! Altrove, sulla terraferma, le datazioni si fermano a meno di 9000 anni fa. Si tratta di una popolazione, quella di Wrangel, di mammut nani; ma ciò non deve sorprendere, perché le popolazioni insulari di animali di grandi dimensioni, tendono a diminuire di taglia a causa dell’isolamento. O stesso è avvenuto per altre forme di elefanti, proprio in Sicilia, alcune centinaia di migliaia di anni fa. Cosa è successo a tutti gli altri mammut? Perché qui sono sopravvissuti così a lungo? Perché poi si sono estinti? Sulla base delle ultime ricerche proviamo a dare delle risposte, ma consci che ulteriori studi sono in corso e sono necessari per capire cosa veramente è successo. Con i cambiamenti climatici ed ecologici, occorsi alla fine dell’ultima glaciazione, le foreste di conifere hanno iniziato a riespandersi verso nord, sia in Canada che in Siberia. I mammut inseguiti verso nord dai cacciatori e dall’intricata rete di alberi, a loro inospitale, si sono ritrovati davanti alle coste del Mar Glaciale Artico. In realtà la costa era molto più a nord, perché nel frattempo le calotte glaciali del Canada e della Scandinavia, non si erano ancora sciolte del tutto e il livello dei mari era molto più basso. Alcune popolazioni poterono così raggiungere e rifugiarsi nelle lontane isole di fronte alla Siberia, tra cui la stessa isola di Wrangel; le altre rimasero intrappolate nell’andirivieni delle stagioni, spesso inseguite dai gruppi di cacciatori. La maggior parte degli esemplari morì di stenti, tra caldo e malattie; la scarsità di cibo, l’isolamento riproduttivo e le malattie genetiche, dovute alla consanguineità degli accoppiamenti, fecero il resto. Mancavano gli spazi aperti e il tipico ambiente della tundra; le foreste, nella loro corsa verso nord, andarono quasi a saldarsi con la linea di costa che, con il crescente livello dei mari, avanzava invece verso sud. Si realizzava così un’autentica trappola. Isolati su quell’Arca di Noè, che nel frattempo era diventata l’isola di Wrangel, a quasi 70° di latitudine nord, gli ultimi mammut sopravvissero fino all’epoca delle Piramidi e dei Giardini pensili di Babilonia. Divennero nani per la scarsità di cibo, ma nulla poterono contro il caldo e le foreste, impossibilitati ad abbandonare un posto, dove la notte polare può durare anche due mesi. Oggi tutti i luoghi citati, per quasi 1000 km dalle coste del Mar Glaciale Artico verso l’interno, sono di nuovo ritornati nelle condizioni di tundra, luogo e paesaggio ideale per i mammut. Un territorio vasto oltre 20 volte l’Italia, che potrebbe essere popolato da centinaia di migliaia tra mammut, rinoceronti lanosi e tante altre forme estintesi poche migliaia di anni or sono. Perché in passato sono sempre sopravvissute a centinaia di questi cambiamenti ecologici? La colpa è per ora condivisa tra un cambiamento climatico più drastico, forse più veloce, comunque mai sperimentato in passato, e la pressione dei gruppi di cacciatori, che da sud, con le armi e con il fuoco, si sono fatti strada nel regno dei mammut, conquistandolo definitivamente. Oggi il problema si ripresenta, un po’ ovunque e per molte specie animali; ma in questo caso il responsabile è uno solo e lo conosciamo molto bene: noi stessi. La rapidissima distruzione degli habitat, prima che l’effimero cambiamento del clima, è la causa prima dell’estinzione di molte specie animali e vegetali. È qui che dovremo concentrare i nostri sforzi; altro che ridurre le emissioni di CO2, è l’impatto antropico che andrebbe radicalmente ridimensionato.

Autore : Giuseppe Tito

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