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DOSSIER: la diminuzione delle nevicate sulle Alpi

Da una ricerca dell'ARPAV una conferma del trend di scarso innevamento sul nostro settore alpino. Le cause vanno principalmente ricondotte alla NAO, North Atlantic Oscillation.

In primo piano - 12 Novembre 2011, ore 09.33

Mia nonna raccontava che gli anni della guerra furono poco nevosi, specie il 44; mio padre invece ricorda le grandi nevicate del 1951 e le gallerie scavate per le strade; io ricordo che quando ero piccola nevicava sempre, e di neve ce n'era sempre tanta" (Anonimo 2003)

L'analisi dei dati di 4 stazioni ubicate nelle Dolomiti a quote differenti, ha evidenziato che negli ultimi 15 anni le precipitazioni nevose sono diminuite rispetto alla media del trentennio di riferimento climatico 1961-1990.

In particolare la riduzione delle precipitazioni si ha nei mesi di gennaio, febbraio e marzo mentre sembra invariata la situazione nei mesi autunnali e primaverili. Anche l'elaborazione di un apposito indice di innevamento che tenesse conto della durata del manto nevoso al suolo, dell'altezza media e massima stagionale, ha evidenziato tale tendenza a tutte le quote.

La copertura nevosa nell'Emisfero Nord dal 1960 ad oggi, data di inizio delle osservazioni da satellite, ad oggi è diminuita in primavera del 10 per cento, mentre non sono state osservate variazioni nei mesi autunnali e invernali.

Il Cipra nel 2001 han evidenziato alcune problematiche relative ai cambiamenti climatici in atto e le conseguenti ricadute sulla criosfera alpina ed in particolar modo sull'innevamento.

Secondo costoro l'innalzamento medio della temperatura di 1°C comporterebbe, in alcune regioni, una riduzione da 4 a 6 settimane dell'innevamento e un innalzamento della quota del limite invernale delle nevi, tanto che in Svizzera l'attuale limite della neve sicura attestato a circa 1200 m si innalzerebbe, nei prossimi anni, a 1500 m.

In altri lavori è stato calcolato un innalzamento di circa 200 m del livello delle nevicate in alcune zone del Trentino (Fazzini e Gaddo, 2003).

E' evidente che le conseguenze di questi cambiamenti renderanno critico il turismo invernale in alcune importanti stazioni turistiche delle Alpi situate a quote inferiori a 1500 m come Les Portes du Soleil nel Vallese/Alta Savoia, Kitzbuhel in Tirolo e Kranjska Gora in Slovenia (Haubner, 2002). La serie storica del cumulo di neve fresca misurata presso la stazione di Falcade nel periodo 1927-2003 ben evidenzia la situazione in atto dal 1987 e cioè una diminuzione continua delle precipitazioni nevose.
 
Sono ben 17 gli inverni consecutivi con una quantità di precipitazione nevosa inferiore al periodo di riferimento, 4 dei quali con scarti dal valore medio classificabili come eventi estremi (1989, 1990, 2002, 2003).

Dal 1927 al 1987 sono 3 i periodi caratterizzati da una lunga serie di anni con poca precipitazione: dal 1927 al 1933 (1 evento estremo), dal 1938 al 1946 (5 eventi estremi) e dal 1952 al 1958 (2 eventi estremi). Gli inverni più nevosi sono stati il 1934, il 1951, il 1960 e quelli nel periodo dal 1976 al 1980 e in tempi recenti la stagione 2008-2009.

L'andamento degli apporti nevosi osservati presso la stazione di Falcade, sono correlabili dall'andamento delle fronti dei ghiacciai delle Dolomiti. Infatti, analizzando le variazioni frontali del più grande ghiacciaio dolomitico, la Marmolada (188 ettari di estensione oggi, risultano evidenti la fase di arretramento della fronte dal 1920 al 1960, il rallentamento di tale processo negli anni 60 e una leggera avanzata della fronte nel periodo 1970-1985. ’

E' noto che la risposta dei ghiacciai è lenta rispetto all'andamento delle precipitazioni e quindi la fase di avanzata protrattasi per gran parte dei ghiacciai italiani fino al 1985 è da ricondurre soprattutto alle abbondanti precipitazioni nevose del periodo 1970-1980. Anche i dati rilevati presso la stazione di Cortina d'Ampezzo mostrano un andamento simile delle precipitazioni, pur avendo una sommatoria media stagionale di neve fresca leggermente inferiore a Falcade (303 cm di neve).

Gli inverni dell'ultimo ventennio, partendo già dal 1985, risultano scarsi di neve e molti sono classificabili come estremi o rari rispetto a quelli del trentennio di riferimento. Come per la stazione di Falcade le sequenze degli inverni dal 1969 al 1972 e dal 1977 al 1980 sono risultati particolarmente nevosi. Altri inverni nevosi sono stati il 1950, il 1951, il 1960 e il 1972.

Nelle località di Cortina d'Ampezzo e Falcade, ubicate a circa 1200 m di quota, gli ultimi 20 anni sono stati effettivamente poco nevosi, ed in particolare gli inverni sino al 2003 hanno registrato il 60% in meno di neve rispetto agli anni 70. Anche in quota le precipitazioni nevose sono diminuite dal 87 in poi come dimostrano le misurazioni effettuate a Lago di Cavia.

La sequenza di inverni poco nevosi in quota, simile a quelli dei fondovalle, è iniziata nel 1987 ed è intervallata dagli inverni del 1991, 1992 e del 2001 che presentano uno scarto leggermente positivo. La serie di dati presenta una minor variabilità rispetto alle stazioni di fondovalle. Nei decenni precedenti vengono osservati cicli di 3-4 anni con poche precipitazioni nevose. La sequenza di inverni con scarti negativi degli anni 50 è interrotta dall'inverno del 1954. Inverni estremamente avari di neve sono stati nel passato il 1953, il 1964 e il 1973. Anche la stazione di Arabba), ubicata ad una quota intermedia fra i fondovalle e le quote elevate, la cui serie storica del cumulo di neve fresca inizia nel 1972, conferma le tendenze evidenziate dalle stazioni di Falcade, Cortina d’Ampezzo e Lago di Cavia. Rispetto alle altre stazioni risulta particolarmente nevoso l'inverno 1984, ed estremamente nevoso l'inverno 2001.

Per la stazione di Cortina d'Ampezzo, in alcune pubblicazioni viene indicata una permanenza media della neve al suolo di 124 giorni, valore riferito al quarantennio 1921 -1960 (Pinna e al., 1973).

Ma già la serie storica del periodo 1965-­ 2003 limita a 113 giorni la durata della neve, con una riduzione del 9% (per il trentennio di riferimento la media è di 120 giorni). La durata della neve al suolo è andata diminuendo nei decenni seguenti ed in particolare dal 1990 ad oggi quanto mediamente la neve al suolo rimane per soli 95 giorni (- 23% rispetto ai valori di Pinna), aumentando il divario con le stazioni più in quota . Dal 1966 al 2003, sono state 4 le stagioni invernali con meno di 50 giorni di neve al suolo: 1975, 1983, 1990 e 2002.

Nel 1975, nel 1983 e nel 2002, i mesi da ottobre a febbraio sono risultati particolarmente scarsi di neve (ad esempio solo 4 giorni di neve al suolo nel 2002 da ottobre a fine gennaio), mentre nel 1990 la neve è rimasta al suolo solo per 11 giorni da gennaio ad aprile. Nella stazione di Arabba a 1630 m di quota, la neve permane mediamente per 154 giorni (160 giorni nel periodo 1921- 1960) mentre nella stazione di Lago di Cavia a 2100 m per ben 210 giorni. Nella stazione di Arabba ubicata a quota più bassa, si osserva una graduale diminuzione delle giornate con neve al suolo a partire dagli anni 80, con addirittura 60 giorni in meno nell'inverno 1981 e 89 giorni in meno nel 2002.

In controtendenza è stata la stagione 2001 con 186 giorni di neve al suolo (+ 30). In quota la serie di dati a disposizione è inferiore, ma si osserva una graduale diminuzione a partire dal 1987, ma con minimi di soli 40 giorni nel 1988 e nel 1994 ai quali si contrappongono le stagioni del 1987, 1991, 1992 e 2001. A 1200 m di quota circa (Stazioni di Cortina d’Ampezzo e Falcade) l'accumulo di neve stagionale inizia nel mese di ottobre con pochi cm di neve fresca prodotti da occasionali nevicate nelle prime due decadi del mese e a volte con la permanenza della neve già dalla terza decade, per proseguire nel mese di novembre con circa 30  40 cm di neve fresca, nel mese di dicembre con 50- 60 cm fino a raggiungere il massimo valore nel mese di gennaio con 65-80 cm di neve fresca e rimanere più o meno sugli stessi valori nei mesi di febbraio e marzo (60 ­ 70 cm).

Nel mese di aprile gli apporti sono minori e simili a quelli misurati a novembre (25-35 cm) per finire a maggio mese che può essere paragonato ad ottobre . A 2100 m di quota, stazione di Lago di Cavia, alcune volte la stagione invernale è iniziata prima del 1 di ottobre, mese nel quale, mediamente, nel periodo 1961-90 sono stati misurati 30 cm di neve fresca.

Gli apporti aumentano in modo significativo nel mese di novembre con 80-90 cm, valori misurati anche nei seguenti mesi di dicembre e gennaio. Mentre nei fondovalle gli spessori di neve fresca si mantengono stazionari nei mesi seguenti, in quota aumentato fino a raggiungere i massimi apporti ad aprile con 110-120 cm di neve fresca. Nei seguenti mesi di maggio e giugno gli apporti diminuiscono (50 e 10 cm rispettivamente) e contemporaneamente il manto nevoso entra nella fase di fusione. A 1200 m circa, le diminuzioni sono impressionanti con valori di -56/-72% a Cortina d'Ampezzo e di -48/-63 % in meno a Falcade nei mesi di gennaio, febbraio e marzo.

Il mese di febbraio è diventato particolarmente povero di neve alle quote medie delle Dolomiti (-65%) , seguito da gennaio (-58%) e da marzo (-52%). In quota, a 2100 m, la situazione è migliore, anche se è confermata la diminuzione delle precipitazioni nei tre mesi sopra indicati, con febbraio che presenta il maggior decremento (-58%) seguito da gennaio marzo con il 40 % in meno. Nel bilancio stagionale è anche da evidenziare un -60% del mese di maggio che per una stazione in quota è importante anche in riferimento ai conseguenti effetti sui bilanci di massa dei ghiacciai.

Analizzando i quantitativi assoluti di precipitazione in mm di acqua (pioggia + neve fusa) per la stazione di Cortina d'Ampezzo, non risultano evidenti variazioni stagionali (media nel trentennio di riferimento 592 mm, nel periodo 1991-2003 587 mm). Tuttavia, le precipitazioni nevose sono strettamente correlate con la temperatura dell'aria. 

L'analisi dei quantitativi mensili di precipitazione evidenzia nel periodo recente delle significative precipitazioni autunnali, alle quali non c'è una corresponsione di apporti nevosi e una netta diminuzione delle precipitazione nei mesi già evidenziati e cioè gennaio, marzo ma soprattutto febbraio. La diminuzione delle precipitazioni nel periodo invernale è stata comunque riscontrata per tutta l'area alpina italiana (Cacciamani e al., 2001). Dai dati delle 4 stazioni esaminate appare chiaro che negli ultimi 15-20 anni sono significativamente diminuite le precipitazioni nevose sia nei fondovalle che in quota. Le cause di questa riduzione delle precipitazioni, secondo alcuni autori sono dovute alla presenza di un trend positivo della Oscillazione Nord Atlantica (NAO).

La fase positiva comporterebbe un'intensificazione e uno spostamento a nord dell'asse della corrente a getto Atlantica con conseguente spostamento a nord della distribuzione della precipitazione sull'Europa. La dinamica di tale oscillazione di larga scala è comunque in gran parte ignota e, per ora, la sua predicibilità anche a livello stagionale, è assai bassa (Cacciamani C.,et al. 2003). Ciò ha comunque determinato su gran parte dell'Europa, nel periodo dal 1979 al 1995, un calo delle precipitazioni invernali specie in Portogallo e sull'Adriatico ed un aumento nell'Europa del Nord soprattutto nella parte più occidentale della Penisola Scandinava. (IPCC, 2001) (Quadrelli e al., 2001) (Cacciamani e al., 2003).

Occorre anche rilevare che tutte le analisi effettuate hanno come riferimento il tentennio 1961-90 che è risultato essere il più nevoso dal 1920 ad oggi. Il decennio 1970-79 è stato il più nevoso in assoluto e questo spiega anche lo sviluppo di molti impianti di risalita a fondo valle che oggi non si trovano più nelle condizioni di essere tenuti in esercizio. Il prolungato periodo recente di scarso innevamento, che in alcune stazioni supera ormai i 15 anni, non deve quindi trarre in inganno i progettisti nell'utilizzare serie storiche ridotte per dimensionare opere a vario titolo, in quanto, nel recente passato si sono succedute serie di inverni molto nevosi.

La durata della neve al suolo e gli stessi indici di innevamento confermano l'accorciamento delle stagioni soprattutto alle quote medie e questo conferma la necessità di pensare ad un turismo invernale sostenibile diverso dall'attuale specie per le stazioni di fondovalle. Dai dati analizzanti non sembrano esserci significative variazioni nei tempi recenti per quanto riguarda l'inizio dell’inverno mentre è chiara la diminuzione delle precipitazioni nei mesi di gennaio, febbraio e marzo, che vanno ad incidere sul bilancio delle stagioni invernali, come peraltro confermato anche da altri lavori. In definitiva alla domanda che ha fornito lo spunto per questo lavoro.
Oggi nevica di meno? La risposta è: “SI, nevica di meno, specie in raffronto al trentennio che è stato preso come riferimento.


Autore : Fonte Aineva, riduzione, adattamento e considerazioni di Alessio Grosso

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