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Friuli: 15 settembre 1976, la scossa dimenticata

Tutti ricordano solo la scossa del 6 maggio, ma quella del 15 settembre, distrusse ciò che era rimasto ancora in piedi a nord di Udine. Ricordi.

In primo piano - 11 Giugno 2012, ore 09.53

Ho trovato queste struggenti testimonianze e mi sembrava doveroso far riemergere il ricordo della scossa di terremoto del 15 settembre 76 nell'alto Friuli, che fu solo leggermente inferiore a quella del 6 maggio, ma che da molti è stata quasi dimenticata.

In verità le scosse tra l'11 ed il 15 settembre furono ben quattro, comprese tra 5.6 e 6.0, ma quella più tremenda, l'ultima, che chiuse virtualmente l'episodio sismico, fu quella delle 11.30 del mattino del 15.
 
I comuni di Trasaghis, Bordano, Osoppo, Montenars, Gemona del Friuli, Buja, Venzone e la frazione di Monteaperta, le località maggiormente colpite, furono rasi completamente al suolo. La popolazione di quei comuni fu trasferita negli alberghi di Grado, Lignano Sabbiadoro, Jesolo e altre località marittime.

Dal sito www.scriptanews.it, ho selezionato un racconto di quei tragici momenti e l'analisi di quanto successe subito dopo, che considero davvero di grande interesse storico:

Ricordo che stavo consegnando la corrispondenza nella zona più vecchia di Tolmezzo, precisamente in Via Del Fante (o Borgàt);  dovevo recapitare una raccomandata alla famiglia Querini che abitava al primo piano di un antico palazzo;  per arrivarvi dovevo aprire una porta che dava sulla strada, percorrere un corridoio dai soffitti bassi, salire le scale esterne, suonare il campanello, entrare e far firmare il registro delle raccomandate. . .

Quando la signora firmò, mi invitò a bere qualcosa… non ebbi neanche il tempo di rispondere che un silenzio irreale avvolse ogni cosa attorno a noi;  mi sembrava di essere sotto una campana di vetro priva di ossigeno…gli uccelli non cantavano più, non udivo i motori delle auto in strada o i bambini giocare.
Improvvisamente, percepii un boato cupo provenire da una direzione indeterminata, sussultai. Pochi attimi dopo, dalle viscere della terra si scatenò un tremendo movimento tellurico, il pavimento cominciò a tremare, i muri a vibrare, non riuscivo a sentire le parole della signora perché quel rumore cupo e prolungato soffocava tutti i suoni. . .
Udii solamente un grido, acuto, terrorizzato provenire da lontano…

Guidato dalla sola paura e senza esitazione, abbandonai rapidamente l’appartamento.
Percorsi le scale a salti senza riuscire a reggermi in piedi e giunto al sottoportico notai che la porta, che avevo lasciato aperta, si stava chiudendo repentinamente, lasciandomi intrappolato nel buio.

Vagavo alla cieca, sentivo il desiderio di sopravvivere forte come non mai.
Non so bene come ma mi ritrovai in strada, immerso nel caos e nell’oblio;  un orribile scenario mi circondava;  dagli edifici si staccavano tegole, camini e interi cornicioni.
Una polvere asfissiante si alzava dal terreno, la gente sgomenta usciva dalle case invocando aiuto.

I secondi passarono lenti, quasi che il tempo si fosse fermato, poi, repentinamente com’era iniziata, la scossa si esaurì. Caddi in ginocchio mentre gli abitanti correvano attorno a me.
Cominciai a piangere dalla paura, rivolgendo il pensiero a mia moglie e alle mie due figlie che si trovavano a casa, a Betania.
Raggiunsi in fretta l’ufficio postale, aprendomi la strada tra le macerie.
In lacrime, chiesi al direttore il permesso di lasciare il lavoro e raggiungere al più presto casa.

Quando arrivai, tutta la mia famiglia era in pensiero per me, solo quando fummo tutti riuniti nel cortile, la calma ritornò, calma apparente però, perché temevamo una nuova scossa di assestamento.
Tuttora ricordo poco delle ore successive al terremoto, forse abbiamo dormito qualche notte in macchina prima di tornare nei nostri amati letti
Mi dispiace di non essere riuscito, in queste righe, a trovare le parole giuste per descrivere quegli attimi tremendi e le sensazione che ho provato. Momenti agghiaccianti che invadono completamente il corpo;  si trema e si piange pensando a quanta forza possiede la natura quando si scatena e ci rendiamo conto della nostra impotenza, come genere umano…
Baldo B. (15/6/2006)


L’inattesa e forte scossa del 15 settembre 1976 aveva fatto riemergere paure e timori che a fatica si erano appena sopiti, riproponendo nuovi e più pressanti problemi, riaprendo e aggravando le lesioni provocate dagli eventi tellurici del maggio. Si era generato un nuovo stato d’animo di incertezza, soprattutto per chi era rimasto in casa dopo le scosse del 6 maggio, creandosi anche una nuova emergenza soprattutto in vista dell’inverno. Era pure iniziato l’esodo verso Lignano Sabbiadoro e Grado per trovare un po’ di pace e serenità seppure sempre con il cuore alla propria casa.

Molti erano comunque rimasti a Tolmezzo proseguendo la vita come se tutto fosse normale. La scossa del 15 aveva avuto, però, alcune avvisaglie: una l’11 settembre, un’altra il 14 pomeriggio, verso sera, breve ma intensa ed una poco dopo le 5 della mattina del 15 che aveva spinto molta gente a scendere in strada con la segreta speranza che i sommovimenti sismici si fossero esauriti.

Ma il bello doveva ancora venire. Erano circa le 11 quando l’”orcolat” si è ripresentato più cattivo che mai e questa volta il fuggi fuggi è stato generale. Chi scrive, dall’ufficio (la segreteria della Procura della Repubblica) che dava sul Duomo ha visto l’edificio sacro gonfiarsi, sembrava dovesse esplodere;  la cassaforte nella stanza è stata spinta in avanti di almeno un metro. Si sentivano gli scricchiolii delle crepe che si aprivano sui muri. Fortunatamente non ci furono morti. Tutti gli edifici sia pubblici che privati furono evacuati e la gente si ritrovò in strada.

Partì allora l’operazione “un tetto per tutti”. La difficoltà di porre rimedio ai problemi contingenti della nuova emergenza che si era creata derivava dalla fluidità della situazione, in quanto era difficile accertare in tempi brevi il reale stato dei fabbricati e chiarire in termini tecnici e più concreti l’agibilità degli edifici già visionati ed ancora da esaminare e, quindi, l’assegnazione degli alloggi precari agli aventi diritto con tutte le difficoltà burocratiche. Come ricorda l’allora sindaco Piutti “da qui anche una certa difficoltà nei rapporti con i funzionari del commissario straordinario, non sempre portati a considerare nella esatta gravità la situazione di Tolmezzo in rapporto ad altri centri”. In realtà erano stati accertati rilevanti danni sia nel capoluogo che nelle frazioni.

Circa mille duecento famiglie avevano fatto richiesta di prefabbricati, mentre le commissioni avevano accertato 660 casi di inagibilità, alcune a lungo, altre a medio termine. Per questo si era convenuto, con il commissario straordinario, di mettere in opera due tipi di interventi: un congruo numero di containers collocati a pioggia e 330 alloggi costruiti in concessione dal Comune, che si era accordato con la ditta Socomet di Milano la quale realizzò, durante i mesi invernali quattro villaggi a Tolmezzo ( tre lungo via Val di Gorto e uno nella zona del Blancon), uno a Caneva, uno a Imponzo e uno a Terzo. Un ulteriore intervento era stato attuato con l’assegnazione di una cinquantina di roulotte messe a disposizione per casi particolari dando così un alloggio, sia pur precario a tutti gli aventi diritto accertati.

L’azione del Comune si mosse anche verso la direzione del ripristino o della ricreazione di servizi idonei alla ripresa della vita sociale in ogni suo aspetto. In particolare in collaborazione con la Provincia, le scuole ricevettero le maggiori attenzioni con la realizzazione in breve tempo di due asili: uno presso le suore Gianelline ed uno nuovo ubicato nella zona di via Morgagni. Successivamente si passò al ripristino del vecchio asilo di via De Marchi. Con la Croce Rossa, inoltre, era stata concordata la costruzione di un asilo nido per aiutare le madri lavoratrici non solo di Tolmezzo ma anche dei centri limitrofi. Relativamente alle scuole elementari e medie si era proceduto, sempre di concerto con la Provincia, alla costruzione di due plessi di otto aule ciascuno: uno nella zona del centro studi;  l’altro in via Val di Gorto. Nel frattempo vennero portati avanti i lavori di riparazione ed adeguamento antisismico di tutte le scuole che ne avevano bisogno.

I Salesiani avevano provveduto ad allestire un capiente prefabbricato nel cortile, messo a disposizione dall’Austria, per la prosecuzione delle lezioni alla scuola media “don Bosco”. In collaborazione con l’associazione commercianti e artigiani si era provveduto ad individuare delle aree per l’installazione di un gruppo di prefabbricati inseriti sul rilevato del centro storico (a ridosso della roggia) sulle vie Del Din e Linussio, destinate a scopi commerciali e in via Paluzza a scopi artigianali. L’ospedale, anche se precariamente aveva ripreso a funzionare nei prefabbricati messi a disposizione dalla Croce Rossa nei pressi del nosocomio stesso. In tempi brevi anche la Casa di Riposo si era riattivata per merito soprattutto dell’allora presidente Bonutti. Fu aperta l’ala nuova potendo dare ospitalità anche ad anziani provenienti da altri paesi. Si era creato anche un servizio di infermeria per i degenti.

Gli uffici comunali, nel frattempo, erano stati trasferiti provvisoriamente nei locali del campo sportivo e in prefabbricati in via Val di Gorto. Dopo la chiusura di via Roma con il puntellamento degli edifici e dei portici in stato precario fu rivista e razionalizzata la viabilità anche per poter impostare correttamente la riparazione e la ricostruzione valorizzando la partecipazione dei cittadini alle scelte e ciò nella linea di una mediazione tra interessi privati e collettivi tendendo a un recupero che desse garanzie sotto il profilo statico e funzionale, ma garantisse allo stesso tempo la conservazione dei valori storico-ambientali”. E così è stato.
Fausto Coradduzza  (15/9/2006)



 


Autore : Report di Alessio Grosso

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