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Ghiacciai artici in forte ritiro nell'ultimo decennio: il punto della situazione

Il graduale ritiro della banchisa polare artica è un fenomeno nulla affatto nuovo, le prime misurazioni in tal merito evidenziano fasi di ritiro che seppur in misura minore, erano già attive negli anni 60'. Come mai questo processo è andato accelerando nell'ultimo decennio? La colpa è necessariamente da imputare al famigerato effetto serra oppure c'è dell'altro?

In primo piano - 19 Agosto 2015, ore 09.00

Ogni anno che trascorre, siamo ormai tristemente abituati a registrare fasi di ritiro del pack artico che acquistano sovente proporzioni drammatiche. Questo ritiro così accentuato trova poi delle ripercussioni anche sulla circolazione atmosferica in Europa, osserviamo infatti un ritardo nei processi di ricompattamento del Vortice Polare. Uno dei picchi massimi di ritiro artico è stato registrato in occasione dell'estate 2012, mentre in questi ultimi anni lo scioglimento sembrerebbe leggermente meno accentuato. 

Oltre al sospettato effetto serra, che cosa sta agevolando lo scioglimento dei ghiacciai artici nell'ultimo decennio?

Sino a pochi decenni fa, vaste porzioni di territorio polare erano occupate dal ghiaccio permanente mentre ora risultano libere già nei mesi di giugno e luglio. In buona sostanza il ghiaccio da caratteristiche perenni, sta passando a caratteristiche squisitamente "stagionali", ricompattandosi durante l'inverno ma sciogliendosi completamente durante l'estate.

Un ritiro così importante trova in parte spiegazione nella mancanza dell'effetto Albedo. Questo fenomeno consiste nella riflessione quasi completa della radiazione solare incidente sulla superficie terrestre. In buona sostanza estese superfici ghiacciate, riflettendo la radiazione energetica proveniente dal sole, tendono a "conservare" il freddo, mantenendo la temperatura sempre vicina o sotto lo zero anche nei momenti più caldi della stagione. Col graduale ritiro avvenuto già agli inizi degli anni 50', l'effetto Albedo è andato gradualmente attenuandosi, accelerando così una fusione ancora più rapida durante l'estate.

Il secondo silenzioso ma ben più insidioso effetto, consiste nello scioglimento del Permafrost, cioè il terreno ghiacciato in modo permanente, vera e propria "miniera" di gas serra ad altissimo impatto ambientale come il Metano. Secondo alcune ricerche, lo scioglimento del Permafrost potrebbe oltremodo amplificare l'effetto serra presente sul nostro pianeta, contribuendo anch'esso all'ulteriore surriscaldamento della nostra atmosfera.

Dal canto suo il periodo invernale cerca ogni volta di porre rimedio ai "danni" provocati da un'estate spesso aggressiva, riuscendovi solo in parte; se da un lato è vero che durante l'inverno il ritiro del ghiaccio viene velocemente recuperato dalla formazione di nuovo pack "fresco di stagione", dall'altro lato lo spessore raggiunto dalla nuova superficie ghiacciata risulta esiguo, venendo meno anche alcune fondamentali caratteristiche del ghiaccio più antico, come ad esempio la sua purezza e la mancanza di grossi quantitativi d'aria intrappolati al suo interno. Al primo alito caldo, il ghiaccio di recente formazione viene distrutto con la stessa facilità con cui esso si forma, senza riuscire ad invertire con decisione un trend che ormai è avviato da diversi decenni e che purtroppo sta segnando una ulteriore accelerazione con l'arrivo degli anni 2000.


Autore : William Demasi

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