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DOSSIER: il ghiacciaio del Kilimanjaro si ritira, ma il global warming non c’entra

Il ghiacciaio del Kilimanjaro è un sorvegliato speciale da decenni; il suo ritiro costante è un fatto risaputo, ma il riscaldamento globale questa volta non c’entra, perché entrano in gioco altri fattori e la sua scomparsa non è poi così sicura.

In primo piano - 22 Agosto 2008, ore 13.47

In pieno dibattito sul futuro dei ghiacci della terra, sui relativi effetti devastanti (???) del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici ad esso imputati, si rincorrono voci di ritiri, crolli, scomparse di masse ghiacciate ovunque. In particolare si parla spesso dei ghiacciai dei poli e di quelli delle zone tropicali, i ghiacciai per così dire storici e carichi di significato, sia scientifico, ma soprattutto di natura affettiva, quasi si trattasse degli ultimi paradisi da salvare, gli ultimi testimoni di un mondo che fu e mai più ritornerà, per colpa dell’uomo contemporaneo e del suo riscaldamento globale. Un occhio di riguardo va a quell’angolino di neve e ghiaccio che avvolge la cima della più alta montagna dell’Africa: il Kilimanjaro, quasi 5900m di roccia vulcanica, ammantata da un berretto bianco proprio sulla linea dell’equatore. In tanti lo ricordiamo nelle immagini dei primi safari e dei primi documentari naturalistici nei parchi storici africani, come sfondo caratteristico e un po’ enigmatico; ma ancor di più nelle foto dei primi del ‘900 e nelle riproduzioni dell’artigianato artistico africano. Ma un fatto è risaputo; le sue nevi stanno progressivamente scomparendo. Un tempo estese per circa 10 kmq, siamo agli inizi del ‘900; oggi ricoprono poco più di 2 kmq. La causa per qualcuno è fin troppo semplice: ecco un altro degli effetti del riscaldamento globale, la temperatura si alza ovunque, e i ghiacci si sciolgono ovunque; figurarsi all’equatore, dove di caldo ce n’è già abbastanza. Ma nugoli di scienziati e ricercatori hanno cominciato a studiare e frequentare la montagna, anche in tempi passati e non sospetti; oggi poi sfruttano moderne centraline di rilevamento in situ e tecniche di analisi geofisiche e geologiche innovative. Inoltre non ci si accontenta di studiare il ghiacciaio in maniera svincolata, ma all’interno di un ecosistema che nel frattempo è cambiato radicalmente. Sono emersi quindi risultati piuttosto sorprendenti. In primo luogo bisogna distinguere il comportamento del ghiacciaio sommitale da quello delle lingue che scendono lungo i versanti. Il primo infatti, giace sui resti del cono vulcanico, peraltro abbastanza piatto e un po’ depresso al centro, oltre i 5700m; i secondi scendono lungo i fianchi della montagna fin verso i 5000m. il ghiacciaio sommitale si trova ad una quota in cui la temperatura è sempre sotto lo 0°C, con una media di circa -8°C; pertanto appare evidente che il suo ritiro non è imputabile all’aumento della temperatura. Tra l’altro negli ultimi decenni non si è osservato nessuna variazione apprezzabile della temperatura atmosferica a quella quota. Un altro aspetto interessante è che il ritiro, iniziato già prima della fine dell’800, è stato più rapido agli inizi del ‘900 e sebbene prosegua anche oggi, non è correlato alle variazioni climatiche del XX secolo. Insomma il suo progressivo arretramento è tutt’ora un mistero. Anche i ghiacciai di versante presentano un simile trend, con una fase di ritiro molto più accentuata agli inizi del ‘900. Oggi in realtà la situazione appare meno dinamica e preoccupante di quanto si sarebbe potuto osservare prima della II guerra mondiale. Ma l’aspetto più intrigante è che il tipo di ghiacciaio sommitale, con la sua struttura a micro-calotta e i suoi margini a “muro”, non sembra correlato al tipo di clima attuale. Lo stesso dicasi per i ghiacciai di versante, in evidente disequilibrio con le condizioni climatiche del XX secolo. Il ghiacciaio del Kilimanjaro deve essersi quindi formato in un periodo climatico profondamente diverso da quello attuale e comunque precedente la fine dell’800, forse durante la Piccola Età Glaciale (PEG); il suo scioglimento è infatti iniziato già nella prima metà dell’800, con un picco a cavallo della fine dell’800 e gli inizi del ‘900. Si tratterebbe insomma di un ghiacciaio fossile, destinato a scomparire perché incompatibile con le condizioni climatiche attuali. Ma altre concause, una di queste imputabile all’uomo, sembrano giocare a sfavore della sua sopravvivenza; in primis la deforestazione e il calo dell’umidità e delle nebbie che questa garantiva. In secondo luogo la diminuzione progressiva delle precipitazioni nell’Africa orientale, effetto di una circolazione atmosferica differente a livello emisferico. Tale calo sembra sia stato più drastico e sensibile proprio alla fine dell’800, a causa di un cambiamento nella circolazione atmosferica sull’Oceano Indiano, quando pare, da ricostruzioni paleo-climatiche, che una sorta di monsoni umidi si facesse strada anche sull’Africa orientale. Poi tutto è cambiato, ma allora l’uomo non aveva nemmeno scoperto il petrolio e la popolazione mondiale aveva appena raggiunto il miliardo di abitanti. Un altro aspetto da prendere in considerazione è l’intermittente attività fumarolica ancora presente sulla cima del vulcano che, anche se solo in parte, contribuisce allo scioglimento dal basso di alcune porzioni del cappello ghiacciato. In conclusione è evidente che il presunto riscaldamento globale degli ultimi decenni, almeno nella scomparsa del ghiacciaio del Kilimanjaro, sembra destinato a rimanere tale, cioè solo “presunto”! Tra le altre cose le intense nevicate verificatesi tra il 2006 e il 2007, connesse con un incremento dell’effetto albedo sul ghiacciaio sommitale, hanno dimostrato come l’incremento di precipitazioni, contrasti il ritiro, fino a farlo rallentare. Fatto molto più evidente su un altro alto edificio vulcanico dell’Africa equatoriale, il Ruwenzori; che essendo proprio sullo spartiacque tra l’Atlantico e l’Indiano può beneficiare di una maggiore quantità di precipitazioni e, nonostante la sua altezza inferiore (poco più di 5000m), ha un ghiacciaio di poco meno di 2 kmq, ossia poco più piccolo di quello del Kilimanjaro. Ci sono oltre 200.000 ghiacciai nel mondo e nemmeno la metà sono stati inventariati; oltretutto solo un centinaio sono seguiti e coccolati come quello del Kilimanjaro, degli altri si sa poco o nulla. D’altronde molti ricercatori preferiscono avallare certe conclusioni (vedi global warming) scegliendo ghiacciai ad hoc, peccato che anche quelli che si ritirano non sempre rafforzano le tesi degli allarmisti-catastrofisti, le cui ragioni sono destinate a sciogliersi ancora più velocemente.

Autore : Dott.Prof.Giuseppe Tito

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