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ESCLUSIVO: Prof. FORTI a MeteoLive: "glaciazioni del Pleistocene da rimettere in discussione, i libri sarebbero da riscrivere, è il CONTRARIO di quanto vorrebbero insegnarci"

Nostra intervista esclusiva a uno dei più grandi cultori del fenomeno carsico: Fabio Forti. La pubblicheremo in due parti e lasceremo spazio al Professore di esprimere alcune considerazioni personali di grande valenza scientifica.

In primo piano - 26 Ottobre 2006, ore 14.46

Chi è Fabio Forti? Esordisce nelle ricerche e studi sul Carso Triestino come speleologo nel 1945 e agli inizi degli anni 50 pubblica già i risultati dei suoi primi studi. Nel 1972 propone una "scala della carsificabilità" avente in un primo tempo valore per le morfologie esterne e poi, gradualmente tale "scala" risulta essere sempre più interessante anche per quelle ipogee, ossia le grotte. Da questa proposta di valutazione geomorfologica di un territorio carsico, esce un nuovo modo di concepire questi fenomeni su scala tridimensionale così che viene gradualmente riproposto il più grande problema, ossia quello dell’idrologia. Nell’ambito di una collaborazione scientifica tra la Commissione Grotte “E. Boegan” della Società Alpina delle Giulie, Sezione di Trieste del C.A.I. ed il Dipartimento di Scienze geologiche ambientali e marine dell’Università di Trieste, da 27 anni conduce una ricerca assai particolare: misure micrometriche dirette (semestrali ed annuali) sulla consumazione delle diverse litologie carbonatiche ad opera delle acque di provenienza meteorica. Questi studi hanno portato ad una nuova valutazione sulla genesi del carsismo ipogeo legato alle grandi correnti idriche che sono riuscite a scavare così quegli enormi sistemi di gallerie che caratterizzano i fiumi carsici come può essere un esempio il Timavo. Da una ventina d’anni ha affrontato lo studio delle vicissitudini paleoclimatiche attraverso lo studio dei depositi di riempimento della cavità carsiche e l’evoluzione delle morfologie esogene dei territori carsici, in rapporto con situazioni paleoambientali, nettamente legate ad intensi periodi diluviali avvenuti nel corso del Pleistocene. Nel 1976 il Consiglio di Facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali dell’Università di Trieste per meriti scientifici gli ha concesso la qualifica di "cultore della materia in carsismo". Collabora a diversi livelli con ricercatori italiani e stranieri per tutte le problematiche connesse con le materie di geologia, idrologia, morfologia carsica. Ha al suo attivo oltre 160 pubblicazioni di geomorfologia ed idrogeologia carsica. Ci ha raggiunto in redazione per una intervista esclusiva, che pubblichiamo divisa in due parti per esigenze di spazio: Caporedattore GROSSO: Prof. Forti, i suoi studi sembrano gettare dubbi sulle caratteristiche climatiche del Pleistocene, lei ha parlato di era diluviale, più che di era glaciale, ha portato anche molte prove a sostegno della sua teoria. Ce le vuole illustrare brevemente? FORTI: si tratta di un argomento alquanto complesso ed è necessario che vi faccia alcune premesse storico-scientificiche A cavallo tra il XVIII ed il XIX secolo, agli inizi degli studi geologici del nostro pianeta, già si dibatteva se la climatologia più recente sia stata caratterizzata da intensi periodi "diluviali" oppure "glaciali" e tutto ciò come pura e semplice speculazione del pensiero, avendo a disposizione solamente delle osservazioni preliminari in riguardo ad alcuni fenomeni legati in particolare ai trasporti morenici ed ai "massi erratici". Va ricordato che gli studiosi svizzeri coniarono anche il termine di Eiszeit per indicare che secondo loro, il clima del Neozoico è stato caratterizzato da alternanze di periodi freddi (glaciali), in cui ampie zone del nostro pianeta erano ricoperte da vaste calotte di ghiaccio, simili agli attuali inlandsis, alternati con periodi più temperati (interglaciali), con la probabilità della presenza di temperature anche superiori alle attuali e la logica conseguenza della fusione dei ghiacciai continentali. Tale particolare paleoclima avrebbe caratterizzato gran parte del Pleistocene con varie espansioni glaciali (Gunz, Mindel, Riss, Wurm) ed almeno altrettante deglaciazioni. Ma vi è sempre stato un grosso problema per spiegare le cause delle glaciazioni e conseguentemente sono state fatte in seguito e fino ai giorni nostri, numerose e discordanti ipotesi. Riassumendo, furono proprio gli studiosi svizzeri che attorno al 1815 semplicemente "decisero" per l’esistenza di un’era glaciale che avrebbe condizionato, con fasi alterne, tutto il Pleistocene. Si dice che ciò avvenne anche per contestare, almeno in parte, il verbo della Bibbia che raccontava invece dell’esistenza del “diluvio universale”. Va ricordato che in quegli anni lontani, si era appena gli inizi dei rilevamenti sistematici e delle ricerche geologiche particolari. Il mondo carsico, soprattutto quello ipogeo o delle grotte, con i suoi depositi di riempimento, nelle cui stratigrafie era contenuta la storia pleistocenica (e non solo), del nostro pianeta, non era ancora stato esplorato e pertanto scientificamente sconosciuto! Solo per inciso, le Grotte di Postumia, sono state “scoperte” nel 1818. Da allora, in particolare sul Carso triestino ebbero inizio i primi timidi studi per cercare di capire il “contenuto” di informazioni che tale mondo ipogeo custodiva gelosamente. E’ strano, ma quando nelle grotte furono iniziati gli scavi dei depositi di riempimento e apparvero i resti delle faune pleistoceniche e le evidenti tracce delle più antiche civiltà dell’uomo, tali depositi vennero classificati senza alcuna esitazione di evidente trasporto “diluviale”. Sembrava quindi che questo tipo di clima pleistocenico sul Carso, appartenente ad una fase nettamente e prevalentemente piovosa, fosse stato quasi avulso dal resto del mondo, che si riteneva fosse stato invece coperto da una massa glaciale che sulla catena alpina avrebbe dovuto avere uno spessore di mille metri, per altri più fantasiosi ricercatori superare anche i duemila metri! Dai primi anni cinquanta del secolo appena trascorso, vennero condotti severi studi sull’origine, sviluppo, evoluzione morfologica delle grotte, dove un po’ alla volta tali ricerche ci indicarono che si poteva avere la certezza che i vari fenomeni presenti al loro interno conducevano invece a rimarcare la presenza di un clima assolutamente non glaciale. In particolare, il grande concrezionamento calcitico con: stalattiti, stalagmiti, colonne, immense colate calcitiche, presenti ovunque nei grandi sistemi delle grotte “a galleria” (Postumia per fare un classico esempio), denotavano con assoluta certezza che tali fenomeni concrezionari erano strettamente condizionati da periodi molto piovosi, caldo-umidi, protrattisi con fasi alterne, per centinaia di migliaia di anni (Pleistocene). Poi quasi improvvisamente, vi fu una drastica diminuzione della piovosità e quindi una netta diminuzione dello stillicidio nelle grotte, conseguentemente vi fu una forte riduzione delle crescita del concrezionamento calcitico e da una cromatica giallo-rossastra o rosso-giallastra, caratteristica questa tipica del Pleistocene, virò negli ultimi 10-12000 anni ad una nettamente biancastra. Segno questo molto evidente che con un clima decisamente più freddo non passavano più in soluzione in particolare gli ossidi di ferro, che “coloravano” le concrezioni calcitiche. Quindi, secondo i miei studi, siamo passati da un clima di tipo "atlantico", molto piovoso e piuttosto caldo ad uno decisamente più boreale, molto più freddo e sicuramente assai meno piovoso, semmai decisamente più nevoso e quindi con un’ampia formazione dei ghiacciai alpini. Esattamente il contrario di quanto viene affermato dai sostenitori dei "periodi glaciali", ossia: il freddo nel Pleistocene e il caldo nel successivo Olocene (ultimi 10000 anni), dove un po’ alla volta e con fasi alterne avrebbe dovuto scomparire la grande “copertura glaciale”. Ovviamente non mi sono accontentato dell’analisi geomorfologia di quei due periodi geologici solamente attraverso lo studio delle successioni stratigrafiche degli enormi depositi di riempimento argilloso-sabbiosi di molte “grotte a galleria” e dei depositi di concrezione calcitica, ma ho accuratamente riconsiderato l’origine dei solchi torrentizi presenti nei terreni carsici, indubbiamente legati a ben diverse condizioni climatiche (piogge intense e continuate). Infatti, attualmente questa tipologia di precipitazioni meteoriche sul Carso è inesistente ed anche in questo caso da almeno 10000 anni. Caporedattore GROSSO: Professore, cosa ne pensa delle variazioni di livello marino attuali nel bacino del Mediterraneo dovute allo scioglimento dei ghiacciai pleistocenici remoti e del ghiacciaio alpino? FORTI: questa è una domanda complessa e la risposta conseguentemente sarà un po’ articolata. Secondo tutta la letteratura geologica corrente, risulterebbe che il livello marino dalla fine delle glaciazioni pleistoceniche, in pratica negli ultimi 10-12000 anni, si sia innalzato su tutti i mari della Terra di cento metri, per taluni altri autori addirittura di duecento metri. Premesso che circa 3/5 della superficie del nostro pianeta è ricoperto da acque, dovremmo supporre che dai 2/5 rimanenti appartenenti alle – terre emerse - avrebbero dovuto provenire tutte le acque di fusione di queste immense e …fantasmagoriche coperture glaciali. Dubitiamo inoltre che nelle zone equatoriali poste tra i due tropici, ben difficilmente avrebbero potuto esistere uniformi coperture di ghiacci. Resta così che solamente nelle aree continentali al di sopra dei tropici e verso i rispettivi poli avrebbero potuto formarsi tali coperture glaciali, e riteniamo che tale superficie nel suo complesso si riduca a poco più di 1/5 delle terre emerse! Facciamo ora un semplice conteggio: per innalzare di cento metri il livello del mare è come se sull’intera superficie del pianeta avesse nevicato per uno spessore di circa mille metri. Ma abbiamo anche fatto osservare che la probabilità di un enorme innevamento che si sarebbe trasformato poi in una massa glaciale, può riguardare solo 1/5 di tale superficie. Ne consegue che la massa nevosa avrebbe dovuto essere di una spessore di cerca cinquemila metri, coprendo quindi con una compatta massa glaciale tutte le nostre terre non lasciando scoperto un solo centimetro quadrato! Se al contrario il sollevamento del livello marino fosse stato di duecento metri, allora tale spessore nevoso avrebbe dovuto superare i diecimila metri! Ciò che è assolutamente certo è che effettivamente il livello di tutti i mari della Terra si è innalzato progressivamente, ma negli ultimi milioni di anni, di un livello pari a parecchie centinaia di metri. Prove certe di questo cospicuo innalzamento ci vengono fornite proprio dalle grotte. Da indagini geofisiche condotte in diverse zone carsiche presenti nell’area circum-mediterranea, hanno indicato che dei grandi sistemi di antiche gallerie fluviali si trovano approssimativamente ad una profondità di duecento metri e talora anche maggiori, al di sotto dell’attuale livello del mare. Ora, affinché i fiumi sotterranei abbiano il “tempo” di scavare simili gallerie ci vogliono alcuni milioni di anni e soprattutto scorrere nell’ambito della “zona vadosa” del massiccio carsico, in altre parole al di sopra del livello del mare del momento, quindi in presenza di ARIA! Ogni ulteriore commento sull’argomento mi sembra perfettamente inutile. Non sta a me certamente considerare qual è l’origine di un tale sollevamento delle acque marine nell’ambito delle storia geologica del nostro pianeta. Posso solo supporre che la "genesi" delle acque marine provenga dalle parti più profonde del nostro pianeta, almeno secondo delle ipotesi formulate da alcuni ricercatori che stanno da tempo studiando le emissioni magmatiche lungo le dorsali medio-oceaniche. CONTINUA VENERDI 27 OTTOBRE (non perdete la seconda parte!!!)

Autore : Alessio Grosso intervista Fabio Forti

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